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Navigatores

Qui a Roma, per trovare una segnaletica razionale bisogna andare all’Ikea. Almeno questa è l’opinione di chi guida. Ormai se non mi perdo più o non imbocco l’uscita sbagliata della tangenziale, del raccordo anulare, della galleria Giovanni XXIII o del sottopasso di piazza Fiume, è solo perché alla fine ti fai le ossa con le stesse strade. Non importa che i cartelli stradali siano messi nei punti sbagliati o non ci siano dove servono, né è considerato criminale mettere in galleria cartelli leggibili solo a due metri dal bivio, sempre che tu riesca a scalare le marce: alla fine conta solo l’esperienza. Ma torniamo all’Ikea. Prima ne ho lodato la segnaletica, ma parlavo di quella interna, realmente da manuale. All’esterno è diverso: i parcheggi del centro commerciale di Porta di Roma sono degni di Doom, quel videogioco pieno di passaggi.

Uscire dai parcheggi per tornare verso il centro significa poi quasi sempre ritrovarsi a Settebagni. E soprattutto, bisogna ricordarsi di dove abbiamo parcheggiato la macchina. Per farla breve, ho comprato da Ikea della merce voluminosa (scatole di cartone per imballaggio, codice Jaettene (jatevenne? Sui codici Ikea c’è da scriverci un libro, anzi l’hanno già fatto: si chiama La casa di cartone, di Alberto Moliterni) e mi sono ritrovato a duecento metri dalla macchina, da solo, senza possibilità di portare il carrello fuori della zona di scarico merce. Che fare? Come nella Roma antica, subito appare il “cliens” nella figura di un giovane immigrato.

Mi chiede dove ho la macchina. K12 rosso. La sua mente ormai ha la mappatura completa della zona e va sicuro della sua strada. Mi aiuta anche a caricare e ovviamente si merita una mancia. Come ti chiami? “Esperanza”. Bene, la prossima volta ti cerco io.

 

 

 

Verità e giustizia per Giulio Regeni, anno terzo

Per quanto tempo ancora si parlerà dell’omicidio di Giulio Regeni? Sicuramente fino a quando i caparbi genitori saranno in vita. Finché gli amici e il movimento spontaneo formatosi in questi anni sul suo orrendo caso ne sventoleranno ancora gli striscioni gialli, che anche amministrazioni pubbliche determinate hanno esposto davanti a sedi istituzionali. Uno striscione magari ritoccato, perché aveva nel tempo smarrito uno dei due princìpi che si rivendica per quello strazio: giustizia. Chiedere giustizia è un atto profondamente politico. Domanda allo Stato egiziano quell’approccio che non ha mai manifestato davanti all’oscura vicenda. Non saranno i comuni d’Italia, né Amnesty International fattasi promotrice della campagna, a riuscire a inchiodare il presidente al Sisi di fronte a responsabilità dei suoi apparati di sicurezza che risultano implicati nel rapimento, nell’efferata tortura, nell’assassinio del ricercatore friulano.  Direttamente neppure i governi italiani che in questi tre anni si sono succeduti possono a imporre alcunché agli omologhi d’oltre Mediterraneo. Chiedere giustizia sì. Possono, anzi debbono.

Lo potevano i premier Renzi e Gentiloni che, invece, dopo un inziale azione chiarificatrice hanno abbandonato ogni volontà di difesa anche della memoria d’un cittadino che ha finito i suoi giorni seviziato da sgherri di Stato. Lo può l’attuale presidente del Consiglio Conte che, invece, non s’occupa affatto della questione, al più delegando alla terza carica dello Stato, Roberto Fico, un appello ai Parlamenti d’Europa “per trovare la verità”. Meglio di niente, ma praticamente niente. Perché non è su questo terreno che l’Egitto risponde. Anche l’interruzione dei rapporti fra il Parlamento italiano ed egiziano (il dittatore Sisi conserva ancora il simulacro della democrazia rappresentativa) serve a poco. Diverso sarebbe l’interruzione dei rapporti diplomatici, durata un batter di ciglia nel 2016, e ovviamente ancor più il blocco di quelli commerciali. Ma tutto questo i governi italiani di prima, col Pd, e d’ora, con Cinquestelle e Lega, non lo fanno, perché Confindustria preme e gli interessi dei giganti dell’economia come l’Eni ancor più. Forse non si tratta neppure di don Abbondio della politica nostrana, che “il coraggio non se lo posson dare”.

