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Tumblr addio?

Per chi non la conosca, Tumblr è una piattaforma in rete simile a Istagram, dove convergono da una decina d’anni soprattutto le esperienze grafiche e fotografiche di tutto il mondo. Ora la doccia fredda: dopo il 17 dicembre Tumblr ha deciso di eliminare dal portale tutte le immagini sessuali non artistiche. Leggi: pornografia, ma non solo, visto che sono state censurate anche le foto erotiche del grande Grigori Galitsin. Sono leggibili le nuove regole, con esempi grafici che sembrano risalire ad altri tempi: il seno femminile è permesso solo se è una madre che allatta, o se è un quadro di un museo; la nudità è concessa in un contesto medico o elioterapico. Sembra di rivedere i ragazzi di una volta mentre sfogliano un atlante di anatomia per artisti o le riviste germaniche di nudismo balneare. Si sono attivati strani algoritmi che ovviamente prendono pure qualche buffa cantonata, ma conducono una folle operazione – si tratta di milioni se non miliardi di immagini – per bonificare un portale che nel migliore dei casi perderà molti clienti e quindi anche la pubblicità, diretta o indiretta che sia. Come il Codice Hayes, è una censura esterna alle istituzioni e per questo più efficace. Ora, il motivo di tale iniziativa non è chiaro, ma merita qualche commento. Il primo è che la censura è un fiume carsico che ogni tanto ricompare impetuoso, ma trova ormai un ambiente diciamo saturo: non c’è settore della nostra vita sociale che non sia sessualizzato, né si creda che questa sia un’esclusiva occidentale: proprio su Tumblr c’era anche ampio spazio per la pornografia islamizzante, soprattutto malese e indonesiana. Piuttosto, il vero problema della censura è che da anni sbaglia il proprio obiettivo: è ossessionata dal sesso ma miope di fronte alla violenza. Proprio su Tumblr ci sono una serie di blog che mostrano immagini di crimine violento, di sadismo, di tortura. Altri blog inneggiano al nazismo, all’intolleranza religiosa, all’islamismo aggressivo, allo sterminio della razza bianca e – viceversa- alla supremazia dei bianchi sui neri. Se le donne sono vestite, allora tutto è permesso? Strano criterio. E se difendiamo il diritto di opinione di un islamista o di un nazista, perché vietarlo a chi ha fatto del sesso la sua cultura? Fermo restando il limite del rispetto della persona (che, diciamolo, nel porno è raro: la donna è sempre passiva e disponibile), il problema non è drammatico. Rispetto alle censura di cinquant’anni fa il mondo è cambiato, ma non pe questo la società si è sfasciata, mentre l’imitazione della violenza è molto più pericolosa. E’ la violenza che permea i videogiochi, i rapporti sociali, il cinema. In prima serata si possono vedere anche atti violenti nelle varie serie televisive “poliziottesche”, ma una breve scena di nudo integrale nelle puntate de L’amica geniale è stata tagliata. Era davvero così pericolosa per le famiglie, quando qualsiasi bambino può andare in giro per la rete a imparare il Kamasutra? Per piacere, siamo seri.

Relax in Giallo

NdP AdN Relax in giallo 1Il massaggio è un’antica tradizione orientale, legata a complesse filosofie del corpo e dell’anima, e negli ultimi tempi si sono moltiplicate anche a Roma le sale di massaggio cinesi. Avete mai provato a suonare il campanello di questi locali sul piano stradale ma blindati verso l’esterno, da cui sembra che non esca mai chi ci lavora dentro? E quanto sono realmente professionali questi centri che aprono e chiudono di continuo? Quante ragazze che vi lavorano hanno un diploma credibile, leggibile e riconosciuto dalle nostre autorità? La protesta delle fisioterapiste nostrane ci rammenta il solito vuoto legislativo italiano. Mi sono divertito a leggere un articolo scritto da un certo Duilio La Tegola, “General Manager e Fondatore della Scuola di Massaggio Diabasi®”, che difende i professionisti italiani e spara a zero contro i centri cinesi su strada, coadiuvato dall’associazione culturale VIMO (Verifica Italiana Massaggi Orientali). Ne vien fuori una discreta competenza delle massaggiatrici cinesi, ma una carenza di formazione professionale come noi la intendiamo giuridicamente. Il progetto di questo signore? Testuale: “Conquistare la donna con il massaggio perfetto” OVVERO “La mia dura lotta per evitare che il maschio italiano frequenti i centri massaggio a luci rosse”. La prima parte del discorso è bizzarra: e perché non insegnare anche alle nostre mogli a fare i massaggi? Quanto all’altra metà della frase, si dà per scontato che in giro ci sia poca serietà.

