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2026 Parole che non aiutano la Pace

«La pace non è l’assenza di guerra, ma l’assenza di dominio violento»

(Hannah Arendt)

Basti pensare alla sessantina di conflitti attualmente in atto nel mondo: dall’aggressione russa all’Ucraina, alla persistente occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele; dal coinvolgimento del Ruanda nel sostegno a milizie attive nella Repubblica Democratica del Congo, alle dispute sui confini tra Thailandia e Cambogia o tra India e Pakistan, e così via. Conflitti diversi per storia e contesto, ma spesso accomunati da interessi geopolitici, economici o strategici, mascherati da esigenze di sicurezza, difesa o identità nazionale.

Il linguaggio non è un semplice strumento descrittivo: è una forza generativa. Le parole non si limitano a raccontare il mondo, ma contribuiscono a costruirlo. Ogni vocabolo porta con sé una visione della realtà, un sistema di valori, una giustificazione implicita di ciò che viene considerato normale, inevitabile, accettabile.

Termini come guerra, nemico, conquista, dominio, supremazia non sono semplici etichette: sono cornici mentali che rendono la violenza pensabile e, quindi, praticabile. Allo stesso modo, parole come avidità, egoismo e prepotenza non descrivono soltanto difetti individuali, ma rappresentano vere e proprie logiche culturali, spesso normalizzate e talvolta persino premiate.

  • L’avidità trasforma il bisogno in accumulo infinito.
  • L’egoismo riduce il mondo a un’estensione del proprio interesse.
  • La prepotenza legittima l’idea che chi possiede più forza — economica, politica o militare — abbia anche più diritto.

Quando questi concetti diventano strutturali, generano conflitto. Non solo tra Stati, ma anche tra gruppi sociali, comunità e individui. La guerra, in questo senso, è spesso l’espressione estrema di dinamiche già presenti nella vita quotidiana: competizione senza limiti, incapacità di riconoscere l’altro, rifiuto della vulnerabilità condivisa.

La storia dimostra che ogni grande conflitto è stato preceduto da una narrazione. Prima ancora delle armi, arrivano le parole. Deumanizzare l’altro, ridurlo a minaccia, a ostacolo o a oggetto da controllare, è sempre un atto linguistico prima che militare. È il linguaggio che prepara il terreno all’annientamento, rendendolo moralmente giustificabile.

Proporre il superamento di certe parole non significa cancellare la memoria storica né censurare il pensiero critico. Al contrario, significa superare la necessità stessa di quei concetti.

Quando una parola diventa inutile, non è perché è stata proibita, ma perché la realtà che descrive non esiste più. Nessuno oggi utilizza con naturalezza termini legati a pratiche socialmente superate — come alcune forme di schiavitù o punizioni rituali — non per censura, ma perché la coscienza collettiva è cambiata.

Immaginare un mondo in cui guerra sia un termine confinato nei libri di storia — come monito, non come opzione — significa immaginare un’umanità che ha imparato a gestire il conflitto senza distruggere l’altro. Allo stesso modo, immaginare una società in cui avidità, egoismo e prepotenza perdano centralità significa immaginare relazioni fondate su limiti condivisi, responsabilità reciproca e rispetto.

Molti conflitti contemporanei non nascono solo da interessi materiali, ma da identità irrigidite e da linguaggi assoluti: noi/loro, vincenti/perdenti, giusto/sbagliato, forte/debole. In questo schema, l’egoismo diventa virtù, l’avidità strategia, la prepotenza segno di successo. È qui che il fanatismo trova terreno fertile.

Superare il fanatismo non significa eliminare le differenze, ma rinunciare all’idea che una sola visione debba imporsi sulle altre. È un passaggio fondamentale: dalla logica della vittoria a quella della convivenza, dalla sopraffazione al riconoscimento.

In questo senso, il vero disarmo non è soltanto nucleare o militare, ma semantico. Finché il linguaggio rimane impregnato di aggressività, anche la politica, l’economia e le relazioni umane continueranno a riprodurre modelli di conflitto. Un mondo che parla costantemente di competizione totale finirà per considerare normale escludere, schiacciare, dominare.

Se le guerre nascono nelle menti — come affermava l’UNESCO — è lì che deve essere costruita la pace.

L’educazione del 2026 non dovrebbe limitarsi a trasmettere informazioni, ma insegnare come nominare il mondo:

  • sostituire la retorica dello scontro con quella del confronto
  • parlare di sicurezza come benessere condiviso, non come minaccia da neutralizzare
  • descrivere la Terra non come risorsa da sfruttare, ma come sistema da custodire
  • riconoscere il limite non come fallimento, ma come forma di intelligenza collettiva

Ogni parola scelta è una presa di posizione etica.