I nostri politici sono cinici, di tante questioni se ne fregano. Valutano esclusivamente quelle che hanno un ritorno: elettorale, d’immagine, d’interesse, per quanto sull’interesse privato confezionano abitini  pubblici, lo mostrano i favori fra i leghisti ladroni della prim’ora (il clan Bossi) e l’attuale leadership d’un Carroccio che dalla Padania viaggia per tutta la penisola. E guarda ovviamente all’estero. A quelle terre dove imprese grandi e piccine della cosiddetta ‘Italia del fare’ fanno i propri affari. E’ qui che i legami fra Italia ed Egitto si saldano ancor più, anziché fermarsi per chiarire ragioni di Stato sull’omicidio d’un italiano nella capitale d’un Paese sedicente amico, da parte di poliziotti e agenti segreti egiziani che eseguivano ordini provenienti da apparati nazionali. Non solo le Istituzioni, i politici d’Egitto stanno impedendo da tre anni lo sviluppo d’indagini, la stessa magistratura locale non collabora con quella italiana e la ostacola come denunciato dai procuratori romani. Questo è il regime di al Sisi, che i Regeni d’Egitto li ha iniziati a far sparire, incarcerare, uccidere da molto tempo prima del nostro concittadino. E prosegue nell’opera. Se questo è un governo amico, chiediamo ai nostri governanti quale verità, quale giustizia si potranno ottenere.

 

Ricordare la Shoah in Italia

di Michela Beatrice Ferri

La risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria, ha designato il “Giorno della Memoria” come ricorrenza internazionale che viene celebrata ogni anno – a partire dal 2001 in Italia – il 27 Gennaio per ricordare, per commemorare, le vittime della Shoah.

Il 27 Gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Per quanto riguarda la Repubblica Italiana, gli articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definiscono così le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere».

Commemorare significa fare memoria assieme, fare memoria affinchè chi non ha visto, chi non ha conosciuto, possa sapere, possa essere educato alla Storia e quindi ai suoi errori, ai suoi drammi.

In Italia, le pubblicazioni e gli eventi dedicati al Giorno della Memoria sono un valido supporto allo studio, perchè è lo studio – l’osservazione, l’ascolto dei Testimoni – ad aiutare le nuove generazioni a capire, a essere consapevoli, a distinguere i vari momenti della Storia.

Vi è un evento di particolare importanza che va indicato: Domenica 27 gennaio, alle ore 15.00, in via Eupili (all’angolo Abbondio San Giorgio) verrà apposta una targa commemorativa per ricordare la Scuola Ebraica di via Eupili che accolse bambini, ragazzi, docenti, personale espulsi dalle scuole del Regno d’Italia per volere del regime fascista : una scuola nata dalle leggi razziali. Questo evento è parte del progetto “Milano è memoria”, che contribuisce a coltivare la memoria storica e critica delle istituzioni e degli avvenimenti della città. Nel caso della ex Scuola Ebraica di via Eupili il Comune assieme alla Comunità ebraica di Milano e alla Fondazione CDEC, hanno preso l’iniziativa di apporre una targa a ottant’anni dalla emanazione della prima norma antiebraica del fascismo che riguardò la scuola (L 5 gennaio 1939, n. 94, Conversione in legge del Regio decreto-legge 23 settembre 1938-XVI, n. 1630, concernente l’istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica – GU n. 31, 7 febbraio 1939).

Vi sono state, e continuano a avere luogo, le testimonianze dei sopravvissuti, di chi conserva ancora la forza per raccontare – instancabili testimoni della Storia: Liliana Segre, Goti Bauer, Sami Modiano, e altre figure quali Pietro Terracina e Nedo Fiano. Ricordiamo i testi: di Nedo Fiano “A5405” (Edizioni San Paolo, 2018), di Sami Modiano, “Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili” (Rizzoli, 2014), di Liliana Segre con Enrico Mentana, “La memoria rende liberi” (Rizzoli, 2015), di Liliana Segre con Daniela Palumbo “Scolpitelo nel vostro cuore. Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella memoria” (Piemme, 2018), di Liliana Segre con Emanuela Zuccalà, “Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre, una delle ultime testimoni della Shoah” (Paoline, 2013), di Alberto Mieli con Ester Mieli, “Eravamo Ebrei” (Marsilio, 2016).

La testimonianza di Liliana Segre ci riporta ad un significativo anniversario: 75 anni fa, il 30 Gennaio 1944, la partenza dal Binario 21 dei sotterranei della Stazione Centrale di Milano di quel convoglio diretto ad Auschwitz, su cui la tredicenne Liliana e suo padre Alberto Segre furono caricati a calci e pugni – fu il treno merci su cui vissero il viaggio della deportazione. All’ingresso di quel luogo che oggi è il Memoriale della Shoah, ecco il grande muro grigio con l’enorme scritta «Indifferenza», suggerita e voluta da Liliana Segre.

