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Pornobello

Tra le nuove forme di editoria si è affermato con successo il podcast, capace di superare l’istante della trasmissione per poter essere con calma scaricato e fruito quando vogliamo. In questo caso abbiamo – così lo presenta l’editore – un “porncast”, un libro sulla storia della pornografia, narrato in voce a puntate da Melissa Panarello, peraltro non nuova a iniziative trasgressive, sempre che oggi resti qualcosa da trasgredire. E infatti Melissa tira le fila di un fenomeno ormai consolidato: il porno, che esiste da sempre ma assume forme diverse nelle varie epoche, condizionato dalla religione, dalla morale ma anche dai mezzi di produzione e riproduzione dell’immagine. Melissa non perde tempo, come noi all’epoca, a discettare su cosa è pornografico e cosa è solo erotico; in questo la pensa come i giapponesi, i quali non distinguono tra le due categorie. Per lei – riassumo da una delle due prime puntate – l’erotismo è il tentativo di unire l’anima con il corpo, di trovare un equilibrio con il sesso, tipico del segno della Bilancia (il mio, ndr.). Il porno invece va subito al sodo, esprime istinto e fisicità. “Se ami le lenzuola di seta e le manette di velluto questo non è posto per te”, ironizza la nostra amica. Sfugge a Melissa che se il sesso è biologico, erotismo e pornografia sono comunque entrambe elaborazioni culturali, tutte umane, solo che il porno dell’erotismo è il grado zero. E’ la cultura del sesso, declinata ora verso la sublimazione (erotismo), ora verso la pura carnalità (pornazzo). Ed anche una scommessa: significa riempire di elaborate ricette un libro di cucina avendo due soli ingredienti, arricchiti di salse nell’erotismo, ma serviti quasi crudi nel porno. Perché Melissa chiama le cose col loro nome, inutile che tutti giochiamo a fare gli intellettuali quando poi siamo drammaticamente legati alla fisicità del nostro corpo e ai nostri istinti primordiali.

 Tutto bene? No, si gioca come al solito sul corpo della donna, che deve mostrarsi attraente ma pudica, disponibile ma casta, davanti a un uomo sempre potente e dominante; ma questo è un vecchio discorso. Quello che è interessante è vedere il passaggio “democratico” della pornografia (termine in teoria greco, ma adottato nel ‘700 dalla letteratura francese) da forme sacre, colte e aristocratiche (come nel Rinascimento o nel Settecento) che poi permeano tutta la cultura e scendono fino agli strati più umili della società, fino a diventare, come oggi, un amorale fenomeno di massa, continuamente capace di adeguarsi al momento e a sfruttare la tecnologia più avanzata, come dimostra oggi l’esplosione del porno in rete, e prima di questo il cinema, il VHS.  E’ una storia avventurosa ed è anche divertente ascoltarla dalla voce di Melissa, garbatamente siciliana, la quale è ironica e curiosa di scoprire cosa si sono inventati uomini e donne nel corso del tempo per rendere piacevole la vita in comune; si parte addirittura dalle caverne, dove nell’inevitabile promiscuità qualcuno guarda la coppia che fa l’amore e così inventa il porno (citare Freud e la scena primaria forse è troppo). Si continua con il mondo classico, poi per sciagura arriva il Cristianesimo, e così via. Le fonti documentarie a cui Melissa attinge sono di ogni tipo, qualche volta anche scontate; non mancano banali luoghi comuni, ma in fondo è una simpatica trasmissione radio a puntate. Ancora non siamo arrivati alla Golden Age of Porn americana (gli anni ’70 del secolo scorso), chissà poi se si parlerà di Lasse Braun detto l’Alieno, quello che sdoganò il porno come forma di liberazione ma non capì che sull’affare (esattamente) ci si sarebbero buttati a capofitto avventurieri e delinquenti: “Gola profonda” fu finanziato dalla mafia italo-americana. La vitale gioia del pornazzo nasconde anche angosce di castrazione o almeno disagio e frustrazione in chi guarda (Hitchcock insegna, penso a Psyco o a La finestra sul cortile), mentre il backstage produttivo è intriso di sfruttamento, droga e quant’altro. Resta poi un problema irrisolto: le donne si ritrovano ancora una volta – cito – “incastrate fra due modelli altrettanto inaccettabili di femminilità. Il primo è il modello tradizionale che, persino oggi, è difficile contestare, il quale condanna al disprezzo e all’ostracismo le donne promiscue; inoltre le donne sanno per esperienza che lo stereotipo tradizionale della femminilità è profondamente legato alla sessualità e le costringe a trasformarsi in spettacolo continuo di seduzione ma devono al tempo stesso rimanere modeste e non lasciar mai capire che si stanno esibendo. Il secondo è l’altro modello, ancora vago e inquietante, proposto dalla pornografia, imperniato sulle acrobazie sessuali e sulla soddisfazione completa di tutti i capricci, un terreno che sembra più familiare agli uomini, che affermano di esservi più a loro agio.” (da Bernard Arcand, Il giaguaro e il formichiere). Eppure ci sono ancora donne che vedono nel porno una sorta di sdoganamento della sessualità, basta scorrere il serioso sito Academia.edu.

