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Opinioni di un clown di Heinrich Böll

04 CB Libri Opinioni di un clownHans si presenta: sono un clown. Il protagonista del romanzo proviene da una famiglia della borghesia in vista della cittadina di Bonn: gli Schnier. Gli Schnier sono “quasi nobili”, sono la famiglia del carbone della cui ricchezza però, i figli non hanno ricevuto niente, neppure da mangiare: risparmio ossessivo su qualsiasi cosa che non avesse una portata sociale; alla fine Hans mangiava meglio nel vitto del collegio!
Hans rifiuta il percorso di carriera che gli viene offerto dalla famiglia e decide di vivere facendo il clown. In fondo quando la distanza tra i principi morali e l’etica supera l’umana contraddizione, la realtà si trasforma in una farsa grottesca e un clown nella sua pantomima riesce a partecipare al gioco folle della vita. Hans vive girovago mettendo in scena “Predica cattolica e predica evangelica”, “Seduta di consiglio d’amministrazione”, “Traffico”.
Hans nasce e cresce non comprendendo le dinamiche del mondo contemporaneo. L’ipocrisia ferisce, e ferisce ancor di più quando per giustificare un comportamento, ci si costruisce sopra una morale a cui comunque può succederne un’altra se la prima non è più alla moda, così, senza alcuna responsabilità come “come se niente fosse”. Feriscono affermazioni prive di una qualunque umanità. In epoca nazista la sorella Henriette sedicenne viene mandata dalla madre, per il credo nazista, come volontaria nella Flak, incontro a morte certa; dopo la guerra la madre rinnega posizioni precedenti divenendo peraltro presidente di una società per la conciliazione dei contrasti razziali e la figlia non viene più nominata; alla morte di Georg, ragazzino saltato in aria nell’esercitazione con il “Panzerfaust” sente dire: “per fortuna che era orfano”.
Le ferite proseguono e tutto viene letto allo stesso modo: meglio essere un clown dalla vita anarchica libera dai cliché sociali o dagli obblighi formali imposti da una religione. Hans soffre, ora soffre soprattutto per la fine della relazione con Maria. Maria se ne è andata: dopo anni di convivenza e di amore non riusciva ancora ad accettare una vita non consacrata nel matrimonio.
Opinioni di un Clown o confessioni di un uomo che non si trova nel mondo che gli è toccato vivere. Non descriverò come conclude questo capolavoro: che i curiosi vadano fino in fondo e lo leggano per intero; per i pigri, genialmente l’autore Heinrich Böll, svela tutto nell’incipit: «Coloro ai quali non è stato annunciato nulla di Lui, lo vedranno; e coloro che non ne hanno udito parlare, lo intenderanno. “Romani”, 15, 21». Buona lettura!

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Opinioni di un clown
Heinrich Böll
Traduttore: A. Pandolfi
Editore: Mondadori, 2016, pp. XVI-232

EAN: 9788804670834

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Parole di Musica

CB Libri c'era una volta l'amore«C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo» di E. Medina Reyes non è un romanzo ma un long play alla stregua di quelli registrati dai Sex Pistol o dai Nirvana in cui le note sono sostituite da parole gridate, dissacranti, lanciate con il ritmo frenetico e cadenzato, non da una penna ma dalla mitragliatrice nelle mani di un anarchico. Seppur nella finzione letteraria l’autore riesce a far traboccare di vita i suoi personaggi: essi non sono costruiti come nella “letteratura letteraria ( … ) rigidi e deambulano per la trama come vasetti di conserva sul nastro strasportatore di una fabbrica” cioè se “sono buoni e cattivi allo stesso tempo – hanno un modo inequivocabile di esserlo”. Nel protagonista ci sono tutte le contraddizioni che potrebbe avere un essere umano se si permettesse di ammetterle, e se ovviamente riuscisse ad esprimerle alla maniera di Kurt o di Vicius. Il protagonista si presenta subito: “Mi chiamo Rep, diminutivo di Reptil (…) Sono alto un metro e ottantatrè peso ottantuno chili (…), ho gli occhi neri e infossati che paiono due canne di fucile pronte a sparare, la bocca sensuale e una verga di 25 centimetri nei giorni più caldi”.

Rep si muove tra Bogotà e la Città Immobile; Rep ha un occhio sempre rivolto a New York, città alla quale sente di appartenere e alle star che ama. In “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo” E. Medina Reyes in meno di 200 pagine parla del rimpianto amore di Rep per “una certa ragazza” e della sua vita inquieta e stretta nel suo paese e del suo di sentire che il lettore potrebbe banalizzare o stigmatizzare. E perché, no? In fondo, come esprime l’autore, i media per comunicare la morte di Kurt al pubblico ha fornito stupide interviste dalle quali trarre solo il rotocalco drammatico delle possibili cause delle fine prematura dell’artista. Personaggi di un romanzo o uomini fatti star che vengono trasformati in personaggi. Indagare più a fondo vuol dire superare il limite di quella superficie che per il mondo non avrebbe senso: in fondo “nessun mondo sarà sommerso da lacrime che non abbiamo mai visto scendere per un dolore che mai nessuno ha condiviso”.