È il coraggio dei testimoni della Shoah di raccontare, di rivivere ciò che hanno vissuto nei Lager nazisti, il fondamento e il senso di queste Giornate della Memoria. Dopo le testimonianze di Liliana Segre a Milano, del giorno 15 Gennaio 2019 presso il Teatro degli Arcimboldi e del 22 Gennaio 2019 presso il Teatro alla Scala, sarà Sami Modiano a parlare agli studenti italiani della Shoah – Martedì 11 Febbraio 2019, presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano.

A questo proposito voglio ricordare le parole di Elie Wiesel (1928-2016), pronunciate a Boston nel 1998 in occasione della costituzione della “Associazione Figli della Shoah”: «Ci chiediamo che cosa succederà alla memoria della Shoah quando scomparirà anche l’ultimo sopravvissuto: i suoi figli saranno qui per continuare a testimoniare».

A raccogliere le voci dei testimoni della Shoah è il prezioso documentario “Memoria”, direct-to-video di “Forma International”, del 1997, diretto dal regista Ruggero Gabbai su soggetto di Marcello Pezzetti e di Liliana Picciotto – tra i massimi studiosi italiani della Shoah; una pellicola della Fondazione “Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Milano.

Nel film sono raccontate le testimonianze di circa 90 ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio, tra cui quella di Shlomo Venezia, di Rubino Romeo Salmonì, di Nedo Fiano, di Ida Marcheria, di Leone Sabatello, di Liliana Segre, di Alberto Mieli, di Goti Herskovits Bauer, di Settimia Spizzichino, di Piero Terracina, di Sabatino Finzi, di Elisa Springer, di Alberto Sed, di Mario Spizzichino, di Lina Navarro, di Virginia Gattegno, di Dora Venezia, di Raimondo Di Neris, di Matilde Beniacar, di Alessandro Kroo, di Dora Klein, di Luigi Sagi, di Elena Kugler. Il documentario tratta delle diverse fasi della Shoah italiana: dall’applicazione delle leggi antiebraiche del 1938, allo scoppio della guerra, dagli arresti nel 1943 alla deportazione ad Auschwitz, fino alla liberazione e al ritorno a casa. Il documentario “Memoria” verrà proiettato alle ore 19.00 di Lunedì 28 Gennaio 2019, presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano.

Studiosi di storia della Shoah hanno proseguito le loro ricerche dando vita a testi che costituiscono strumenti utili per conoscere la Shoah, per capire la questione storica e le sue conseguenze. A questo proposito, voglio indicare: di Liliana Picciotto, “Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah. 1943-1945” (Einaudi, 2017), di Michele Sarfatti, “Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione” (Einaudi, 2018), di Marcello Pezzetti, “Il libro della Shoah Italiana” (Einaudi, 2009), di Sergio Luzzatto, “I bambini di Moshe. Gli orfani della Shoah e la nascita di Israele” (Einaudi, 2018), di Anna Vera Sullam Calimani, “I nomi dello sterminio” (Einaudi, 2001), di Francesca Costantini, “I luoghi della memoria ebraica di Milano” (Mimesis, 2016), di Stefania Consenti, “Il futuro della memoria. Conversazioni con Nedo Fiano, Liliana Segre, e Piero Terracina, testimoni della Shoah” (Paoline, 2011), di Stefania Consenti, “Binario 21. Un treno per Auschwitz” (Paoline, 2010), di Frediano Sessi e Carlo Saletti, “Visitare Auschwitz” (Marsilio, 2011).

Dal Memoriale della Shoah di Milano alla Sciesopoli di Selvino in provincia di Bergamo: diversi sono i luoghi in cui in questi giorni ci si appresta a fare memoria, a ricordare ciò che è stata la Shoah e ciò che sono state le sue conseguenze. La Memoria è ravvivata anche attraverso i segni, i monumenti: la posa delle “Pietre di inciampo”; le “Stolpersteine”, così come le ha chiamate il suo artista creatore Gunter Demnig, per depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L’opera consiste nell’incorporare, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, piccoli quadrati blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone posta sulla faccia superiore. Un movimento – oltre che un’opera d’arte diffusa – che si pone come reazione ad ogni forma di negazionismo e di oblio, per ricordare tutte le vittime del Nazional-Socialismo, che per qualsiasi motivo siano state perseguitate: religione, razza, idee politiche, orientamenti sessuali. Anche quest’anno, in questi giorni, nella città di Milano avverrà la posa di altre “Stolpersteine”.