Quello che è assodato è che il porno si aggiorna e si trasforma di continuo, oggi si adatta alla rete e al fai-da-te, domani chi lo sa, ma richiede comunque grandi investimenti e ancora produce grandi guadagni, concentrati in poche grandi produzioni e siti aggregatori. Ma vedremo come si svilupperanno le prossime puntate di quello che si profila come una piacevole scorribanda nelle nostre umane debolezze.

Ma in fondo…

Nel noto film Boehemian Rhapsody, quando Freddie Marcury dice alla moglie “sono gay ma in fondo ti amo”, lei reagisce con violenza: “Ma che vuol dire in fondo?”. Me lo stavo chiedendo in questi giorni di guerra: in fondo la NATO si è allargata troppo a Est, in fondo i crimini di guerra li compiono tutti gli eserciti; in fondo rifornire di armi l’Ucraina non significa essere belligeranti; in fondo possiamo essere equidistanti perché vogliamo la pace; in fondo il battaglione Azov è formato da nazisti; in fondo il patriarca Kyrill si oppone all’Occidente decadente… e così via; come si vede, ce n’è per tutti. E’ il regno del Relativismo dal quale invano il cardinale (e poi papa) Ratzinger metteva in guardia l’umanità. Ma se il relativismo religioso o morale possono anche diventare un comodo alibi di massa, la Guerra invece ti costringe a decidere da quale parte stare, visto che è in gioco la tua sopravvivenza e quella dei tuoi figli. Sia chiaro che siamo rimasti tutti spiazzati dall’invasione russa dell’Ucraina, ma dopo due mesi di guerra chiunque ha il dovere morale di informarsi da più fonti, di riflettere e prendersi le proprie responsabilità. Sia chiaro: anche se dovessimo combattere, per noi la Guerra non è più un valore. Siamo stati educati a non legittimare la guerra come mezzo di risoluzione delle questioni politiche e abbiamo sinceramente creduto che la  diplomazia, la pressione economica, la deterrenza militare, la libera informazione e tante altri mezzi di azione politica potessero risolvere i problemi internazionali. In fondo la Guerra Fredda ha visto per anni eserciti contrapposti ma fermi ai confini delle alleanze di riferimento, e questo ha funzionato. Ora sappiamo che aver smontato tutto non avrebbe garantito “la fine della storia”, ma a maggior ragione lo storico del futuro (se ce ne sarà uno) dovrà chiedersi perché questioni così importanti come l’espansione della NATO o l’autonomia delle regioni di confine e la tutela delle minoranze non siano stati negli ultimi vent’anni – da quando si è affermato Putin – oggetto di negoziati seri e serrati, magari anche duri, ma evitando il ricorso alle armi, intervento che la Grande Russia ha considerato persino necessario. Che poi abbia fatto male i conti è un’altra storia.