Ma andiamo sul campo. Sempre sul piano stradale, come normali negozi, visti da fuori i NdP AdN Relax in giallocentri di massaggio sono tutti uguali. O meglio: quelli Thai sono più curati e più invitanti, mentre quelli cinesi al massimo mostrano una targhetta luminosa da quattro soldi con scritto “aperto” e un campanello dietro a un vetro oscurato. Si direbbe che l’allestimento lo curi sempre la stessa ditta. D’estate magari una delle ragazze siede sulla soglia armeggiando col telefonino, ma è raro che la porta sia aperta, quindi l’unica cosa da fare è suonare. Mi apre una ragazza e vengo smistato dalla mama-san, la quale mi indica il camerino dove entrare e dove mi seguirà la ragazza. Lo spazio interno sembra molto compartimentato e pieno di tramezzi. Pago anticipato (30 euro la mezz’ora, 50 se un’ora, zero scontrini) ed entro nella stanzetta assegnata. Sull’igiene di questi posti se ne sentono di tutti i colori, ma l’insieme mi pare pulito e profumato. La ragazza non veste con una tunica come mi aspetterei, ma indossa una specie di costume da bagno intero tutto attillato e indossa un paio di pantofole che si leva appena può. Una musica di sottofondo – cinese, ovviamente – è diciamo gradevole. La ragazza mi fa cenno di spogliarmi. Resto in slip, ma devo levare anche quelli. Chiedo di farmi una doccia, lei acconsente e mi passa l’asciugamano di carta. Una volta che mi sono asciugato mi fa sdraiare sul lettino pancia sotto e solo in quel momento mi accorgo che c’è un buco dove infilare naso e bocca per respirare. Chiedo alla ragazza il nome: Nora, anzi “Nòla”. Nome d’arte, ma almeno facile da ricordare.

Olio? – ma certo. Quale? E che ne so? Fai tu. Nel frattempo ascolto questa musica cinese commerciale e mi rilasso a pancia in giù. Il lettino è comodo e il lenzuolo pulito. Da fuori si sente la mama-san che parla ad alta voce con una delle ragazze; la voce è in acuto e la sta forse sgridando. Ma ormai vivo in un altro mondo, lontano dal traffico. Mi risveglia la voce di Nòla: “Massaggio nolmale o fòlte?” . Beh, meglio normale, la prima volta non si sa mai. Da questo momento le mani scorrono sulla mia schiena e lavorano le spalle con movimenti decisi e armoniosi, per poi scorrere lungo la spina dorsale. Le thailandesi conoscono i “punti” e premono su di essi, le cinesi no. Cerco di scambiare con Nòla quattro chiacchiere, ma conosce troppo poco la nostra lingua e la conversazione procede a pezzetti. In seguito tutti mi diranno che una massaggiatrice cinese conosce non più di dieci parole in italiano. Per fortuna quando dico “cervicale” capisce e le mani massaggiano il punto giusto. Praticamente ora mi si è seduta sulla schiena e in questo modo può gravare sulle sue braccia col peso del corpo. Altro olio è stato aggiunto e il mio collo viene strizzato come uno straccio. Il gioco si fa duro quando lei mi si para davanti in piedi e preme con le mani sulle mie spalle massaggiandomi con forza. Potrei aggrapparmi alle sue gambe ma non lo faccio. Poi saprò che le cinesine riconoscono i questurini perché non mettono mai loro le mani addosso!  Mi sento comunque meglio, anche se quando la ragazza inizia a usare avanti e indietro anche l’avambraccio mi rendo conto della sua forza fisica. Comunque non deve lavorare dieci ore in un ristorante cinese o star dietro a una macchina da cucire dentro un capannone sul Raccordo anulare. In questi centri il lavoro non è in fondo massacrante e tra un cliente e l’altro le ragazze sfogliano riviste o seguono i loro sceneggiati. Comunque, potrebbero fare anche le commesse o le parrucchiere, dipende solo da chi le ingaggia, sempre e solo cinese.