Pubblicato 26 Gennaio 2019
Articolo originale
da Frontiere

grazie a Leonardo Servadio

La telefonia infinita

Nell’odierno, sconvolgente paesaggio planetario in cui intere popolazioni sono irretite dal microschermo “smartphone” fino alla completa alienazione dell’individuo dal circostante, in questa alluvione dicevo, che tutto trascina con sé, dal petulante garzoncello al malfermo vecchiardo, dal miliardario al lavavetri, dalla duchessa alla “vaiassa” (c’è nella storia umana esempio più compatto e felice di democrazia totale?). In tutto ciò, lasciatemi allibire, io povero Diogene misantropo e sconosciuto, oltretutto nel riflettere filosoficamente sulla scomparsa del benemerito “homo sapiens” rimpiazzato ormai dalla nuova specie dell'”homo audiens”, mi chiedo: come si spiega il fenomeno del dialogo audioparlante che non conosce sosta né riposo né benefico silenzio?

 

Un dialogo (dovrei dire un monologo dal momento che vedo costoro parlare ininterrottamente tanto da farmi venire il sospetto che non ci sia nessuno all’altro capo!), un dialogo infinito, senza soluzione di continuità, comunque, dovunque, pur nei disagi più spericolati, nell’incerto equilibrio di un autobus affollato, alla guida (proibita!) nel mezzo di gorghi e ingorghi, nel buio di una sala cinematografica, ai funerali, trangugiando cibo e bevande, financo nei luoghi di decenza o nei grovigli erotici, ovunque!… E mi chiedo, possibile che costoro, all’apparenza ometti e donnette di poco conto, certo non protagonisti emergenti o come si dice nei telefilm americani “pilastri della comunità”, individui presumo non al centro di affollate mondanità, mi chiedo, con chi accidenti parlano dalla mattina alla sera, quali intricati e complessi rapporti sociali celano per giustificare l’eterna rissa telefonica tanto da doversi attrezzare di un buffo apparecchietto auricolare fisso per essere sempre disponibili al mono-dialogo?… Una volta questo essere sempre svegli e reperibili nella diuturna decisionalità era appannaggio di ricchi imprenditori, capitani d’industria, armatori, politici e diplomatici, grandi finanzieri e quant’altro!… Devo essermi perso qualcosa perché evidentemente non esistono più ometti e donnette che a quanto sapessi non avevano con chi spendersi se non con le quattro chiacchere di calcio al bar o col salumiere al mercato.

 

Oggi sono tutti in riga, in attesa della prossima telefonata che urge, anzi, che si accavalla e: “.. Aspetti in linea che la riprendo!”. Che dirvi? Devo invidiare tanta inesausta e ciarliera socialità o accarezzare il mio cellulare sordo e muto che spesso e volentieri tace?

 

La Repubblica Romana del 1849

di Riccardo Cochetti (*)

Era venerdì 9 febbraio 1849 da soltanto un’ora e mezza, quando centosettanta anni fa, al termine di una seduta durata 14 ore consecutive, l’apposita Assemblea Costituente approvò il decreto di instaurazione della Repubblica Romana, la cui cerimonia di proclamazione si sarebbe tenuta alle ore 15 del giorno stesso sulla Piazza del Campidoglio, che dichiarò “decaduto di fatto e di diritto” il potere temporale del papato.

I fatti precedenti ricordano come il crescente malcontento popolare nei confronti di Pio IX, il senigalliese Giovanni Mastai Ferretti, fosse definitivamente esploso nel luglio dell’anno prima, in quanto ritenuto responsabile della definitiva sconfitta dell’esercito piemontese a Custoza per aver rifiutato la partecipazione dello Stato Pontificio alla guerra contro l’Austria: con la speranza di riuscire a contenere la dilagante ostilità nei suoi confronti, aveva perciò nominato Capo del Governo il Conte Pellegrino Rossi, dalla fama di progressista. Il 15 novembre 1848, mentre si recava all’apertura della nuova sessione legislativa, Pellegrino Rossi rimase invece vittima di un agguato sulla scalinata del Palazzo della Cancelleria, allora sede del Parlamento, e morì accoltellato: quella stessa sera si ebbero addirittura cortei di manifestanti che inneggiavano all’omicidio, cantando “benedetta quella mano che il tiranno pugnalò”, mentre Garibaldi, ricevuta la notizia a Ravenna, si spinse immediatamente a scrivere, in una lettera inviata all’amico Carlo Notari a Livorno, che “quella pugnalata ha migliorato alquanto la nostra condizione e grazie a quel medicamento non saremo più accompagnati in Italia da guardie svizzere.”