Questo testo non propone un vuoto linguistico, ma un vocabolario rinnovato. Parole come cura, equilibrio, responsabilità, interdipendenza, sobrietà non sono ingenue: sono concetti complessi e maturi, che richiedono disciplina, consapevolezza e un profondo cambiamento culturale.

In una civiltà realmente evoluta:

  • la forza non è dominio, ma capacità di proteggere
  • il successo non è accumulo, ma sostenibilità
  • la libertà non è sopraffazione, ma coesistenza
  • il progresso non è velocità cieca, ma direzione condivisa

Forse non assisteremo mai alla completa scomparsa di parole come guerra, avidità o egoismo. Ma il loro progressivo svuotamento di potere è già una forma di vittoria.

Ogni volta che una società sceglie la cooperazione invece della rapina, la responsabilità invece dell’indifferenza, il dialogo invece della violenza, quei vocaboli diventano meno centrali, meno necessari, meno vivi.

Come buon proposito per il 2026, l’umanità potrebbe iniziare proprio da qui: dal linguaggio che usa per pensarsi.

Perché forse il vero progresso non sarà misurato dalle tecnologie o dalle conquiste spaziali, ma dal giorno in cui potremo dire, con onestà, che certi concetti non ci rappresentano più e che, semplicemente, non abbiamo più bisogno delle parole che li sostenevano.

Piazza Venezia: un cantiere d’Arte

Collocata nel cuore monumentale di Roma, l’installazione non si limita a decorare il cantiere: trasforma un luogo normalmente percepito come transitorio e disagevole in un palcoscenico di arte pubblica. I silos, alti dieci metri, diventano superfici narrative capaci di rendere visibile ciò che di solito rimane nascosto: la forza, la fatica e la maestria delle mani che costruiscono la città.

Il progetto Murales – promosso da Metro C s.c.p.a. e sostenuto da Webuild, Vianini Lavori, Hitachi Rail, CCC e CMB, con il patrocinio di Roma Capitale – incarna una nuova idea di cantiere: non più spazio sottratto alla città, ma occasione di rigenerazione culturale.

Il ciclo di opere, che proseguirà fino a dicembre 2026, porta sugli iconici silos della piazza sei tra i più importanti artisti italiani contemporanei:

C’è una domanda silenziosa che accompagna ogni intervento su quei giganteschi silos: che fine faranno i teloni che per mesi hanno custodito le immagini che abbiamo imparato a riconoscere come parte del paesaggio di Piazza Venezia?

È una domanda che non riguarda solo la loro destinazione materiale, ma tocca il cuore stesso dell’arte urbana: la sua natura transitoria, vulnerabile, destinata a mutare insieme allo spazio che la ospita.

I murales del progetto – enormi, potenti, immersivi – convivono con la consapevolezza della loro stessa impermanenza. Come scenografie che segnano le tappe di una trasformazione più grande, sono chiamati a esistere solo per un tempo limitato, per poi lasciare posto ad altre immagini, ad altri racconti, e infine alla stazione definitiva. Proprio questa temporaneità accentua il loro valore: rendono visibile una fase che di solito non lascia tracce, quella del “durante”, del cantiere, del lavoro che precede l’opera compiuta.

Quando i teloni verranno rimossi, forse ripiegati, riciclati, o conservati come testimonianze di un passaggio, ciò che rimarrà sarà il loro ruolo di memoria in movimento. Ogni murale depositato sui silos non è un monumento, ma un’apparizione: un frammento di città che si offre allo sguardo e poi si ritrae, come accade a tutte le forme d’arte nate per vivere nello spazio pubblico.

In questa effimera durata risiede una bellezza particolare: l’arte non come oggetto eterno, ma come respiro, come gesto che accompagna la metamorfosi della città e scompare non appena il paesaggio è pronto a una nuova forma. “Tools”, come le opere che l’hanno preceduto e quelle che verranno, affida alla sua provvisorietà un valore poetico e civile: ricordare che anche ciò che è destinato a sparire può trasformare – profondamente – il modo in cui abitiamo i luoghi.

Il primo intervento, “Le Costellazioni di Roma” di Pietro Ruffo, aveva intrecciato miti fondativi, personificazioni cosmiche e la topografia antica di Luigi Canina.
Il secondo, “Ci eleviamo sollevando gli altri” di Marinella Senatore, aveva trasformato i silos in una luminosa scenografia barocca, fatta di colori, forme e richiami alle sue passioni artistiche.