Interessante è a questo punto leggersi cosa ha elaborato quella che per semplicità chiamo l’Accademia. Non parlo degli ideologi di Putin (troppo sfacciati), ma di quel mondo legato alle università e ai centri di ricerca. Sono idee elitarie ma che possono lentamente permeare la società intera, come dimostra la Cancel Culture americana, su cui nessuna persona istruita e intelligente avrebbe mai scommesso una lira. Sfoglio p.es. l’Antidiplomatico e leggo Come l’occidente distrusse la seconda Roma e come oggi cerca di fare lo stesso con la terza, di Cesare Corda. Allude al contrasto anche violento tra i Latini e Costantinopoli al tempo delle Crociate e prima. La terza Roma è invece la Madre Russia erede della cristianità e dell’Impero romano d’Oriente, un’ideologia molto popolare e non da ieri. È vero che per la storiografia di scuola germanica l’Impero Romano d’Oriente vale meno del Sacro Romano Impero, anche se il primo è durato mille anni. Ma resta il pregiudizio speculare: fin dai tempi di Carlo Magno noi europei occidentali siamo invece i Latini rozzi e violenti che vogliono distruggere un’antica civiltà superiore e non vogliono saperne di un impero orientale. Ma a questo punto mi leggo sul sito literary hub ( https://lithub.com/)  un lungo studio: On the West’s Demonization of Ancient Persia, a cura di Lloyd Llewellyn-Jones (gallese, suppongo), ordinario di storia antica all’Università di Cardiff. La sua teoria è che fin dai tempi dell’antica Grecia la Persia è stata sottovalutata e trattata come un invasore imperialista, mentre invece era portatrice di una civiltà ben superiore alla cultura classica di cui noi siamo gli eredi. Anche qui l’impostazione è viziata dall’ideologia: sicuramente la storiografia occidentale è eurocentrica e chi difende l’Europa per noi è sempre un eroe, si chiami Leonida o Alessandro Magno o Traiano. Ma non per questo vale di più il contrario, che cioè un dispotico impero orientale invada l’Europa in base a un’idea di superiorità o per motivi economici. Immagino la replica. “ma in fondo non erano poi così dispotici e decadenti”.  Ho voluto citare questi due esempi accademici per dimostrare che se un’indagine storica è viziata alla base dall’ideologia, i risultati non saranno mai definitivi, anche se ridiscutere tesi tradizionalmente accettate è comunque indice di vitalità culturale. Ma era molto più avanti Hendrik van Loon nella sua Storia dell’Umanità, pubblicato nel 1921 da Bompiani e ancora ristampato nel 2015: narrava lo sviluppo delle civiltà partendo da un’idea di policentrismo e di alternanze fra potenze, senza credere nella “missione storica” di nessuno. In fondo era onesto.

Ucrainazisti: Perché i russi…

Ucrainazisti: Perché i russi…

Putin giustifica l’intervento militare in Ucraina per “denazificarla”. Ora, in guerra la realtà è sempre filtrata attraverso la propaganda, ma in effetti sul campo è attiva una formazione paramilitare neonazista – il Battaglione Azov – alle strette dipendenze dell’esercito regolare ucraino. Formato da volontari ucraini e stranieri con esperienza militare, ha ormai raggiunto l’organico di 3.000 uomini, al punto da cambiar nome in Reggimento operazioni speciali Azov. Dislocato nell’area del Mar nero, ostenta effettivamente simboli nazisti e finora ha dato filo da torcere agli schematici reggimenti russi. Meno numeroso è (o era) invece il 24° Battaglione d’Assalto Separato “Aidar”, che con 400 uomini operava nel Dombass contro i separatisti russi. Difficile avere su questi reparti informazioni attendibili e aggiornate: anche se posti sotto il comando dell’esercito regolare, tendono naturalmente ad essere autonomi, a seguire i loro capi e non sempre rispettano delle leggi di guerra. In più, tendono ad aumentare la loro fama con atteggiamenti esibizionistici a uso dei mass-media. Questo non significa che non sappiano combattere; il problema è che una gestione meno superficiale di queste compagnie di ventura gioverebbe innanzitutto al governo ucraino, il quale appoggia ed esalta reparti da cui dovrebbe invece prendere le distanze.