Nel tardo pomeriggio del 24 novembre Papa Pio IX abbandonò in gran segreto il Quirinale, ormai assediato dalla popolazione inferocita, e scappò a Gaeta travestito da prete, per essere ospitato nel Regno delle Due Sicilie da Ferdinando II di Borbone, colui che era stato soprannominato Re Bomba per aver posto fine a colpi di cannone alla rivolta popolare di Messina.

Nella a dir poco imprevedibile situazione di una Roma senza Papa, la città e le sue nuove istituzioni laiche riuscirono a gettare le basi di una repubblica fortemente democratica ed insieme sovversiva, in quanto finalmente emancipata dal potere temporale della Chiesa, ma che durerà purtroppo soltanto cinque mesi a causa del successo dell’intervento militare francese volto a riconsegnare la Città eterna al Papa: nonostante la brevità, un momento storico visionario e di grandioso impegno politico, civile e di resistenza armata, durante il quale conversero generosamente in città patrioti da tutta Italia, la “meglio gioventù” di allora.

La Repubblica Romana rappresenta infatti un potente episodio fondativo della nostra storia patria, essendosi data come obiettivi fondamentali l’unità e l’indipendenza nazionale, ed uno dei momenti più alti del Risorgimento, che prefigurò anche rilevanti sviluppi dell’Italia moderna, quali l’adozione di un regime repubblicano, una Costituzione decisamente avanzata ed il contributo alla partecipazione di diverse categorie di cittadini, comprese le eroiche donne, anche se, incredibilmente, non ha tuttavia mai beneficiato di adeguate attenzioni storiografiche.

Il 21 e 22 gennaio 1849, incuranti della scomunica preventivamente lanciata da Pio IX contro organizzatori, elettori ed eletti, nelle elezioni per l’Assemblea Costituente circa 250.000 votanti, vale a dire un terzo degli aventi diritto, di cui 25.000 nella sola città di Roma, avrebbero poi scelto, con suffragio universale maschile, i propri 200 rappresentanti.

La neonata Repubblica Romana procede rapidamente a riforme di enorme significato ed impatto, quali la confisca dei beni ecclesiastici, l’abolizione del Tribunale del Sant’Uffizio (con la trasformazione del vergognoso edificio di Piazza della Minerva in abitazioni per le famiglie bisognose), l’abolizione della pena di morte, la cancellazione del monopolio del sale, del dazio sul macinato e delle tasse sulle patenti per l’esercizio dei mestieri, la riforma agraria (che comportò l’attribuzione a ciascuna famiglia di ventimila metri quadrati di terra agricola), l’introduzione dell’obbligatorietà dell’insegnamento primario finalmente sottratto al clero, la soppressione della censura preventiva e la concessione della piena libertà di stampa, l’istituzione del matrimonio civile e l’abrogazione della norma che prevedeva l’esclusione delle donne dalla successione. Una vera e profonda rivoluzione, che vide sorgere un’immediata opposizione da parte delle famiglie più ricche: i Barberini, i Chigi, i Teano, non solo si sottrassero al pagamento del prestito forzoso disposto per fronteggiare il debito pubblico di 46 milioni di scudi lasciato in eredità dal regime pontificio, ma arrivarono addirittura a promettere centomila scudi alle truppe che per prime avessero deposto il legittimo governo della Repubblica.

Si fosse trattato solo di questo, non avrebbe forse potuto rappresentare per i nuovi governanti, l’Assemblea Costituente ed il Triumvirato formato da Mazzini, Armellini e Saffi, una soverchia preoccupazione, ma l’inevitabilità della sconfitta si sarebbe invece presto palesata in particolar modo a causa del diffuso e persistente isolamento internazionale della neonata Repubblica, considerato che nessuna potenza europea l’avrebbe riconosciuta, come preannunciato già dal fatto che il corpo diplomatico presente a Roma aveva seguito al gran completo il Papa a Gaeta, e vista anche la mancanza di qualsiasi iniziativa diplomatica da parte di Gran Bretagna e Stati Uniti d’America, gli unici due Stati che avrebbero potuto non avere, sia pure per motivi diversi, alcuna difficoltà ad intervenire nella questione.