Sentimenti concreti e reali espressi in una maniera semplice portano il lettore che naviga nella trama grunge ad assaporare momenti unici di profondità e poesia. La chitarra invisibile di Kurt, il percepire dell’artista in “bilico su un sottile steccato” che lo isola nel suo percepire e vivere il quotidiano. Ma l’autore incita: “Come as you are” vieni come sei, mettiti a nudo, fottitene del resto e lì comprenderai l’esistenza: “il peggior delitto è fingere”.

“Per vedere le mie cicatrici e ascoltare il mio cuore bisogna pagare il biglietto (…)” da qui lo splendido romanzo: acquistatelo, ma per favore leggetelo anche con il vostro occhio invisibile.

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C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo
(Musica dei Sex Pistols e dei Nirvana)
di Efraim Medina Reyes
Traduttore: G. Maneri
Editore: Feltrinelli, 2008, pp. 173

EAN:9788807720475

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https://www.youtube.com/watch?v=bucVwI0RfEg
https://www.youtube.com/watch?v=1G8V6ta9Auk&start_radio=1&list=RD1G8V6ta9Auk&t=0

Le Istituzioni Totali

CB goffman 152018

Il solo modo di trattare con un mondo privo di libertà è diventare così assolutamente liberi che la sola propria esistenza diventa un atto di ribellione.

(Albert Camus)

Il libro di Erving Goffman “Asylum – le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza”, nonostante sia stato pubblicato la prima volta nel 1961, è stato ristampato in quanto mantiene la sua attualità nella struttura dell’analisi delle istituzioni sociali in generale.

Goffman si riferisce a quella struttura sociale che si compone anche di luoghi di residenza, dove gruppi di persone vengono inglobati e si ritrovano ad essere tagliati fuori dalla società per un periodo di tempo; le prigioni, le caserme e in una misura diversa, ma significativa, anche le istituzioni più morbide come un collegio o una scuola possono rappresentare un’istituzione totale.

C’è un rapporto tra Società e Istituzioni Totali? C’è una verità? C’è un’unica verità? Nessuna disquisizione filosofico–religiosa sul valore della verità, ma una riflessione sul libro di Goffman e sulla realtà di una società che potrebbe inglobarci.

 «Un’istituzione totale può essere definita come il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato. Prenderemo come esempio esplicativo le prigioni nella misura in cui il loro carattere più tipico è riscontrabile anche in istituzioni i cui membri non hanno violato alcuna legge. Questo libro tratta il problema delle istituzioni sociali in generale, e degli ospedali psichiatrici in particolare, con lo scopo precipuo di mettere a fuoco il mondo dell’internato». Cosi scrive Goffman in apertura di Asylums. Egli realizza una descrizione impressionante di «ciò che realmente succede» in un’istituzione totale, al di là delle retoriche scientifiche, terapeutiche o morali con cui chi detiene il potere nell’istituzione giustifica la degradazioni degli esseri umani.

Goffman è consapevole che “lo staff di un’istituzione totale” detiene una posizione capace di produrre una «versione ufficiale della realtà» e dunque tra le varie versioni quest’ultima appare se non l’unica, la verità più forte e socialmente accettata. Da ricercatore obiettivo e buon sociologo, Goffman mette da parte tale punto di osservazione ed analizza cultura e struttura istituzionali che regolano l’interazione sociale perché “Ogni istituzione si impadronisce di parte del tempo e degli interessi di coloro che da essa dipendono, offrendo in cambio un particolare tipo di mondo: il che significa che tende a circuire i suoi componenti in una sorta di azione inglobante”. Tale azione avviene tramite il processo di spoliazione del sé di coloro che stanno “dentro” per renderli più plasmabili alla irreggimentazione della cultura istituzionale.

Solo nel riconoscere le asimmetrie di ruolo, di posizione sociale o di potere, che danno una certa impronta all’interazione sociale, può essere realizzata “l’analisi non sponsorizzata della situazione sociale di cui godono coloro che hanno autorità istituzionale – sacerdoti, psichiatri, insegnanti, poliziotti, generali, capi di governo, genitori, maschi, bianchi, cittadini, operatori dei media e tutte le altre persone con una posizione che permette loro di dare un imprimatur ufficiale a versioni della realtà”.

Goffman affronta l’istituzione totale dal punto di vista di coloro che la subiscono, mostrando la capacità degli internati o dei pazienti (e in generale dei «clienti» delle organizzazioni che pretendono di disciplinare la loro vita) di «resistere» alle mortificazioni e alle pratiche di spoliazione alle quali vi sono abituali.