Si scende. Ottimo il lavoro sulle vertebre lombari, visto che come chiunque lavora in ufficio e guida ogni giorno, soffro di lombosciatalgia. Ma quando il massaggio arriva alle gambe e ai glutei, mi rendo conto che la ragazza ora sta saggiando le mie reazioni. Resto indifferente, non offro esca. Basterebbe un gesto minimo per sentirmi discretamente proporre qualche extra, ovviamente dietro una mancia che andrebbe tutta a lei. La padrona non obbliga nessuna delle ragazze, ma di fatto chiude un occhio: più loro arrotondano, più può comprimere la loro paga, che – per quanto ne so – è così distribuita: nessun mensile, per ogni cliente 30% a mama-san, 20% a loro. Finale? Mi sento realmente rilassato e forse tornerò.

 

Campo de’ Fiori: La Movida (2)

Una sera a casa di amici, ormai quasi tutti in età di pensione. Ognuno di noi abita all’altro capo di Roma – ma è ancora Roma? – e ogni tanto si organizza una rimpatriata; ormai i figli son grandi e vanno per conto loro. Stasera anche gente nuova, un paio di amiche di un’amica di mia moglie. Si chiacchiera, si commenta la cronaca. Si parla anche dei due carabinieri coglioni che a Firenze si sono approfittati delle due studentesse americane ubriache. Questa signora si ricorda pure di aver sentito da un’amica la storia di due ragazze canadesi che trent’anni anni prima si erano fatte sbattere a una festa da qualche parte a Campo de’ Fiori. E qui drizzo le orecchie: al Campo ci ho vissuto per anni prima di sposarmi. In più, sapendo bene l’inglese, ho spesso lavorato proprio con studenti americani. Brutta storia: le avevano fatte bere o molto probabilmente quelle avevano alzato il gomito da sole, ma c’era pure qualche canna di mezzo. La voce narrante quella serata se la ricordava benissimo: sul tardi era sconfinata in un “mezzo” stupro. Anche lei aveva bevuto, ma certo meno delle due straniere. Tanto per capirci, in genere sono brave ragazze, spesso figlie di professionisti, ma quando arrivano in Italia scoprono che possono bere tutto l’alcool che vogliono a qualsiasi ora e in qualsiasi quantità, col risultato di mettersi spesso nei guai.

E quella sera da Jane si era bevuto: sangrìa per la precisione, ma fatta in casa sul momento, quindi mescolando senza controllo. Jane era una brava giornalista inglese che viveva dietro ai Giubbonari, in un appartamento a stanzoni dove transitava di tutto: ospiti, amanti, più i colleghi della stampa estera. Di quella sera ricordo anche un paio di canne: se le passava un gruppo sbracato sul divano, mentre uno di noi cambiava i dischi. Quanto alle due canadesi, una delle due di certo si era già appartata con il fico di turno, li avevamo visti andare verso un’altra stanza. Ma l’amico non aveva perso tempo: afferrata per un braccio l’altra ragazza mentre era seduta a chiacchierare con uno studente italiano, la invitava a seguirlo. Quella non oppose resistenza, sia perché mezza ubriaca, sia per non lasciare l’amica da sola. Sparirono quindi nella stanza di cui sopra e chiusero la porta. Si sentivano voci e rumori, ma nessuno ci badava, complice anche un disco dei Led Zeppelin a volume alto. Chi raccontava questa storia ancora ricordava la faccia dell’italiano rimasto di merda quando gli avevano soffiato la “sua” canadese. Si ricordava persino i nomi. Anne era quella salita per prima, Juliette era invece quella sfilata sotto il naso allo studente. I due compari erano rimorchiatori navigati, lui sapeva parlar francese ma era troppo timido per farcela. Ovvero, forse gli poteva pure andar bene se non fosse salita altra gente, il che era improbabile: all’epoca gli stranieri residenti al Campo e a Trastevere – soprattutto americani, inglesi e australiani – il dollaro era alto – ma anche tedeschi, olandesi e qualche sudamericano – avevano casa sempre aperta, era normale sentir suonare alla porta alle ore più disparate: amici di passaggio, italiani in caccia, cinematografari, mezzi giornalisti e scrittori, gente che andava a cena con gli amici o ne ritornava. A questa fauna si aggiungevano mezzi artisti e morti di fame vari, spesso fidanzati con straniere, chi per un mese, chi da anni. Quelli che avevano suonato alla porta erano i classici italiani che piacciono alle straniere: belli (per loro), simpatici e un po’ mascalzoni. Né sfuggiva a un osservatore esterno la profonda attrazione che certe ragazze provavano per quel tipo di uomini.