Si aggiunga a questo il mancato coordinamento del movimento democratico italiano, reso ancor più drammatico dalla grave involuzione politica in atto in quegli stessi mesi nella penisola, dove si era assistito alla definitiva sconfitta piemontese nella Prima guerra d’Indipendenza, alla sospensione della proclamazione del regime repubblicano in Toscana e della progettata unificazione con Roma, alla repressione dell’insurrezione repubblicana di Genova ed alla riconquista della Sicilia da parte delle truppe borboniche.

La fuga di Pio IX aveva d’altro canto paradossalmente inflitto il colpo di grazia proprio alla strategia di coloro che fino ad allora avevano invece ritenuto di poter attuare a Roma una politica blandamente riformista confidando nel benestare del Papa: lo scontro si radicalizzò e gli eventi lasciarono ben presto capire al Pontefice che la pretesa di continuare a beneficiare, nell’Europa di metà Ottocento, di quel potere temporale che continuava a tenere il mondo laico lontano dalla gestione dello Stato sarebbe ormai stata difficilmente negoziabile. Così, il Segretario di Stato Antonelli ebbe l’incarico di rifiutare udienza alle deputazioni romane, respingere tutte le richieste di aiuto o di mediazione e nel frattempo attivare i canali per ottenere un intervento militare straniero contro la Repubblica Romana. Già il 4 dicembre del 1848 era partito in tal senso un appello del Papa ai sovrani cattolici, che trovò attente orecchie in Francia, Spagna, Austria, oltre ovviamente che nel Borbone che lo stava ospitando. In un clima di interessi contrapposti e reciproche diffidenze, si preferì comunque non mettere in atto un’iniziativa congiunta, ma attribuire a ciascuna potenza una zona di intervento, e Roma venne affidata alla Francia, che aveva posto la propria partecipazione al piano di restaurazione del Papato come conditio sine qua non per una rapida soluzione della crisi italiana.

Il 25 aprile di quel 1849 il corpo di spedizione francese, comandato dal generale Oudinot, sbarcò a Civitavecchia, peraltro in palese violazione di quell’articolo 5 della Costituzione che proibiva esplicitamente alla repubblica transalpina di impiegare le proprie forze militari contro le libertà di un altro popolo; due giorni dopo arrivò a Roma la Legione italiana di Garibaldi, ed il 30 si ebbe un primo scontro sul Gianicolo, durante il quale venne ferito anche il ventiduenne genovese Goffredo Mameli, attivo con Nino Bixio nel precedente biennio delle grandi manifestazioni di Genova, poi volontario in Lombardia e quindi aiutante di Garibaldi, famoso soprattutto per essere l’autore del testo di quello che diventerà l’inno nazionale italiano: i francesi attaccano a mezzogiorno e la battaglia dura sette ore, ma Garibaldi, uscito con le sue truppe dal Quartier Generale di Villa Savorelli, riesce infine a metterli in fuga. Tra morti, feriti, e prigionieri, i francesi lasciano sul campo 1.000 uomini, e l’indomani i romani, recatisi in migliaia sul Gianicolo a godersi i luoghi della vittoriosa battaglia, potranno leggere il sarcastico e spavaldo resoconto a cura della “Commissione delle Barricate”, organismo creato per preparare e motivare i cittadini alla difesa interna: “L’ingresso de li francesi a Roma incominciò ieri: entrarono da Porta San Pancrazio … in qualità de priggionieri!”. Garibaldi, nonostante una ferita subita ad un fianco, li aveva inseguiti fino a Castel di Guido nella loro ritirata verso Civitavecchia, prima di essere fermato da Mazzini, fautore di un negoziato con la Francia, che sarebbe stato a suo dire invece vanificato da una troppo umiliante sconfitta sul campo.

Secondo Mazzini, infatti, l’unico concreto progetto politico che avrebbe potuto consentire di riprendere la guerra nazionale, e nella circostanza di difendere la Repubblica Romana, non poteva che fondarsi sull’appoggio della Francia repubblicana, peraltro promessogli in precedenza da Alphonse de Lamartine, all’epoca Ministro degli esteri nel Governo provvisorio, sulla base di una comune azione contro l’Austria, che aveva appena occupato la Romagna, la Toscana, le Marche: come Mazzini, del resto, nessuno avrebbe potuto lontanamente immaginare la pesantissima svolta moderata che nelle elezioni legislative francesi di maggio, grazie al massiccio voto dei cattolici e dei contadini, avrebbe invece consegnato al Partito dell’Ordine e dunque al Presidente Luigi Napoleone i due terzi dei seggi.