Il libro raccoglie 4 saggi, quello “Sulle caratteristiche delle istituzioni totali” è il più interessante in quanto l’autore non intendendo eliminare le differenze tra le varie istituzioni esaminate, porta comunque alla luce i tratti comuni delle pratiche utilizzate. Goffman compila un’ampia lista di Istituzioni Totali:  istituti per ciechi, anziani, orfani o indigenti, ospedali psichiatrici, prigioni, penitenziari, furerie militari, navi, collegi, organizzazioni definite come «staccate dal mondo» che però hanno anche la funzione di servire come luoghi di preparazione per religiosi (abbazie, monasteri, conventi etc). Forse oggi questa lista potrebbe essere cambiata; è importante comunque riflettere su alcune caratteristiche per essere consapevoli se in qualche modo anche noi ne siamo dentro. Il grande contributo di Goffman infatti è stato portare alla luce logiche di gestione dell’ordine e pratiche di assoggettamento che vanno al di là del contesto manicomiale, mettendo dunque in evidenza il grande problema dell’istituzionalizzazione nella società moderna.

Il fatto cruciale delle istituzioni totali è dunque il dover «manipolare» molti bisogni umani per mezzo dell’organizzazione burocratica di intere masse di persone – sia che si tratti di un fatto necessario o di mezzi efficaci cui l’organizzazione sociale ricorre in particolari circostanze.

L’ingresso in un’istituzione totale segna per l’individuo l’inizio della sua “carriera morale”, ossia del “[…] progressivo mutare del tipo di credenze che l’individuo ha su di sé e su coloro che gli sono vicini”. Questo percorso inizia con una “spoliazione di ruoli”, ovvero una serie di perdite che mortificano l’identità dell’individuo fino a cancellarla.

Si perde l’autonomia delle proprie azioni e il potere dell’autodeterminazione attraverso una “rottura della relazione abituale fra l’individuo che agisce e i suoi atti”; ciò avviene attraverso un processo descritto dall’autore come “irreggimentazione” o “tiranneggiamento” nel quale  “anche i più piccoli segmenti dell’attività di una persona, possono essere soggetti alle regole e ai giudizi del gruppo dirigente. Ogni regola priva l’individuo dell’opportunità di equilibrare i suoi bisogni e i suoi obiettivi in un modo personalmente efficace, e lo fa entrare nel terreno della sanzione. È in questo senso che l’autonomia dell’azione viene violata”.

Lascio in nota ulteriori stralci presi dal libro nel caso il lettore abbia voglia di saperne di più, anche se consiglio una lettura completa in modo da comprendere profondamente quanto esposto da Goffman.

Letto il libro in un primo momento mi sono sentita come dentro il Castello di Kafka, poi ho cercato di respirare con calma e riflettere perché la società attuale mi fosse sembrata essa stessa un’istituzione totale.

Non è forse inglobante? Non agisce forse con un sistema di privilegi e punizioni che ci rendono sempre più manipolabili?

Ormai i media non ci permettono di conoscere i fatti sui quali sviluppare un’opinione personale ed in mano alle istituzioni totali contribuiscono a diffondere la paura,  condizionando chiunque. La paura blocca le reazioni dell’individuo, non lo fa riflettere in autonomia, può farlo addirittura regredire in forme di chiusura verso “l’altro” che la “verità ufficiale” induce a far credere essere l’ostacolo o parte in causa del declino sociale (es: xenofobia).

Quanto spazio è rimasto alla riflessione e alla nostra libertà di scelta?

La riforma della scuola, le ultime sul lavoro, la disoccupazione, a volte sembrano contribuire a creare una rete  che intrappola la crescita di generazioni presenti e future in un sistema di regole che impoveriscono la persona togliendone elementi di autonomia (come la cultura) e autodeterminazione personale, rendendola dunque ancora più ricattabile. Punizioni e privilegi!

José Luis Sampedro in un’intervista, oltre a denunciare l’economia capitalistica usata come unica giustificazione di punizioni e di privilegi, sostiene che la politica, l’economia e la religione sono sistemi ormai decadenti che non permettono la risalita.

“Nella prima infanzia ci insegnano a credere e poi a ragionare su quello che crediamo: è tutto a rovescio! In questo modo non si può avere libertà di pensiero ed espressione”.

Ma andando più sul sottile: quante pubblicità o altri strumenti sotterranei ci rendono vittime inconsapevoli di induzione psichica?

E’ uguale entrare in una libreria e scegliere un libro stando con sé stessi e impegnando del tempo ritenuto ormai inutile, o meglio ordinarlo su internet sulla base di scelta indotta da cookies perché “il grande fratello“ ha intercettato anche solo un nostro precedente acquisto on line?

Non sono anatemi alla Savonarola… non significa essere catastrofica, ma se sono riuscita a stimolare una riflessione, allora ho raggiunto il mio intento: tirarvi dentro a ciò che forse viviamo o subiamo.