Con “Tools”, Benassi apre una nuova direzione tematica: quella della manualità, della comunità e del valore simbolico del lavoro, in un luogo dove la trasformazione della città è visibile giorno dopo giorno.

La stazione Venezia sarà una delle più complesse della Linea C, progettata per integrarsi con il delicatissimo tessuto archeologico del centro di Roma.

Dopo il completamento della macrofase 1 e l’avvio della macrofase 2, il cantiere procede verso la realizzazione dei diaframmi perimetrali residui e dello scavo archeologico completo. La futura “archeostazione” ospiterà, al primo livello, un’area museale che renderà visibili molti dei reperti rinvenuti durante gli scavi.

Con le prossime aperture – Porta Metronia e Colosseo/Fori Imperiali – e la progettazione delle stazioni fino a Clodio-Mazzini e oltre, la Linea C continua a configurarsi come uno dei progetti infrastrutturali più ambiziosi della capitale.

Il progetto si avvale della curatela di Spazio Taverna e della supervisione di un comitato scientifico composto da rappresentanti della GNAM, del MAXXI, del Palazzo delle Esposizioni e della Galleria Borghese.

Ogni artista propone una visione del rapporto tra Roma e il futuro, esplorando temi come memoria, identità, mito, comunità e immaginario contemporaneo.

In questo percorso, “Tools” rappresenta un passaggio decisivo: mette al centro l’uomo, il suo sapere, le sue mani, e racconta come la metamorfosi della città sia possibile grazie a un lavoro collettivo e quotidiano.

Piazza Venezia non è solo il cuore monumentale di Roma: oggi è anche il cuore pulsante della sua trasformazione.

Con “Tools”, Elisabetta Benassi aggiunge un nuovo tassello a un percorso che unisce arte, archeologia, ingegneria e cittadinanza. Un progetto che trasforma un cantiere in un laboratorio visivo e culturale, capace di restituire alla città non solo una futura stazione della metropolitana, ma anche un nuovo modo di vivere lo spazio pubblico.

