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Opinioni di un clown di Heinrich Böll

04 CB Libri Opinioni di un clownHans si presenta: sono un clown. Il protagonista del romanzo proviene da una famiglia della borghesia in vista della cittadina di Bonn: gli Schnier. Gli Schnier sono “quasi nobili”, sono la famiglia del carbone della cui ricchezza però, i figli non hanno ricevuto niente, neppure da mangiare: risparmio ossessivo su qualsiasi cosa che non avesse una portata sociale; alla fine Hans mangiava meglio nel vitto del collegio!
Hans rifiuta il percorso di carriera che gli viene offerto dalla famiglia e decide di vivere facendo il clown. In fondo quando la distanza tra i principi morali e l’etica supera l’umana contraddizione, la realtà si trasforma in una farsa grottesca e un clown nella sua pantomima riesce a partecipare al gioco folle della vita. Hans vive girovago mettendo in scena “Predica cattolica e predica evangelica”, “Seduta di consiglio d’amministrazione”, “Traffico”.
Hans nasce e cresce non comprendendo le dinamiche del mondo contemporaneo. L’ipocrisia ferisce, e ferisce ancor di più quando per giustificare un comportamento, ci si costruisce sopra una morale a cui comunque può succederne un’altra se la prima non è più alla moda, così, senza alcuna responsabilità come “come se niente fosse”. Feriscono affermazioni prive di una qualunque umanità. In epoca nazista la sorella Henriette sedicenne viene mandata dalla madre, per il credo nazista, come volontaria nella Flak, incontro a morte certa; dopo la guerra la madre rinnega posizioni precedenti divenendo peraltro presidente di una società per la conciliazione dei contrasti razziali e la figlia non viene più nominata; alla morte di Georg, ragazzino saltato in aria nell’esercitazione con il “Panzerfaust” sente dire: “per fortuna che era orfano”.
Le ferite proseguono e tutto viene letto allo stesso modo: meglio essere un clown dalla vita anarchica libera dai cliché sociali o dagli obblighi formali imposti da una religione. Hans soffre, ora soffre soprattutto per la fine della relazione con Maria. Maria se ne è andata: dopo anni di convivenza e di amore non riusciva ancora ad accettare una vita non consacrata nel matrimonio.
Opinioni di un Clown o confessioni di un uomo che non si trova nel mondo che gli è toccato vivere. Non descriverò come conclude questo capolavoro: che i curiosi vadano fino in fondo e lo leggano per intero; per i pigri, genialmente l’autore Heinrich Böll, svela tutto nell’incipit: «Coloro ai quali non è stato annunciato nulla di Lui, lo vedranno; e coloro che non ne hanno udito parlare, lo intenderanno. “Romani”, 15, 21». Buona lettura!

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Opinioni di un clown
Heinrich Böll
Traduttore: A. Pandolfi
Editore: Mondadori, 2016, pp. XVI-232

EAN: 9788804670834

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Esercitare l’arte della scrittura