Thomas Stearn Eliot disse: «In un mondo di fuggitivi, la persona che prende la direzione opposta sembrerà un disertore». Proviamo ad avere il coraggio a non adattarci, ad andare verso noi stessi: chi siamo veramente? Cosa vogliamo fare della nostra vita? Quanto spazio dedichiamo agli affetti o alla comunicazione profonda? Quante giustificazioni troviamo per non tentare neppure di modificare la situazione in cui ci troviamo, per non uscire dalla cosiddetta “zona di confort”! Qual è il nostro senso di giustizia e come agiamo per essere coerenti con esso, anche se questo può voler dire andare contro il sistema?

Togliere la maschera, guardarci onestamente allo specchio, quanto ci costa?

Forse sembreremo degli stupidi, forse saremo etichettati come dei pazzi o giudicheremo noi stessi “fuori dal mondo” rimproverandoci ad ogni caduta, ma almeno avremo provato a vivere a nostro modo nel rispetto dell’altro mantenendo la nostra individualità: questo è fare la differenza. La libertà è la più grande conquista umana, la libertà di essere, di esprimerci coerentemente con ciò che si è. Forse questa oggi è la vera follia da vivere.

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Follia & SocietàCB Follia e società02052018 (2)

Oltre un anno fa’ con il progetto INQUIETA IMAGO ho riflettuto sulla follia con una serie di opere pittoriche ed una performance teatrale.

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CB Follia e società02052018Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza
Erving Goffman
Traduttore: F. Basaglia
Editore: Einaudi
Collana: Piccola biblioteca Einaudi. Big
Anno edizione: 2010
Pagine: 415 p., Brossura
EAN: 9788806206017

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Morte del sergente Hartman
da “Full Metal Jacket” – scena della morte del sergente Hartman e successivo suicidio del soldato “palla di lardo”

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Stralci dal libro di Goffman  “Asylum – le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza”

Nelle istituzioni totali c’è una distinzione fondamentale fra un grande gruppo di persone controllate, chiamate opportunamente «internati», e un piccolo staff che controlla.

Il ricoverato è escluso, in particolare, dalla possibilità di conoscere le decisioni prese nei riguardi del suo destino. Che ciò accada nel campo militare (viene allora nascosta agli arruolati la destinazione del loro viaggio) o medico (si nasconde la diagnosi, il trattamento e la lunghezza della degenza prevista per i pazienti tubercolotici), questa esclusione pone lo staff ad un particolare punto di distanza dagli internati, conservando una possibilità di controllo su di loro. La frattura fra staff e internati è una delle più gravi implicazioni della manipolazione burocratica di grandi gruppi di persone.

Le istituzioni totali sono incompatibili anche con un altro elemento fondamentale nella nostra società, la famiglia.

La vita familiare è talvolta in contrasto con la vita del singolo; tuttavia i conflitti più reali si evidenziano nella vita di gruppo, dato che coloro che vivono, mangiano e dormono nel luogo di lavoro con un gruppo di compagni, difficilmente possono avere una vita familiare particolarmente significativa. Al contrario, invece, il fatto di avere la famiglia, separata dal luogo di lavoro, consente ai membri dello staff di mantenersi integrati nella comunità esterna e di sfuggire alla tendenza inglobante della istituzione totale.

Nella nostra società esse sono luoghi in cui si forzano alcune persone a diventare diverse: si tratta di un esperimento naturale su ciò che può essere fatto del sé

La recluta è sottoposta ad una serie di umiliazioni, degradazioni e profanazioni del sé che viene sistematicamente, anche se spesso non intenzionalmente, mortificato.

La prima riduzione del “sé” viene segnata dalla barriera che le istituzioni totali erigono fra l’internato e il mondo esterno. In molte istituzioni totali il privilegio di ricevere visite o di uscire dall’istituto per andare a trovare qualcuno, è all’inizio totalmente negato, il che produce nella nuova recluta una prima profonda frattura con i propri ruoli passati, con conseguente percezione di spoliazione dei ruoli. Quantunque alcuni ruoli possano essere ricostruiti dall’internato se e quando egli faccia ritorno al mondo, è chiaro che altre perdite risultano irreversibili e come tali possono venire dolorosamente esperite. Può non essere possibile rifarsi – ad una fase più tarda della vita – del tempo che non si è potuto spendere nel coltivarsi, nel far carriera, nel far la corte a qualcuno, nell’educare i propri figli. Un aspetto legale di questa spoliazione permanente è evidente nel concetto di «morte civile»( …). L’internato si trova dunque a perdere alcuni ruoli a causa della barriera che lo separa dal mondo esterno.

Una volta che l’internato sia spogliato di ciò che possiede, l’istituzione deve provvederne un rimpiazzamento, che tuttavia consiste in oggetti standardizzati, uniformi nel carattere ed uniformemente distribuiti.