Andando però indietro negli anni, scopriamo però che c’è qualcosa di già visto. Parlo della 14° Divisione Waffen SS “Galizien”. Reclutata fra gli Ucraini d Galizia (una regione fra Polonia e Ucraina, da non confondere con l’omonima regione iberica) ma anche fra Slovacchi e altre minoranze ostili ai Sovietici e al Comunismo. Da un bacino di 80.000 volontari fu addestrato nel 1943 un contingente di 14.000 uomini, dove gli ufficiali tedeschi mantenevano i gradi più alti. La divisione fu mandata a combattere nel 1944 sul fronte orientale, dove fu pesantemente impegnata nell’area di Brody, distretto di Leopoli, Ucraina occidentale. Dal 19 luglio, dopo feroci battaglie, la divisione, assieme ad alcune unità tedesche, fu accerchiata e sconfitta dall’Armata Rossa. A dispetto della difficoltà del combattimento, la divisione seppe mantenere la disciplina e molti dei suoi membri furono capaci di infrangere l’accerchiamento. Dei 10.400 impegnati in combattimento se ne salvarono 7.000, che ripiegarono in buon ordine. Poco tempo dopo il reparto fu ricostituito attingendo alle riserve. Il 17 marzo 1945 emigrati ucraini crearono il Comitato Ucraino Nazionale per far valere gli interessi ucraini presso la Germania, ottenendo che la Galizien diventasse la 1° Divisione Ucraina. Nel frattempo l’Armata Rossa avanzava e la disfatta era solo questione di tempo. Fu a questo punto che la Divisione si arrese non ai Sovietici, ma agli Anglo-Americani. Fu la salvezza: gli stessi Inglesi che avevano consegnato ai Sovietici la Divisione del generale Vlasov (fanteria di linea ucraina armata dai tedeschi) e i Cosacchi stanziati in Carnia, stavolta non accolse le richieste sovietiche. 8000 prigionieri furono esfiltrati dall’Austria e internati in un campo di prigionia a Bellaria – Igea Marina, vicino Rimini e poi, su interessamento del Vaticano e dei governi Statunitense e Canadese, si favorì la loro emigrazione in Canada e in altri paesi sicuri. Diciamolo pure: gli andò bene. Anche se non furono mai trovate neanche da parte sovietica prove di crimini di guerra di cui si macchiarono altri reparti SS, non fu mai organizzato nessun processo serio sui membri di una formazione militare comunque armata dai Nazisti. Va detto che la Galizien fu impiegata tardi e come reparto militare sul campo, in difesa del territorio piuttosto che come polizia di occupazione, ma è indubbio che per una volta gli Alleati chiusero un occhio e il Vaticano discretamente fece la sua parte. In fondo, anche se peccatori, erano “buoni cattolici e ferventi anticomunisti”. Così li raccomandò il loro vescovo Ivan Buchko.

Negli ultimi anni le insegne della Galizien si sono viste in alcuni cortei in Ucraina, fin quando un tribunale ha ufficialmente stabilito con una sentenza che quei simboli sono nazisti e pertanto sono vietati.