Confesso di non aver letto niente di Murakami Haruki prima di questo suo libro, per cui mi attengo a quanto lui scrive, senza far finta di aver letto 1Q84 (sic), L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio o L’uccello che girava le viti del mondo (ma che hanno tradotto?). Schivo e riservato come tanti giapponesi, con umiltà descrive qui il suo mestiere di scrittore. Perché per lui di mestiere si tratta: è riuscito a diventare un romanziere affermato e autosufficiente, ma per anni ha fatto altro per vivere e ha trasferito nel mestiere di scrittore l’impegno quotidiano di un lavoro comune. Si meraviglia che la gente non comprenda perché la mattina lui faccia un’ora di sport prima di lavorare per sei ore a tavolino come un impiegato. La gente gli scrittori se l’immagina sregolati e geniali, mentre il nostro, pur avendo avuto trascorsi bohèmien – nato nel 1949, si è formato negli anni ’60 – è un tipo regolato, pur critico verso la nipponica cultura efficientista. Eppure, proprio da bravo giapponese ha messo nel suo mestiere di scrittore una costanza e una determinazione che vanno ben oltre la disciplina: senza prendere appunti, organizza la sua mente come un gesuita e inizialmente lavora per sottrazione, selezionando dalla massa dei dati gli elementi di base, e in questo è figlio del buddismo zen. Ma deve far i conti anche con quanto esce dalla profondità, e in questo invece sembra ignorare Freud, almeno da come descrive in modo scarno il processo inconscio. Sorprende però la sua modestia: afferma che chi ha una cultura o un’intelligenza superiori è meglio si dedichi alla saggistica: è più logico ed economico concentrare un concetto in un saggio che disvelarlo nella complessa trama di un romanzo, e a favore della sua tesi nota quanta poca continuità nel romanzo abbiano avuto gli studiosi o gli specialisti di altri campi (ma lo conosce Umberto Eco?). Curiosa tesi la sua: il romanzo ha impiegato due secoli per sdoganarsi e lui lo riporta alla sua iniziale volgarità, come se Stockhausen ribadisse la dignità di un musicista di corte salariato. In realtà la sua idea di romanzo è – come dire – minimalista, e non per niente Murakami Haruki è anche il traduttore di Carver per il Giappone. Questo non toglie che da pochi, scarnificati elementi si costruisca lentamente una trama spessa, in un procedimento inverso a quello iniziale di sottrazione. Si tratta ora di aggregare al nucleo iniziale una serie di dati esterni e interiori altrimenti slegati. L’autore raccomanda di essere curiosi osservatori del mondo esterno, e in questo è facile il paragone con il pittore Hokusai. Questo processo richiede il tempo pieno: l’autore è arrivato tardi al romanzo lungo e scriverne uno significa per lui fare solo quello, senza distrazioni. E’ l’unico modo per crescere. Riesce a creare personaggi di ogni età e le adolescenti gli chiedono come fa ad entrare nel loro mondo. Pare che i suoi libri in famiglia li leggono tutti, dal nonno al nipote, dunque hanno un ampio respiro sinfonico. Ma lui scrive quello che vuole, non segue i gusti del pubblico. Questo è il segreto di ogni scrittore che accetti per i primi anni di passare quasi inosservato. Lui è stato scoperto grazie a un premio letterario – proliferano anche in Giappone – ma non farebbe mai parte di una giuria. Essere così individualisti per noi occidentali può anche essere normale, ma non lo è in Giappone. Un interessante capitolo descrive poi il tentativo – riuscito – di farsi conoscere all’estero, iniziando dal mercato americano. Asceta ma non sprovveduto, il nostro si trasferisce a New York e si appoggia a una squadra di professionisti dell’editoria. Lui da giovane leggeva i romanzi in inglese e ha tradotto molto, Carver, Chandler, in più accetta di parlare in pubblico e di essere intervistato, cosa che non fa mai in patria. Insomma, è uno stratega e i risultati non si faranno attendere. In Europa è arrivato dopo e i primi a leggerlo sono stati i Russi. In Italia direi che è un autore di nicchia. Ma è lo stesso Murakami a spiegare il successo dei suoi romanzi: sono letti soprattutto quando e dove sta avvenendo un cambiamento politico e sociale. Evidentemente sanno cogliere non tanto il movimento grande – stavo per dire la macroeconomia – ma quegli impercettibili movimenti che solo un osservatore attento e curioso sa notare, per poi orchestrarli in una partitura complessa. Tirando le somme, questo libro va letto per la sua semplicità. L’arte del romanzo di Henry James o di Gyorgy Lukàcs sono ormai quasi illeggibili, mentre il libro di Murakami è scarno e sincero. Forse chi lo legge non diventerà mai uno scrittore, ma almeno avrà risparmiato la quota di un costoso corso di scrittura creativa.