Beato Angelico: Tra meditazione e splendori

Firenze rende omaggio a Beato Angelico (Fra Giovanni da Fiesole) con una mostra straordinaria e irripetibile, la prima grande monografica dedicata all’artista dopo settant’anni da quella storica del 1955. Un progetto ambizioso, frutto di oltre quattro anni di preparazione, che si articola in due sedi profondamente diverse per impostazione, linguaggio e intenzione: il Museo di San Marco e Palazzo Strozzi. Due luoghi, due esperienze, due letture complementari dell’opera di uno dei protagonisti dell’arte italiana di tutti i tempi.
Realizzata grazie alla collaborazione tra Fondazione Palazzo Strozzi, Ministero della Cultura – Direzione regionale Musei nazionali Toscana e Museo di San Marco, la mostra costituisce uno degli eventi culturali di punta del 2025, celebrando Beato Angelico come figura cardine nel passaggio dal Tardo Gotico al Rinascimento.
La sezione ospitata al Museo di San Marco rappresenta il cuore più intimo e meditativo dell’esposizione. Qui il visitatore entra in un percorso che non è solo artistico, ma anche spirituale. Beato Angelico, frate domenicano, concepisce la pittura come strumento di meditazione, destinato alla vita quotidiana dei confratelli.
Nelle celle monastiche si conservano 44 opere essenziali e asciutte, pensate per altrettanti spazi di raccoglimento. Scene sacre dominate dalla Crocifissione, dall’Annunciazione e dalla presenza ricorrente di San Domenico in preghiera, raffigurato in diverse posture. Queste immagini traggono ispirazione dai celebri Nove modi di pregare di San Domenico (De modo orandi sancti Dominici), testo che descrive le posizioni fisiche assunte dal santo durante la preghiera, ciascuna portatrice di un preciso significato spirituale.
Beato Angelico traduce visivamente questi atteggiamenti:
• San Domenico in piedi con le braccia levate, in una postura che richiama Cristo crocifisso (il sesto modo di pregare);
• in ginocchio, assorto e silenzioso;
• raccolto in pose meditative che invitano il frate-spettatore all’imitazione interiore.
Emblematico è l’affresco della Cella 44, San Domenico in preghiera, sintesi perfetta di una pittura che rinuncia a ogni decorazione superflua per concentrarsi sull’essenziale. Qui Beato Angelico sembra preannunciare il Rinascimento non attraverso lo splendore, ma attraverso la chiarezza dello spazio, la luce misurata e l’umanità delle figure.
Di tutt’altra natura è la proposta di Palazzo Strozzi, dove emerge un Beato Angelico ancora fortemente legato alla tradizione gotica, capace però di innovarla dall’interno. In queste sale la pittura torna a essere oggetto di prestigio, destinata alla committenza religiosa e laica, sensibile al lusso, alla preziosità e alla magnificenza formale.
Qui dominano le dorature, le cornici elaborate, la ricchezza cromatica e il gusto per il dettaglio, elementi che rispondono alle esigenze dei grandi committenti del tempo. L’artista dimostra una straordinaria abilità nel coniugare la spiritualità con la spettacolarità visiva, offrendo immagini capaci di parlare tanto alla fede quanto al prestigio sociale.
Il percorso di Palazzo Strozzi approfondisce inoltre i rapporti artistici e culturali di Beato Angelico, mettendolo in dialogo con pittori come Lorenzo Monaco, Masaccio e Filippo Lippi, e con scultori quali Lorenzo Ghiberti, Michelozzo e Luca della Robbia. Ne emerge un artista pienamente inserito nel fermento del primo Quattrocento, protagonista consapevole di una stagione di profondo rinnovamento.
Complessivamente la mostra riunisce oltre 140 opere tra dipinti, disegni, sculture e miniature, provenienti da alcuni dei più prestigiosi musei del mondo: dal Louvre alla Gemäldegalerie di Berlino, dal Metropolitan Museum of Art alla National Gallery di Washington, dai Musei Vaticani al Rijksmuseum di Amsterdam.
Curata da Carl Brandon Strehlke, con Angelo Tartuferi e Stefano Casciu per il Museo di San Marco, l’esposizione ha anche un valore scientifico eccezionale: importanti restauri, la riunificazione di pale d’altare smembrate da oltre due secoli e nuove letture critiche contribuiscono a ridefinire il profilo dell’artista.
Visitare entrambe le sedi significa cogliere la duplice natura di Beato Angelico: da un lato il frate che dipinge per la meditazione silenziosa dei confratelli, dall’altro l’artista raffinato che risponde alle richieste di una committenza colta e potente. Tra austerità e splendore, raccoglimento e magnificenza, la mostra restituisce tutta la complessità di un maestro capace di unire profonda fede, innovazione artistica e umanità senza tempo.
Una celebrazione che non è solo un omaggio al passato, ma un invito a riflettere sul senso dell’arte come spazio di incontro tra il sacro e l’umano.


Beato Angelico
Sino al 25 gennaio 2026

Museo di San Marco – Palazzo Strozzi
Firenze


Tra Arte, Fede e Identità

Due mostre, un unico messaggio: raccontare un popolo attraverso la sua cultura, la sua storia e il suo patrimonio spirituale. A Roma, nei Musei di San Salvatore in Lauro, la cultura palestinese prende forma in un percorso che unisce antiche tradizioni, arte sacra e impegno contemporaneo per la salvaguardia di luoghi e memorie.

Da un lato, “Thoub – Abiti Cerimoniali e Ricami Palestinesi”, porta nel cuore della capitale l’eleganza dei ricami femminili palestinesi, simboli di identità, radici e resistenza culturale.
Dall’altro, “Bethlehem Reborn: Le meraviglie della Natività”, già ospitata in oltre 23 città nel mondo, racconta l’epico restauro della Basilica della Natività e il significato universale di un luogo che appartiene alla storia dell’umanità.

Insieme, queste due esposizioni offrono non solo uno sguardo sul passato, ma un messaggio attuale: la cultura vive, resiste e si rinnova. E attraverso di essa vive un popolo.

La mostra “Thoub – Abiti Cerimoniali e Ricami Palestinesi” offre al pubblico un viaggio nel cuore dell’artigianato femminile palestinese.
Esposti abiti cerimoniali finemente ricamati, vere opere d’arte create dalle donne palestinesi che nei secoli hanno codificato, attraverso il filo e il colore, storie di famiglia, appartenenza e libertà.

I ricami tradizionali palestinesi — thoub, “l’abito” — non sono semplici decorazioni:
sono mappe simboliche della vita delle donne, testimonianze di un legame profondo con la terra e di un’identità che si tramanda attraverso generazioni.
In un momento storico segnato da conflitti e tensioni, questi tessuti rappresentano un atto di preservazione culturale e un richiamo alla libertà, alla dignità e alla continuità di un popolo.

La mostra diventa anche occasione di incontro e convivialità: un momento per condividere emozioni, sapori e la ricchezza della tradizione palestinese.