Ucraina tra Sparta e Atene

Tutti mi chiedono che faranno ora i Russi, che nel frattempo hanno ampliato la loro offensiva militare in Ucraina e puntano alle grandi città. Se lo sapessi non starei qui ma al NATO College o consulente ben pagato di qualche istituto di ricerca, anche se va detto che proprio molti analisti di professione hanno sottovalutato la situazione e non certo da ora. Per il resto ho le stesse informazioni che hanno gli altri: frammentarie, parziali e partigiane, mentre i giorni precedenti all’attacco sapevamo tutto sullo schieramento di terra e di mare, ripreso dai satelliti e divulgato in rete. Davamo per scontato che i Russi avrebbero occupato e annesso il Donbass e forse qualcos’altro in Crimea, ma lasciando l’armata ai confini come deterrente e strumento di pressione politica, con reali risultati sul medio e lungo periodo. Ha sconcertato tutti dunque la decisione di scatenare un’invasione su larga scala di un paese che gravita da sempre fra due culture diverse ma che è fondamentalmente europeo. Il problema è culturale: nella nostra mentalità non ritenevamo più praticabile una guerra su larga scala; al massimo era prevedibile l’annessione delle due zone dove la minoranza russa aveva proclamato l’indipendenza dall’Ucraina, superando gli Accordi di Minsk in realtà mai applicati per la resistenza anche proprio del governo ucraino, restio a concedere un’autonomia alle zone del Donbass. Governo che si direbbe difficile da inquadrare in uno schema preciso: per Putin l’Ucraina non esiste, va liberata e denazificata, mentre per noi è un paese sovrano libero di scegliere da che parte stare, anche se non è chiaro quanto abbiano pesato nel 2014 le offerte e le pressioni statunitensi ed europee per quello che ancora oggi viene descritto più come un colpo di stato che un vero processo democratico. Tutto infatti parte da qui: dal momento in cui l’Ucraina non ha firmato l’accordo doganale con la Russia e si è invece orientata verso l’Unione Europea, sganciandosi dunque dalla tradizionale area di influenza russa, ma senza immaginare che gli statunitensi non erano disposti a impegnarsi in profondità. Biden poi come presidente si è visto di che pasta è fatto: Afghanistan docet.

E parliamo della NATO. Una volta caduto il Muro di Berlino (novembre 1989) i paesi prima aderenti al Patto di Varsavia si sono man mano smarcati con la fine dell’Unione Sovietica (1991) e all’inizio del nuovo secolo sono entrati nella NATO. C’era un accordo non scritto per evitare l’espansione a Est di un’alleanza nata proprio per contenere l’URSS, ma questo non è stato rispettato, col risultato di frustrare i Russi e proiettarli nella classica sindrome di accerchiamento. Fino all’ascesa di Putin la Russia e il suo esercito stavano comunque a pezzi e il presidente Eltsin era debole. Da parte statunitense si è quindi fatto l’errore di confondere l’Unione Sovietica con la Russia e non prevedere la futura rinascita di una nazione fortemente coesa, Ora, si dirà: ma un paese che occupa undici meridiani può sentirsi accerchiato solo perché la terra è tonda?  Ebbene, chi ritiene Putin un uomo misterioso e la politica estera russa ambigua, bene farebbe a studiare storia moderna. Dai tempi di Pietro il Grande (regnò dal 1682 al 1725) la strategia russa è sempre la stessa: sbocco al mare (Baltico e Mar Nero), colonizzazione e sfruttamento della Siberia, contenimento dell’Islam (all’epoca incarnato dall’Impero Ottomano) e creazione in Europa di una fascia di sicurezza a spese degli altri (baltici, polacchi, ucraini, tedeschi, etc.). La popolazione russa è concentrata verso l’Europa e la Russia è un paese europeo, invaso ora dagli Svedesi, ora da Napoleone, ora da Hitler. Niente di strano che da sempre venga tenuta frapposta una zona di stati cuscinetto neutrali o vassalli. Esattamente quello che l’espansione della NATO ha Est ha distrutto, creando solo frustrazione. Resta casomai da capire perché una faccenda così importante non sia stata mai messa per iscritto e affidata solo a promesse verbali o a note di ambasciata. Lo stesso Putin, se voleva negoziare o rinegoziare con la NATO, ha avuto vent’anni di tempo, né gli mancavano certo gli strumenti di pressione diplomatica per frenare l’aggressività statunitense da Bush in poi. In fondo, l’autodeterminazione dei popoli non vale solo per il Kosovo e la NATO aveva mantenuto il carattere di un’alleanza esclusiva, concettualmente ferma alla divisione tra Est e Ovest. Integrare la Russia nel sistema economico e politico europeo si è visto che non è facile, vista la sua struttura di potere, ma c’è stato comunque un periodo in cui si poteva fare certamente di più.