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Il mestiere dello scrittore
Murakami Haruki
traduzione di Antonietta Pastore
Editore: Einaudi, Torino, 2017 (ma ora anche Mondadori), pp. 186
Prezzo: 18,00 euro

EAN: 9788806232146

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Non fosse che… Oltretutto… Un bel giorno poi…

Correva l’anno 2008 e la casa editrice Fanucci lanciava sul mercato un romanzo intitolato “Il nome del vento” scritto dall’autore statunitense Patrick Rothfuss, primo capitolo della trilogia “Le cronache dell’assassino del re”. Un ottimo romanzo, corposo, ben strutturato, accolto positivamente dalla critica e dagli esperti del settore.
Il libro in chiave fantasy narra in flashback le vicende del giovane Kvothe, ora celato sotto le false vesti del taverniere Kote, il cui passato nasconde ben più di quel che il suo aspetto lascia credere.
Figlio di artisti nomadi e con ottima predisposizione all’apprendimento, Kvothe rimane orfano a causa dello sterminio della sua famiglia avvenuto per mano di oscuri e misteriosi esseri, i Chandrian.
Deciso più che mai a vendicarsi il giovane protagonista trova sulla sua strada un mentore che lo inizia alle arti “simpatiche”, una sorta di magia legata alla scienza. Da lì all’accademia il passo è breve e, passati i test di ingresso, Kvothe inizia la sua vita da studente poco modello, tra compagni altezzosi, professori diffidenti e amori mancati che, complice il suo carattere irruento, rendono non poco difficoltoso il suo percorso.
Le sue avventure dentro e fuori dall’accademia scorrono veloci tra le pagine, dove l’autore mette in mostra le sue ottime doti di narratore e il racconto si chiude lasciando presagire dei seguiti ancor più avvincenti.
Passano tre anni e nel 2011 Fanucci pubblica il secondo romanzo intitolato “La paura del saggio”, più lungo del precedente ma ancor più ricco ed avvincente, con Kvothe al suo secondo anno di accademia che viene allontanato a causa di gravi comportamenti che hanno messo in discussione la sua posizione. Il protagonista si ritrova alla corte di un ricco signore dove pian piano riesce a ritagliarsi un ruolo di spicco nell’ambiente, arrivando a svolgere anche importanti missioni. È nel corso di una di queste che incontra una dama del bosco che per un tempo indefinito lo trasporta in un mondo magico finché, ripresosi dal torpore insinuato dalla magia, riesce a tornare in sé per proseguire il suo percorso, ricco di ulteriori colpi di scena fino all’ultima pagina.
Arrivati a questo punto e grazie allo stile coinvolgente di Rothfuss, l’attesa per il terzo ed ultimo romanzo si preannuncia dura da sopportare e non resta che aspettare, con la speranza che il tempo scorra velocemente.
Le recensioni dei più esperti parlano chiaro, questa serie ha tutte le carte in tavola per ottenere un gran successo, tanto da venire paragonata alla saga di Harry Potter con tanto di possibile trasposizione televisiva o cinematografica, non fosse che…

Non fosse che passano uno, due, tre, quattro, cinque, sei e ormai sette anni ma del terzo romanzo non c’è traccia, se non qualche speculazione sul titolo prontamente smentita dall’autore. Capite? Neanche un titolo, chissà se almeno una storia… Rothfuss non ne fa parola da nessun parte, nessuna anticipazione né sul suo sito, né sui social, addirittura arriva a chiedere di non fare domande in merito. Morale? Molti pensano che il terzo libro mai arriverà e giunti a questo punto è un pensiero più che comprensibile. Oltretutto…
Oltretutto alzi la mano chi si ricorda per filo e per segno gli altri due romanzi!

Un bel giorno poi… Un bel giorno poi (2016) Mondadori salta fuori con la riedizione del primo romanzo passato sotto le sue grinfie, seguito a ruota a ottobre 2017 dal secondo romanzo. Al che sorge spontanea una domanda… Mondadori sa qualcosa che noi non sappiamo? È forse in arrivo un terzo romanzo? Dall’America nessuna notizia e nessun indizio.
Risposta: per non rischiare meglio non comprarne nessuno dei due perché, per quanto belli, il rischio che l’elenco dei lettori delusi si allunghi è alto. Consiglio: prendete nota e state all’erta, dovesse uscire il terzo sarà quello il momento giusto per comprarli tutti e tre. Fino ad allora potete unirvi anche voi al coro di voci che sui social dell’autore spinge per avere risposte e, soprattutto, pagine!

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Serie: Le cronache dell’assassino del re
(The Kingkiller Chronicles)
Autore: Patrick Rothfuss
Editore: Fanucci, 2008/2011 – Mondadori, 2016/2017

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