In effetti il Governo di Parigi, prima di essere spazzato via dall’esito delle nuove elezioni, aveva incaricato di una missione straordinaria a Roma il diplomatico Ferdinand de Lesseps (che il disincantato popolo romano soprannominò prontamente “er trappolaro”, nella purtroppo fondata consapevolezza che l’armistizio non sarebbe stato per la Francia un impegno concreto, ma solo un modo per prendere tempo mentre provvedeva a far arrivare truppe di rinforzo e cannoni) che raggiunse un accordo con le autorità della Repubblica, ma immediatamente rigettato dal Generale Oudinot, che addirittura il 3 giugno, con un giorno di anticipo rispetto alla concordata data di scadenza della tregua, lanciò un nuovo e proditorio attacco sul Gianicolo, conquistando al termine di un feroce combattimento durato 17 ore le ville fuori Porta San Pancrazio (oggi splendido contesto del Museo della Repubblica Romana e della Memoria garibaldina), con la sola eccezione di quella denominata Il Vascello, attualmente sede del Grande Oriente d’Italia, dando il via da quell’altura all’assedio ed al bombardamento francese della città, la cui difesa resterà affidata a 16.000 tra soldati e volontari della Repubblica, 2.000 volontari provenienti da altre regioni italiane e 300 da paesi stranieri, in un’impari lotta contro un nemico ben più numeroso, organizzato e meglio armato.

Per un intero mese vengono colpite dall’alto case, chiese, palazzi e monumenti: si contano fino a 150 bombe a notte, che raggiungono anche gli ospedali nonostante fossero convenzionalmente segnalati con delle bandiere nere per tenerli al riparo dai bombardamenti. Il Papa davanti alle sofferenze ed ai lutti imposti ai suoi fedeli ed ai figli di Roma non profferì neppure una parola di sdegno, di preoccupazione né di pacificazione: quando una palla di cannone colpì la facciata di S. Andrea della Valle, si scoprì che qualche irridente francese vi aveva inciso sopra per sfregio, evidentemente stimolato dall’atteggiamento del Pontefice, “Pio IX ai suoi amatissimi…”

Non fossero bastate le bombe, l’assedio francese comportò anche il pesantissimo blocco dei rifornimenti di viveri e, in un giugno che in quell’anno presentò come mai prima temperature fino a 36 gradi per moltissimi giorni, la popolazione veniva anche condannata alla sete con l’insopportabile interruzione del flusso dell’Acqua Paola, che riforniva Trastevere, San Pietro ed i quartieri limitrofi. Il massacro dei romani diventa sempre più terribile, e dopo 27 giorni di atrocità anche le ultime resistenze sono ormai vinte: nell’ultimo giorno di giugno e di assedio i francesi hanno buon gioco a sfondare anche le linee interne di difesa cittadina e farne cadere l’ultimo baluardo, quella Villa Spada dove Garibaldi, sempre più in ripiegamento, aveva posto il suo ultimo Quartier Generale, nella cui strenua ma vana difesa muore, così come l’uruguaiano Andrès Aguiar, detto “il Moro di Garibaldi”, anche il ventiquattrenne milanese Luciano Manara. Già combattente nelle gloriose Cinque Giornate di Milano ed accorso a Roma alla guida di 600 bersaglieri dopo la sconfitta di Novara che aveva posto fine alla Prima guerra d’indipendenza, era stato nominato da Garibaldi Capo di Stato Maggiore della Repubblica Romana, succedendo a Francesco Daverio caduto il 3 giugno a Villa Corsini, e ne sarà l’ultimo caduto.

L’Assemblea Costituente, poco dopo la mezzanotte del 1° luglio 1849, deliberò la resa, a certificare una sconfitta che resterà però tale esclusivamente sotto il punto di vista militare e dovuta soltanto all’enorme sproporzione tra le forze in campo, perché invece quella sublime dichiarazione, che l’Assemblea cessava una difesa divenuta impossibile e rimaneva al suo posto, avrebbe tramandato tutta intera la possente valenza simbolica di quella esperienza romana, ed il fatto che le truppe francesi, ben dopo la dichiarazione di resa, avessero voluto sciogliere con le armi in pugno quell’ultima seduta dell’Assemblea Costituente di mercoledì 4 luglio 1849 avrebbe mantenuto per sempre quella resa ancor più gloriosa.