Al momento dell’ammissione, la perdita di ciò che è la propria identità, può impedire all’individuo di presentare agli altri la sua usuale immagine di “sé”. Dopo l’ammissione l’immagine di sé che egli propone viene “attaccata” in altro modo. Qualunque sia la forma o l’origine di questi diversi tipi di umiliazione, l’individuo deve sempre impegnarsi in attività le cui implicazioni simboliche sono incompatibili con il concetto che egli ha di se stesso.

Nella società civile, quando l’individuo diventa adulto, ha già incorporato modelli di riferimento socialmente accettabili per la maggior parte delle sue attività: il risultato della correttezza delle sue azioni si evidenzia soltanto a certe scadenze, come, ad esempio, quando viene giudicata la sua produttività.

L’internato non può sfuggire facilmente alla pressione del giudizio ufficiale e all’azione inglobante della situazione. Un’istituzione totale è come una scuola di alta classe, che abbia molti perfezionamenti ma che in realtà risulti poco rifinita. Vorrei ora commentare due aspetti di questa tendenza all’allargamento del dominio attivamente imposto.

Primo, le imposizioni sono spesso strettamente legate all’obbligo di portare a termine un’attività, regolata all’unisono con gruppi di compagni internati. Ciò è talvolta definito come irreggimentazione. Le istituzioni totali spezzano o violentano proprio quei fatti che, nella società civile, hanno il compito di testimoniare a colui che agisce e a coloro di fronte ai quali si svolge l’azione, che egli ha un potere sul suo mondo – che si tratta cioè di persona che gode di autodeterminazione, autonomia e libertà d’azione «adulte».

Inoltre, la tensione psicologica spesso provocata dalle aggressioni al “sé”, può anche essere determinata da qualcosa che non viene percepito come strettamente legato ai territori del “sé” – ad esempio perdita del sonno, cibo insufficiente, o impossibilità di prendere decisioni.

Nelle «regole di casa», viene stabilito un sistema di prescrizioni e proibizioni, relativamente esplicite e formali, che definiscono lo schema dei bisogni dell’internato. Secondo, in questa rigidità d’ambiente viene offerto un esiguo numero di compensi o di privilegi, esplicitamente definiti come tali, in cambio dell’obbedienza – materiale e psicologica -allo staff.

La costruzione di un mondo attorno a questi privilegi forse non è uno degli elementi più importanti della cultura dell’internato, e tuttavia è qualcosa che non può essere facilmente capita da chi vive nel mondo esterno, anche se si tratta di persone che hanno avuto, in precedenza, esperienze analoghe.

Il terzo elemento nel sistema dei privilegi è costituito dalle punizioni, che sono designate come la conseguenza di un’infrazione alle regole. Punizioni e privilegi sono essi stessi modalità organizzative, tipiche delle istituzioni totali.

Bisogna inoltre notare che nelle istituzioni totali i privilegi non corrispondono a ciò che si considera come privilegio nel mondo esterno (profitti, favori o valori) ma semplicemente all’assenza di privazioni cui nessuno presume, abitualmente, di dover sottostare. Terzo, punizioni e privilegi vengono inglobati in una sorta di sistema di lavoro di tipo residenziale.

Il sistema dei privilegi e i processi di mortificazione fin qui trattati, rappresentano le condizioni cui l’internato deve adattarsi, per fronteggiare le quali escogita mezzi individuali, oltre alle azioni eversive di carattere collettivo. Lo stesso internato userà forme diverse di adattamento, nelle diverse fasi della sua carriera morale, quando addirittura non ne alternerà i modi contemporaneamente.

Gli internati devono essere spinti ad autodeterminarsi in un modo manipolabile, e, perché ciò possa essere ottenuto, si deve definire sia la condotta desiderata che quella indesiderata, come derivanti dalla volontà e dal carattere personale dell’internato stesso; qualcosa dunque su cui egli stesso può agire.

Dati il tipo di internati che hanno in carico, e il trattamento cui devono sottoporli, lo staff tende a sviluppare ciò che potrebbe essere definito come una teoria della natura umana. Implicitamente presente nella finalità istituzionale, questa teoria razionalizza le attività, provvede un mezzo sottile per mantenere la distanza sociale dagli internati, e un giudizio stereotipato su di loro, giustificando il trattamento cui sono sottoposti.

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Un’organizzazione strumentale formale si sostiene in base alla sua capacità di strumentalizzare coloro che ne fanno parte; si devono usare mezzi stabiliti e si deve tendere a fini stabiliti.

L’ideologia della nostra società ci suggerisce che colui che fa parte di un’organizzazione possa collaborarvi volontariamente per mezzo di «valori comuni», attraverso i quali gli interessi dell’organizzazione e del singolo si fondono sul piano concreto così come sul piano strategico.

Nella nostra società, quindi, come probabilmente in alcune altre, un’organizzazione formale strumentale non strumentalizza soltanto l’attività dei suoi membri, ma delinea anche quelli che sono considerati i livelli di assistenza adatti, i valori comuni, gli incentivi e le penalità.