Torniamo dunque un passo indietro. Dopo la Caduta del Muro (1989) l’Unione Sovietica si dissolve e al suo posto rinasce la Russia, mentre i paesi legati al Patto di Varsavia si rendono indipendenti dall’alleanza nata nel dopoguerra per contrastare la NATO. Tutto questo avviene negli anni ’90 del secolo scorso, in un momento di particolare debolezza per la Russia e la CSI (Confederazione di Stati Indipendenti) intorno al nucleo centrale. In questo contesto molti paesi dell’Europa Orientale chiedono di aderire sia all’Unione Europea (che a tutt’oggi conta 27 membri) che alla NATO (attualmente 30 membri, di cui 22 nella UE). Ma se la UE è un’unione politica ed economica, la NATO ha funzioni essenzialmente militari e l’articolo 5 prevede l’aiuto reciproco fra paesi membri in caso di attacco anche a uno solo di essi. E’ chiaro a questo punto perché le tre Repubbliche Baltiche o la Polonia hanno aderito alla NATO: non per invadere la Russia, ma per difendersi dai Russi. Neanche strano che Putin non voglia l’ingresso dell’Ucraina nella NATO: finché ne resta fuori essa deve difendersi da sola, né c’è proporzione tra i due eserciti, come si è visto in queste ultime settimane. La Russia negli ultimi quindici anni ha investito molto sul rinnovamento e lo sviluppo delle sue forze armate, e soprattutto ha reagito nei tempi lunghi alla situazione di inferiorità in cui gli statunitensi l’avevano costretta. Non si può dunque comprendere la situazione attuale senza capire che la graduale estensione della NATO è stata sentita dalla Russia come una minaccia alle proprie frontiere, non più separate dall’Europa occidentale da una zona di stati-cuscinetto, di fatto vassalli. Ma se l’Unione Sovietica era finita, la Russia aveva invece le forze per rinascere, era solo questione di tempo. Sicuramente meglio sarebbe stato garantire una fascia neutrale, inserita nell’UE ma non nella NATO, oppure trasformare la NATO in un’Alleanza per la Sicurezza, inclusiva invece che esclusiva. Questo avrebbe meglio indirizzato gli sforzi, p.es., contro il pericolo islamista, con il quale i Russi devono confrontarsi sul terreno delle repubbliche asiatiche ex-sovietiche.

E passiamo ora all’Ucraina. Negoziati o meno, i Russi stanno distruggendo un paese con cui dovranno comunque convivere, non fosse altro perché metà delle famiglie ucraine ha parenti russi. Sicuramente pensavano di fare una guerra lampo, ma – come scrive Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale (1928) “Non si aspettavano di trovare tanta resistenza”. Sempre la stessa storia: a Budapest (1956) o a Praga (1968) i carri armati russi entrarono da liberatori, salvo accorgersi che buona parte della gente la pensava diversamente. E se vogliono entrare in Kharkiv (già Kharkov: nella seconda GM ci hanno combattuto quattro battaglie!) o in Kiev (o Kjiv?) i soldati sanno che combattere strada per strada in città con uno o due milioni di abitanti è una rogna che può durare mesi e si traduce in una snervante guerriglia urbana. L’esercito ucraino è molto inferiore per qualità e quantità a quello russo, ma l’Ucraina è enorme e capace di resistenza diffusa. Si è anche parlato molto di guerra partigiana, ma su quello esprimo qualche dubbio: organizzarla richiede capacità superiori a quelle di un esercito regolare e infatti ha funzionato dove un forte partito nazionalista o comunista stava già sul terreno, o dove – penso alla Jugoslavia di Tito – una parte della difesa territoriale era stata organizzata per tempo decentrando i depositi di armi e carburante in luoghi meno accessibili e addestrando sistematicamente i riservisti su base locale. Distribuire armi o tenerle nei depositi di caserma da sola non basta se la gente non sa usarle o se i Russi sanno già dove cercarle. E sicuramente agiscono da mesi agenti infiltrati o collaboratori fidati.