Quella storia e soprattutto i dettagli non li avevo mai raccontati a nessuno: il timido studente rimasto in bianco ovviamente ero io. Ormai non lego più con le americane, forse proprio perché ci ho lavorato per anni: sono superficiali e trovo insopportabile il loro modo di parlare sguaiato e tanto simile ai cartoni animati. Ma all’epoca stavo dietro alle straniere mie coetanee, senza badare al passaporto: erano più libere delle compagne di scuola, non è come adesso. Ma torniamo indietro: una volta sentite le urla al piano di sopra e il trambusto che ne seguiva – più che altro una gran piazzata – me la filai all’inglese, temendo che un vicino chiamasse la polizia o che le due ragazze denunciassero tutti quanti. Ricordo ancora la frase idiota di una che stava in salotto: “che vai via?”. Che se la vedessero tra di loro: ero più deluso che incazzato e ormai la cosa non mi riguardava. La mia uscita di scena non la notò nessuno: nel frattempo chi si era accoppiato, chi sentiva la musica, chi fumava. Del resto a quei tempi era normale che i gruppi fossero molto mobili, stavo per dire liquidi, anche se poi qualcuno metteva pure su famiglia, come un calabrese che tenacemente otteneva dal governo danese l’ennesima borsa di studio. Era regolarmente fidanzato con una ragazzona bionda e anche simpatica e so che in seguito hanno avuto due figli. Ma da quel giorno divenni prudente: evitai per qualche tempo quella casa né parlai mai con alcuno di quella serata. Juliette poi che andasse aff.. : con me faceva la sostenuta e poi si era fatta sbattere da un altro. Neanche mi venne in mente che quella sera era stata violentata. Per tanti anni ho anche cercato di immaginare il giorno in cui qualcuno avrebbe rievocato quella storia, e quella persona ora stava davanti a me. Quella notte dunque era presente pure lei ma ora non mi aveva riconosciuto: col tempo un uomo perde i capelli e si veste in modo diverso. Ma neanche lei era riconoscibile, salvo far caso al tono della voce e a certe sue movenze ormai fuori moda, ma tipiche dei nostri bei tempi. Delle due canadesi aveva perso anche lei le tracce: erano poi ripartite, si erano scritte un paio di lettere e poi basta, nessun contatto.

A questo punto incrocio lo sguardo di mia moglie: capisce che le avevo nascosto qualcosa. A casa faremo i conti, anzi già in macchina.

Campo de’ Fiori: Errori di gioventù

Dopo tanti anni, rischiavo lo scandalo. Da giovane avevo scritto un romanzo molto trasgressivo, cercando di farlo pubblicare. All’epoca non c’erano ancora i blog, quindi facevo le fotocopie della stampata e le inviavo ai vari editori con una lettera d’accompagno. Mi firmavo con uno pseudonimo, allegando un indirizzo di comodo per il contatto. Poi mi sono fidanzato e in seguito ho messo su famiglia. Mai avevo parlato alla futura moglie della mia attività di scrittore notturno, né tantomeno querelai un editore che aveva nel frattempo pubblicato il mio manoscritto col nome di un altro. Fossi rimasto singolo, non ci avrei pensato due volte a passare alle vie legali, ma con una brava moglie non era il caso di alzare il sipario sul passato remoto. E’ vero che Foquet de Marseille, prima di diventare vescovo aveva da giovane scritto versi di amor cortese, ma nel suo ambiente erano considerati errori di gioventù su cui si sorvolava. Mia moglie invece sapeva al massimo che mi ero fatta qualche canna e che avevo avuto un paio di fidanzatine, ma se solo avesse ritenuto vero il 10% di quanto narravo in quel libro, sarebbe scappata. Ed ora il fulmine a ciel sereno: in una tesi di dottorato in storia della letteratura italiana degli anni ’70 un giovane studioso metteva seriamente in dubbio l’attribuzione all’autore di quel romanzo, diventato nel frattempo un best-seller, e la cosa era rimbalzata anche su Espresso e Panorama. Ineccepibili gli argomenti del giovane ricercatore: il romanzo era stato scritto da un romano e non da un bolognese, come si desumeva dall’analisi del testo: sintassi e lessico erano più vicini al romanesco che alle parlate emiliane, e alcune informazioni peraltro assai precise su luoghi e avvenimenti potevano invece esser state copiate da qualche fonte giornalistica. Fin qui niente di strano: lo fanno anche gli autori miliardari di best seller; solo che pagano chi lo fa per loro, mentre io ero invece solo un modesto artigiano. E da vero principiante, lasciavo tracce dappertutto, un po’ per sfida, ma anche per ingenuità. Facile sarebbe stato all’epoca risalire a me o almeno al mio ambiente attraverso una serie di dettagli assai precisi di cui si era ormai persa memoria, ma nessuno ci aveva pensato; del resto il romanzo era stato riscoperto dalla critica solo trent’anni dopo. E adesso, dopo tanto tempo, un ricercatore universitario ansioso di farsi notare riapriva il caso letterario.