Ben strutturato negli ordinamenti sociali di un’organizzazione, c’è quindi un giudizio totalizzante su colui che vi partecipa – e non si tratta soltanto di un giudizio su di lui in quanto membro dell’organizzazione, ma in quanto essere umano.

Ogni istituzione sociale esige ufficialmente dai suoi partecipanti ciò che le spetta.

 Al di là di queste imposizioni grandi o piccole che l’organizzazione fa sull’individuo, coloro che la dirigono avranno un concetto implicitamente totalizzante di ciò che deve essere il suo carattere, perché queste pretese organizzative gli risultino consone.

Lo stigma di malato mentale e il ricovero coatto sono i mezzi con i quali rispondiamo a queste offese contro la correttezza.

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Follia & Società

CB Follia e società02052018 (2)

Oltre un anno fa’ con il progetto INQUIETA IMAGO ho riflettuto sulla follia con una serie di opere pittoriche ed una performance teatrale.

La follia mi ha sempre incuriosito forse perché i miei artisti preferiti hanno avuto brevi o lunghi soggiorni in manicomio o forse perché ho sempre pensato che se fossi vissuta 50 anni prima, avrei rischiato di finirci anch’io. Per molto tempo mi sono data solo questa risposta, ridendoci sopra, come molto spesso sorridendo ho anche pensato che se fossi vissuta in epoca medievale sarei stata messa al rogo come strega.

Vi chiederete: che c’entra?

C’entra, c’entra ma per favore non banalizzate le mie parole pensando subito alla sindrome da Calimero. C’entra perché l’istituzione del manicomio come il processo alle “streghe” o altre azioni nella storia umana sono state frutto di una società che rifiutava il cosiddetto diverso per paura o perché comprenderlo significava mettere in discussione gli elementi fondanti la società stessa, mentre stigmatizzarlo permetteva semplicemente di sbarazzarsene in un modo o nell’altro: esclusione e segregazione!

Studiando la Storia della follia nell’età classica di Michel Foucault, Asylums – Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza di Erving Goffman e la rivoluzione fatta da Basaglia compresi che gli anni ’60 e ’70 segnarono lo sguardo di chi ha voluto comprendere realmente le ragioni dell’esclusione sociale o della malattia mentale.

Basaglia sostenne: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”.

E ancora Basaglia: “una cosa è considerare il problema una crisi, e una cosa è considerarlo una diagnosi, perché la diagnosi è un oggetto, la crisi è una soggettività”. Basaglia ha tenuto conto, nella sua pratica di psichiatra, della riflessione di Foucault che ha ridato un volto umano alla storia della follia, in quanto quest’ultima non è solo storia nosografica: tra le tante testimonianze e documenti addotti nella sua ricerca Foucault presenta infatti le storie ed i testi di artisti come Artaud. Foucault con mosse da vero e proprio “archeologo” ha ricostruito il filo conduttore che ha rivoluzionato la concezione della follia e dell’internamento. La storia della follia è frutto di variabili politiche, filosofiche e sociali delle varie epoche quindi è fondamentale uscire da una misera oleografia psichiatrica.

Il tema della follia è complesso e dovrebbe essere compreso profondamente giacché l’Italia ha il primato di aver chiuso i manicomi, con la legge Basaglia del 1978. Dibattendo con persone molto più preparate di me o in prima linea perché coinvolte in campo, so che il progetto voluto da Basaglia non è stato completamente realizzato e le strutture e/o i processi che avrebbero dovuto sostituire l’istituzione manicomiale sono tuttora carenti creando difficoltà nel quotidiano di tutti coloro che sono direttamente ed indirettamente coinvolti in situazioni di disagio.

Non voglio percorrere questo punto di osservazione della tematica, non avrei né la conoscenza adeguata né le stellette in campo; vorrei invece continuare la mia riflessione dal punto di vista umano. Perché umanamente siamo tutti dentro o fuori. Come si qualifica la normalità o come la follia in un individuo? Perché questo disagio diffuso? Una volta la follia era appannaggio solo di artisti o santi – scherzi a parte, forse oggi più che di follia si parla di disagio o alienazione ma nella sostanza arrivano sempre più frequentemente notizie su atti estremi compiuti da persone che apparentemente si comportavano fino al giorno prima in una maniera coerente alle aspettative della società odierna e che l’opinione pubblica il giorno dopo etichetta impersonalmente e licenzia banalmente come “atto di follia o atto di un folle”.

La comprensione di noi stessi del disagio che ci circonda o ci appartiene, non può essere sviluppata senza un’adeguata consapevolezza di ciò che sta succedendo. Come possiamo licenziare velocemente ciò che ascoltiamo dai notiziari esprimendo semplicemente pena per le condizioni del recluso o parole  di condanna dell’atto del folle???

Cosa sta succedendo e cosa ci sta succedendo?

Tanti anni fa mi chiesi: Cosa mi sta succedendo?