Detto questo, un’ultima considerazione. Si può vincere sul piano militare, ma perdere sul piano strategico. Putin non può permettersi una guerra prolungata: la Russia ha un PIL inferiore a quello dell’Italia e la colonna di mezzi corazzati e logistici lunga 60-65 km che sta puntando su Kiev in tre giorni di autonomia consuma da sola qualcosa come 2 milioni di litri di carburante, più olii lubrificanti, viveri e munizioni. I russi che manifestano per la pace in quaranta città sanno bene che presto dovranno rifare le file per il pane come ai tempi sovietici e anche per questo stanno in piazza. Dico “anche” perché nessun russo percepisce gli ucraini come stranieri, mica sono ceceni o abkhazi. Quindi tutti hanno interesse al negoziato, anche se ci si poteva arrivare con meno spesa, lacrime e sangue. Tutti hanno bisogno di una soluzione onorevole. E se Putin cadrà (magari per la rivolta degli oligarchi), è perché l’Unione Europea ha dimostrato maggiore compattezza e sa diversificare le armi e gli strumenti di pressione. Nessuno se lo aspettava, ma sottovalutare le democrazie è un classico dei regimi monocratici.

Infine, una parola sui profughi. L’Italia è il paese europeo dove vive la più estesa comunità ucraina, in maggioranza lavoratori e lavoratrici di basso rango (le donne sono l’80%). Si spera che saremo capaci di accogliere degnamente le migliaia di profughi che fuggono realmente da una guerra. Finora si è registrata una grande empatia con il popolo ucraino, ora è il momento di passare ai fatti.

Schwa – il giuoco si fa duro

Quella che poteva sembrare l’iniziativa di qualche intellettuale sta stimolando una discussione non priva di “vis polemica” ma interessante: in genere la linguistica non occupa molto spazio nella cultura di massa e nell’informazione generalista. Lo schwa poi fino all’altr’anno lo conosceva solo chi aveva fatto studi universitari di filologia, tant’è vero che alla radio l’ho sentito pronunciare “shoah” per assonanza con qualcosa di meno elitario. Eh, già, perché questo segno grafico ora tanto popolare non è stato promosso dal basso, ma da persone molto istruite. Leggo sulla rivista Domani la risposta di Christian Raimo ai linguisti che – a cominciare da Franco Arcangeli –  hanno firmato una petizione per fermare questa deriva fonetica: si difende la tradizione, non l’italiano. Lo schwa – cito letteralmente – parte dalle “proposte che emergono nei movimenti femministi, transfemministi, nelle assemblee dove da anni discutono insieme studentesse e operai*, docenti e attivist*”. Nel testo l’autore non usa l’asterisco ma lo schwa, solo che la mia tastiera non è ancora inclusiva e sono quindi ricorso all’asterisco, privo però di valore fonetico. “Studentesse” invece se lo poteva risparmiare: studenti è un participio, come docenti e quindi neutro. Nell’articolo si difende la popolarità e la pronunciabilità dello schwa dicendo che in fondo è presente in alcuni dialetti meridionali (campani, molisano-abruzzesi e pugliesi, ndr.). Vero: tutto questo si deve alla metafonesi, un fenomeno linguistico per il quale un forte accento tonico al centro della parola tende a indebolire la vocale finale. Ma se l’italiano è più comprensibile di un dialetto irpino o lucano è proprio perché le vocali in sillaba libera (cioè in fine parola) sono pronunciate in modo chiaro e rendono espliciti i legami morfologici e sintattici con il resto della frase.