Nonostante avesse affermato di aver visto le truppe della Repubblica stremate e sfinite, Mazzini non volle assolutamente accettare quella dichiarazione di resa, asserendo come dal popolo non fosse mai venuta alcuna indicazione a desistere, e rassegnò dunque le dimissioni insieme agli altri Triumviri: dichiarò di aver avuto addirittura orrore della dichiarazione del deputato dell’Assemblea Enrico Cernuschi, responsabile della Commissione delle Barricate, “la resistenza non ha più scopo, non ci resta più altro che coprirci il volto come Cesare, vengano e ci finiscano”, ma le più consone e riconoscenti parole nei confronti dell’Assemblea Costituente possono invece essere considerate quelle di Carlo Pisacane, il socialista libertario napoletano che era stato posto a capo dell’esercito popolare: “ha sì mancato del coraggio del guerriero che muore con le armi in mano, ma ha avuto invece quello del giusto, che intrepido espone il petto ai colpi dei suoi assassini.”

Anche il giorno successivo alla resa offrì due eventi in grado di suscitare un’ancora impressionante partecipazione di popolo: nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, con l’appassionata orazione funebre del patriota Ugo Bassi, un sacerdote barnabita, si svolsero i funerali di Luciano Manara, ed al tramonto Giuseppe Garibaldi, accompagnato da Anita, Ciceruacchio con i figli Luigi e Lorenzo e da ben 4.000 volontari, lasciò Roma attraverso Porta San Giovanni per accorrere in difesa di Venezia. Garibaldi aveva mobilitato i suoi ancora numerosissimi seguaci sostenendo che “Ovunque noi saremo, colà sarà Roma”, e pensare che non aveva potuto promettere loro “né onori né stipendi, ma solo fame, sete, marce forzate, battaglie e morte.”

La straordinaria ed insieme terribile esperienza della Repubblica Romana cesserà, con due eventi temporalmente contemporanei ma di senso diametralmente opposto, il 3 luglio di quel 1849: alle ore 12 in punto, mentre sulla Piazza del Campidoglio veniva promulgata tra gli applausi e la partecipe commozione della pur vinta popolazione la sua modernissima Costituzione, le truppe francesi guidate dal Generale di divisione Gueswiller prendevano possesso di Piazza del Popolo, che fornendo un possente significato simbolico ai luoghi è posta esattamente all’altra estremità del Corso, e cominciarono ad entrare in Roma.

Scolpito sul Muro della Costituzione posto sul Belvedere della Passeggiata del Gianicolo nel 2011, un possente monolite in calcestruzzo rosato lungo 50 metri, quel testo di soli 69 articoli, organico ed essenziale, destinato per circostanze e tempistica della sua promulgazione a non diventare mai operativo e rivolto quindi più alle generazioni successive che ai propri contemporanei, rimane la viva testimonianza di una modernità forse ancora oggi sconosciuta alle attuali democrazie: aveva però in ogni caso posto le indelebili fondamenta di una cultura di governo repubblicana destinata nel secolo successivo a riproporsi come la sola degna di reggere l’Italia.

Il 15 luglio 1849 la bandiera pontificia torna nuovamente a sventolare su Castel Sant’Angelo e, prima ancora del rientro a Roma del Papa, che avverrà soltanto il 12 aprile dell’anno successivo, la riconsegna della città al potere papale dà il via ad una pronta e totale restaurazione, di cui viene incaricata una commissione di tre cardinali, con il compito non solo di annullare puntigliosamente tutto l’operato del governo repubblicano, ma anche le blande concessioni del primo Pio IX, in modo tale da riportare le lancette della storia all’assolutismo del precedente pontificato di Gregorio XVI. Osservò infatti in quei giorni Marco Minghetti, il magistrato bolognese appartenente alla Destra storica che era stato Ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo costituzionale concesso da Papa Mastai Ferretti, che “niente sta a cuore al buon Pio IX quanto il purgarsi della taccia di principe riformatore.”

 

(*) Giornalista, scrittore di satira, prosa e teatro, fondatore e Presidente dell’Associazione Café Voltaire di Roma, Riccardo Cochetti è anche autore del testo “Roma senza Papa, il sogno breve della Repubblica Romana”, pubblicato dalle Edizioni Ensemble unitamente ad un CD (Edizioni Heristal Entertainment) che ne riporta l’integrale registrazione della rappresentazione teatrale, comprensiva delle musiche appositamente composte dal M° Giuseppe Natale. Si tratta di una pièce che, accuratamente basata su un’approfondita ricerca documentale e bibliografica sulla Repubblica Romana, ne restituisce le atmosfere ed i fatti più salienti grazie ai tre personaggi vividamente in scena: il triumviro Giuseppe Mazzini, la giornalista americana Margaret Fuller, all’epoca corrispondente da Roma per il New York Daily Tribune, ed Annetta Cimarra, moglie del capopopolo Angelo Brunetti detto Ciceruacchio, che incarna lo spontaneo sentimento popolare vicinissimo a Garibaldi.