Ho dovuto chiedermelo spesso: come artista volo nella mia espressione creativa e nella sensibilità che trapassa il reale e lo trasforma in significante. La parte razionale esausta si barcamenava costantemente contenendo la prima in sofferenza, senza ricevere da me una spiegazione in questo quotidiano in cui il materialismo che ormai pervade ogni ambito, annienta ogni spiritualità e concezione più elevata ed immateriale della vita e inaridisce qualunque anima. Parole poetiche e romantiche queste, che però non riuscivano a darmi una lettura dei fatti concreta. Non riuscivo a spiegare il mio giudicarmi o il sentirmi tanto estranea alla contemporaneità. In questo senso il libro di Goffmann mi è venuto in aiuto dandomi l’occasione di riflettere anche su quanto sta accadendo oggi:

«l’attore sociale è soprattutto un virtuoso della sopravvivenza in un mondo quotidiano irto di pericoli potenziali per il suo rispetto di sé o, ciò che è la stessa cosa, per il rispetto “del suo sé”»

Un tema di identità dunque che viene messa pesantemente a rischio in un’istituzione totale. Si potrebbe dire che le istituzioni totali sono solo quelle “chiuse”; ma se la nostra società odierna si stesse trasformando essa stessa in un’istituzione totale, cosa sarebbe di noi? Come potremo distinguere i comportamenti autentici da quelli adattivi di sopravvivenza? Come potremmo avere la chiara immagine del nostro sé, distinguendola dal giudizio che incorporiamo dall’istituzione totale? Come reagiremmo nel momento in cui il mondo che ci è stato inoculato entrasse in contraddizione con quel poco che rimane della nostra parte più profonda ed autentica, e non capissimo più nulla?

A volte il giudizio è il prodotto “della distanza sociale fra chi giudica e la situazione in cui il paziente si trova e non dalla malattia mentale”. A volte invece di comprenderci, giudichiamo di star perdendo il senno a causa di stereotipi culturali e sociali che, in realtà, sono spesso psichiatricamente ritenuti un semplice e temporaneo sconvolgimento emotivo in una situazione stressante.

Il punto è che oltre al processo dell’accettazione di sé, auspicato da filosofie, religioni ed altre discipline, è necessario capire perché non ci accettiamo o qual è la strada per rinforzare la nostra identità.

La nostra società somiglia sempre più ad un’istituzione totale dunque dovremmo accorgerci dei meccanismi di spersonalizzazione del sé per difenderci e proteggerci e aiutare o sostenere chi è accanto a noi, processo inevitabile se vogliamo usare congiuntamente le lenti della razionalità e quelle dell’empatia.

CB Follia e società02052018****************************

Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza
Erving Goffman
Traduttore: F. Basaglia
Editore: Einaudi
Collana: Piccola biblioteca Einaudi. Big
Anno edizione: 2010
Pagine: 415 p., Brossura
EAN: 9788806206017

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Follia & Società

Oltre un anno fa’ con il progetto INQUIETA IMAGO ho riflettuto sulla follia con una serie di opere pittoriche ed una performance teatrale.

La follia mi ha sempre incuriosito forse perché i miei artisti preferiti hanno avuto brevi o lunghi soggiorni in manicomio o forse perché ho sempre pensato che se fossi vissuta 50 anni prima, avrei rischiato di finirci anch’io. Per molto tempo mi sono data solo questa risposta, ridendoci sopra, come molto spesso sorridendo ho anche pensato che se fossi vissuta in epoca medievale sarei stata messa al rogo come strega.

Vi chiederete: che c’entra?

C’entra, c’entra ma per favore non banalizzate le mie parole pensando subito alla sindrome da Calimero. C’entra perché l’istituzione del manicomio come il processo alle “streghe” o altre azioni nella storia umana sono state frutto di una società che rifiutava il cosiddetto diverso per paura o perché comprenderlo significava mettere in discussione gli elementi fondanti la società stessa, mentre stigmatizzarlo permetteva semplicemente di sbarazzarsene in un modo o nell’altro: esclusione e segregazione!

Studiando la Storia della follia nell’età classica di Michel Foucault, Asylums – Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza di Erving Goffman e la rivoluzione fatta da Basaglia compresi che gli anni ’60 e ’70 segnarono lo sguardo di chi ha voluto comprendere realmente le ragioni dell’esclusione sociale o della malattia mentale.

Basaglia sostenne: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”.

E ancora Basaglia: “una cosa è considerare il problema una crisi, e una cosa è considerarlo una diagnosi, perché la diagnosi è un oggetto, la crisi è una soggettività”. Basaglia ha tenuto conto, nella sua pratica di psichiatra, della riflessione di Foucault che ha ridato un volto umano alla storia della follia, in quanto quest’ultima non è solo storia nosografica: tra le tante testimonianze e documenti addotti nella sua ricerca Foucault presenta infatti le storie ed i testi di artisti come Artaud. Foucault con mosse da vero e proprio “archeologo” ha ricostruito il filo conduttore che ha rivoluzionato la concezione della follia e dell’internamento. La storia della follia è frutto di variabili politiche, filosofiche e sociali delle varie epoche quindi è fondamentale uscire da una misera oleografia psichiatrica.