Rilessi freneticamente il romanzo, di cui comunque tenevo ancora una copia da qualche parte. Non ci avrei dormito la notte, e a ragione. Se qualcuno avesse capito che di Roma si parlava, anzi di Campo de’ Fiori, il problema non era identificare chi all’epoca si portava a letto le studentesse americane dopo un paio di canne o mezzo litro di gin, o dove abitava la figlia del pittore cubano, o chi fosse la cicciona del mercato. C’era invece ben altro: la testimonianza di un omicidio archiviato. Nel romanzo si parlava di uno spacciatore che non era morto per overdose, ma per una dose intenzionalmente mortale. Chi spacciava all’epoca magari tagliava la roba da vendere con polvere di marmo o stricnina, ma per sé teneva eroina pura. Ma uno di loro doveva morire: aveva iniziato alla droga uno del mio palazzo e da un anno trovavo solo siringhe per le scale. Quando quel ragazzo con cui ero cresciuto insieme morì di overdose, tutti noi decidemmo di farla finita con loro. “Noi” eravamo gli altri giovani del palazzo, “loro” erano tutti quelli che continuamente salivano e scendevano le scale: tossici, spacciatori, ladruncoli, puttanelle varie, una fauna che impediva la vita normale agli altri a tutte le ore, notte compresa, tant’è vero che la sera staccavamo i citofoni. Ma quando il pusher morto finì sui giornali, ecco la sorpresa: lo stronzo che avevamo spedito all’inferno era figlio di un costruttore edile pugliese pieno di soldi e terre. Perché allora spacciava, pur non avendo bisogno di soldi? Forse per sentirsi potente e rispettato, o semplicemente per scoparsi tutte le ragazze che voleva, italiane o straniere che fossero. Ma quella notte fu tramortito per le scale con una spranga di ferro, solo per farsi iniettare in vena una pera, lui che non se ne era mai fatta una. Collasso cardiocircolatorio, così la relazione del medico legale. E la botta? Era caduto per le scale mal illuminate. Uno di meno. Questi i fatti di tanti anni prima. Ma se saltavano fuori testimonianze tardive – eravamo in gruppo – il caso si sarebbe arricchito di dettagli all’epoca ignoti. Ma del gruppo chi era rimasto? Dei tossici pochi, sicuramente erano tutti morti negli anni successivi, magari di epatite B o di Aids. E di noi? Tutti avevano da anni messo su famiglia e cambiato casa, ormai il Campo era troppo caro e incasinato. Testimoni capaci di parlare o interessati a farlo quindi non ve n’erano più. Ma nel romanzo si parlava anche di una polaroid scattata durante l’azione e conservata gelosamente da uno del gruppo. Se ne descrivevano anche i dettagli. Bei coglioni che eravamo! Ma era anche l’epoca in cui le BR si facevano la foto ricordo mentre sparavano al fratello di Peci e le prime coppie scoperecce compravano la polaroid per la rubrica “autoscatto” su Le Ore, quindi stavamo in buona compagnia. E poi, quella foto chissà che fine aveva fatto. E invece eccola che salta fuori. Non proprio quella, ma una molto simile. Una galleria d’arte ti presenta in esclusiva un’antologica di quartiere, “Scatti & Riscatti”, dove sono esposte foto in bianconero fatte negli anni Settanta e ritrovate qua e là, con qualche sconfinamento nel decennio dopo. Ingrandite, ecco tante immagini rigorosamente inedite che davano il quadro della vita sociale al Campo quando ero giovane. All’epoca i banchi del mercato erano almeno quattro volte quelli di adesso e ancora c’erano le stadère, abolite dagli euroscemi di Bruxelles. C’era la monumentale Marisona, pittoresca usuraia figlia di mignotta. C’erano sprazzi di cortei e manifestazioni dell’epoca. C’era Maria di Gaetano, la cassiera del cinema Farnese. C’era la sorella di Fabrizi, non la sora Lella ma l’altra, quella del banco prima del cinema Farnese. E poi le scene di bar: in una si riconosceva Cavallo Pazzo, al secolo Guido Appignani, artista e provocatore sempre ubriaco. Me lo ricordo benissimo quando era ospite di Eva, la madre di Toni lo Svedese, uno spacciatore in realtà finlandese. Ed ecco ora la foto che non volevo vedere: a un tavolino dell’Om Shanti, il bar che bucava i cucchiaini per non farseli fregare dai tossici, noi tre sediamo accanto alla vittima in atteggiamento cordiale. Questa era la prova che ci conoscevamo, mentre all’epoca noi tutti negavano di aver mai parlato con quel fetido individuo. Fottuti! Che fare a questo punto? Levar di mezzo la foto era improponibile, l’unica era sperare che nessuno la notasse o – peggio – ricollegasse uomini e cose.  Per ora i critici letterari stanno ancora litigando se quel mio libro sia ambientato a Roma o a Bologna e se l’autore sia ancora vivo. Qualcuno lo identifica con un noto giornalista ormai morto, altri con un funzionario di Polizia in pensione. Il dibattito è veramente interessante. L’importante è che non arrivino mai a Campo de’ Fiori.