Su Micromega invece Vera Gheno (sociolinguista dell’Università di Firenze) riconosce allo schwa il carattere di esperimento, e sperimentare con la lingua non è vietato, anzi ne arricchisce le potenzialità. Verissimo: nessuno ha mai impedito a D’Annunzio e a Marinetti di sperimentare, anche se pochi oggi si esprimerebbero come loro. Ricordo benissimo Gianni Toti, “videasta poetronico” come si definiva lui stesso, e ricordo le sue inesauribili re-invenzioni linguistiche con cui animava la cultura romana negli anni ‘70. Ma una cosa è sperimentare, altro imporre agli altri le proprie scelte. Lo schwa, semplice (ǝ) e “lungo” (з), è stato accolto in sei verbali redatti dalla Commissione per l’Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di professore universitario di prima e seconda fascia del Settore concorsuale 13/B3 – Organizzazione Aziendale. Ma può un singolo ufficio statale inserire in un documento ufficiale una nuova regola grammaticale e darle quindi valore normativo? E’ quello che si chiede il linguista Massimo Arcangeli nella sua petizione lanciata su Change.org, firmata da 22.000 italiani e non solo filologi e linguisti universitari.  In mezzo a questa discussione l’Accademia della Crusca ha dimostrato una grande onestà intellettuale, facendo capire che il suo compito non è imporre il cambiamento linguistico, ma di registrarlo e di renderlo norma solo nel momento in cui esso si è esteso e stabilizzato nella maggioranza dei parlanti. Ogni lingua è un organismo vivo e quindi si adatta di continuo alle nuove esigenze. Personalmente trovo stupenda la capacità della lingua angloamericana nel trovare un termine esatto e aggiornato per qualsiasi novità tecnica e culturale del momento, segno di una società ben più dinamica della nostra, la quale è come ingessata e timorosa del Cambiamento inteso come qualsiasi cambiamento.

Due parole però sulle minoranze organizzate. Alla fine sono loro che fanno da apripista alle riforme, alle novità culturali, alle leggi che estendono agli altri i diritti prima previlegio di un’aristocrazia, di un’élite. Ma spesso sono loro stessi un’élite (in italiano: “eran l’eletta e il fior d’ogni gagliardo”, così Ariosto nell’Orlando Furioso). Tutto bene? No: sorvolando sui no-vax, ho scoperto su Facebook alcuni gruppi trentini separatisti e persino un gruppo “Istria e Dalmazia né Italia né Croazia: Serbia”.  In quest’ultimo sono raccolti documenti, foro e dati statistici per dimostrare la presenza di comunità serbe in quelle zone dove  italiani e croati hanno versato fiumi di inchiostro e di sangue. Se è per questo, più di 10.000 serbi vivono a Trieste, dove c’è anche il bellissimo Tempio serbo-ortodosso della Santissima Trinità e di San Spiridione. Ma ricordandomi che dopo la dissoluzione della Jugoslavia l’obiettivo di Milosevic’ era quello di riconnettere tutte le comunità serbe alla Grande Serbia attraverso operazioni militari, mi permetto di essere un po’ diffidente. Del resto nella provincia ucraina del Dombass la minoranza (?) russofona vorrebbe riunirsi alla Russia e i c.d. Accordi di Minsk stanno al palo. Dovevano sancire il cessate il fuoco, l’autonomia della regione e l’indissolubilità dell’Ucraina, ma per ora è un dialogo tra sordi.  Nella vecchia Europa occidentale abbiamo da tempo imparato a convivere con le minoranze, ma in quella orientale c’è ancora molto da fare.