Il tema della follia è complesso e dovrebbe essere compreso profondamente giacché l’Italia ha il primato di aver chiuso i manicomi, con la legge Basaglia del 1978. Dibattendo con persone molto più preparate di me o in prima linea perché coinvolte in campo, so che il progetto voluto da Basaglia non è stato completamente realizzato e le strutture e/o i processi che avrebbero dovuto sostituire l’istituzione manicomiale sono tuttora carenti creando difficoltà nel quotidiano di tutti coloro che sono direttamente ed indirettamente coinvolti in situazioni di disagio.

Non voglio percorrere questo punto di osservazione della tematica, non avrei né la conoscenza adeguata né le stellette in campo; vorrei invece continuare la mia riflessione dal punto di vista umano. Perché umanamente siamo tutti dentro o fuori. Come si qualifica la normalità o come la follia in un individuo? Perché questo disagio diffuso? Una volta la follia era appannaggio solo di artisti o santi – scherzi a parte, forse oggi più che di follia si parla di disagio o alienazione ma nella sostanza arrivano sempre più frequentemente notizie su atti estremi compiuti da persone che apparentemente si comportavano fino al giorno prima in una maniera coerente alle aspettative della società odierna e che l’opinione pubblica il giorno dopo etichetta impersonalmente e licenzia banalmente come “atto di follia o atto di un folle”.

La comprensione di noi stessi del disagio che ci circonda o ci appartiene, non può essere sviluppata senza un’adeguata consapevolezza di ciò che sta succedendo. Come possiamo licenziare velocemente ciò che ascoltiamo dai notiziari esprimendo semplicemente pena per le condizioni del recluso o parole  di condanna dell’atto del folle???

Cosa sta succedendo e cosa ci sta succedendo?

Tanti anni fa mi chiesi: Cosa mi sta succedendo?

Ho dovuto chiedermelo spesso: come artista volo nella mia espressione creativa e nella sensibilità che trapassa il reale e lo trasforma in significante. La parte razionale esausta si barcamenava costantemente contenendo la prima in sofferenza, senza ricevere da me una spiegazione in questo quotidiano in cui il materialismo che ormai pervade ogni ambito, annienta ogni spiritualità e concezione più elevata ed immateriale della vita e inaridisce qualunque anima. Parole poetiche e romantiche queste, che però non riuscivano a darmi una lettura dei fatti concreta. Non riuscivo a spiegare il mio giudicarmi o il sentirmi tanto estranea alla contemporaneità. In questo senso il libro di Goffmann mi è venuto in aiuto dandomi l’occasione di riflettere anche su quanto sta accadendo oggi:

«l’attore sociale è soprattutto un virtuoso della sopravvivenza in un mondo quotidiano irto di pericoli potenziali per il suo rispetto di sé o, ciò che è la stessa cosa, per il rispetto “del suo sé”»

Un tema di identità dunque che viene messa pesantemente a rischio in un’istituzione totale. Si potrebbe dire che le istituzioni totali sono solo quelle “chiuse”; ma se la nostra società odierna si stesse trasformando essa stessa in un’istituzione totale, cosa sarebbe di noi? Come potremo distinguere i comportamenti autentici da quelli adattivi di sopravvivenza? Come potremmo avere la chiara immagine del nostro sé, distinguendola dal giudizio che incorporiamo dall’istituzione totale? Come reagiremmo nel momento in cui il mondo che ci è stato inoculato entrasse in contraddizione con quel poco che rimane della nostra parte più profonda ed autentica, e non capissimo più nulla?

A volte il giudizio è il prodotto “della distanza sociale fra chi giudica e la situazione in cui il paziente si trova e non dalla malattia mentale”. A volte invece di comprenderci, giudichiamo di star perdendo il senno a causa di stereotipi culturali e sociali che, in realtà, sono spesso psichiatricamente ritenuti un semplice e temporaneo sconvolgimento emotivo in una situazione stressante.

Il punto è che oltre al processo dell’accettazione di sé, auspicato da filosofie, religioni ed altre discipline, è necessario capire perché non ci accettiamo o qual è la strada per rinforzare la nostra identità.

La nostra società somiglia sempre più ad un’istituzione totale dunque dovremmo accorgerci dei meccanismi di spersonalizzazione del sé per difenderci e proteggerci e aiutare o sostenere chi è accanto a noi, processo inevitabile se vogliamo usare congiuntamente le lenti della razionalità e quelle dell’empatia.

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Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza
Erving Goffman
Traduttore: F. Basaglia
Editore: Einaudi
Collana: Piccola biblioteca Einaudi. Big
Anno edizione: 2010
Pagine: 415 p., Brossura
EAN: 9788806206017

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