 

Blue Moon

Tu di solito dove vai?” – “Da nessuna parte, sono sposato”. Sto al Blue Moon, storico locale di strip-tease al centro, una volta cinema per i soldati del vicino distretto militare, oggi totalmente rinnovato. Sono entrato alle 17 ma fino alle 18.30 c’è solo il film, un pornazzo d’epoca: recitano Barbarella e un clan di pornostar vecchio stile, il set è forse una villa all’Olgiata. “Ti piace film?” “Beh, è roba vecchia”. Non solo: le scopate sono casuali e i dialoghi sembrano scritti in coma etilico. La ragazza che mi si è seduta a fianco e mi liscia il pelo è una giovanissima russa molto carina e per niente volgare, né le chiedo da dove viene perché l’accento è chiaro. Mi volto: le ragazze di sala sono almeno tre, ma per ora siamo solo in quattro, in attesa dello spettacolo. La mia amichetta mi propone di appartarci per 60 euro, ma non ho soldi. “Anche carta di credito”. No, perché sto in rosso e la banca me la blocca. Vero. Comunque ormai ho capito come funziona. Ovviamente lei mi saluta e se ne va. La ringrazio.

Due parole sul locale: mi aspettavo un buco e invece è molto ampio, con teatrino, pedane, pali per lap-dance, poltrone, divani, un bar e persino una tenda orientale per chissà quali trasgressioni. Tutto è pulito, ben illuminato e anche l’impianto delle luci è perfetto. Per entrare ho pagato solo 10 euro e posso teoricamente restare fino alle 4 del mattino. Dalle 18.30 in poi sul palco e tra i divani si alterneranno almeno cinque o sei artiste, ma ho tempo per apprezzarne una sola. La quale è una bruna atletica e panterona, ovviamente sensuale e generosa: il corpo alla fine, velo dopo velo, è stupendo e del resto quando ti passa davanti a un millimetro di distanza è assurdo non accorgersene. Cicciolina e Moana molti anni fa iniziarono qui la loro carriera, e del resto una delle ragazze che stasera si spoglieranno si definisce orgogliosamente “pornostar”. In fondo, a parte i soldi, a spingerti sul palco e davanti a una videocamera è l’esibizionismo che ti porti dentro da quando sei nata. Quanto a me, volevo solo passare un paio d’ore senza pensieri, ma mi accorgo che certi spettatori in sala conoscono benissimo tutte, quindi ci vengono spesso e hanno persino una certa confidenza. In fondo qui è tutto open: niente tessere, niente trappole, tariffe chiare. Ma per avere prezzi così bassi vuol dire che i tempi non sono più quelli di una volta. E’ un po’ la sorte dei cineclub: nel secondo millennio ne restano pochi ma buoni.