Accanto a Thoub, Roma ospita anche l’emozionante percorso di “Bethlehem Reborn: Le meraviglie della Natività”, una mostra che documenta il monumentale restauro della Basilica della Natività di Betlemme, completato dopo quasi dieci anni di lavoro.

Il restauro — il primo dopo seicento anni — ha riportato alla luce mosaici, colonne, legni intarsiati, architetture e decorazioni che sono patrimonio prezioso non solo dei cristiani, ma dell’intera umanità.
Un’opera resa possibile grazie alla collaborazione delle tre comunità religiose responsabili dello Status Quo (ortodossa, francescana e armena), al sostegno del Presidente Mahmoud Abbas e al meticoloso impegno del Comitato Presidenziale.

L’inaugurazione romana si è tenuta il 6 novembre alla presenza del Presidente palestinese, testimonianza della centralità di questo progetto culturale e spirituale.

La mostra accompagna i visitatori attraverso:

  • i primi secoli cristiani e la venerazione della grotta;
  • le grandiose basiliche bizantine;
  • le fortificazioni e gli splendori dell’età crociata;
  • i secoli di degrado;
  • il restauro contemporaneo, risultato di una cooperazione complessa in un contesto politico e sociale delicatissimo.

Cinque sezioni espositive, testi, immagini e video raccontano un restauro che diventa metafora di rinascita.
Il percorso si chiude con un video spettacolare che “svela” la Basilica nel suo splendore attuale, restituendo ai fedeli e ai visitatori di tutto il mondo un luogo simbolo della pace e della spiritualità.

Entrambe le mostre condividono un filo conduttore: l’idea che la cultura sia una forma di resilienza, una lingua comune capace di attraversare i confini e i conflitti.

L’Ambasciatore dello Stato di Palestina presso la Santa Sede, Issa Kassissieh, sottolinea come queste iniziative siano un invito alla conoscenza, al dialogo e al rispetto reciproco:

“Attraverso la bellezza e il potere dell’arte, della storia, della cultura e della fede possiamo promuovere la conoscenza tra culture, rafforzare il dialogo interreligioso ed essere di ispirazione per le generazioni future.”

In un contesto segnato dalle difficoltà economiche e politiche aggravate dalla guerra a Gaza, il messaggio della mostra è chiaro: un appello alla pace, alla solidarietà e al sostegno della presenza cristiana in Terra Santa, parte essenziale del tessuto culturale palestinese.

Le esposizioni dialogano anche con il lavoro quotidiano svolto sul campo da associazioni come AssopacePalestina, attiva nel sostegno alle comunità, nel potenziamento delle donne e nel supporto all’infanzia — come avviene nel Winter Camp di Nablus.

La cultura, dunque, non è solo patrimonio da ammirare, ma impegno attivo nella salvaguardia delle persone, delle memorie e delle tradizioni che costituiscono l’essenza di un popolo.

Le mostre Thoub e Bethlehem Reborn non sono semplici eventi artistici: sono racconti vivi, testimonianze di una storia millenaria che continua a pulsare nonostante le ferite del presente.

Attraverso abiti ricamati, mosaici, video e reperti, Roma diventa per qualche mese un ponte tra la città eterna e la Terra della Natività, tra la bellezza della tradizione e la forza di una cultura che vuole continuare a vivere.

Un invito, per tutti, a guardare oltre le cronache e a scoprire la Palestina attraverso la ricchezza della sua arte, della sua fede e della sua umanità.

Lo Studio Museo Bianca Orsi

In Corso Garibaldi 91, a Milano, si trova un luogo intimo e prezioso: lo Studio Museo Bianca Orsi, nato nel 2016 per volontà della famiglia con lo scopo di preservare l’eredità artistica di una delle scultrici più autentiche e coraggiose del Novecento italiano.

Bianca Orsi (1915–2016), scultrice, pittrice, partigiana e testimone degli anni d’oro dell’Accademia di Brera, ha lavorato instancabilmente fino a 99 anni, lasciando una produzione vastissima: statue monumentali, busti, bozzetti, arazzi, incisioni, mosaici, disegni. La sua è un’arte viscerale, che racconta soprattutto la condizione femminile, la maternità e i sacrifici, ma anche la forza e la dignità delle donne, filtrate attraverso l’esperienza della guerra e della Resistenza.

Lo studio–museo si sviluppa in un ambiente di soli 40 metri quadrati, dove sono esposte una trentina di sculture a grandezza naturale, alcune terrecotte, dipinti e arazzi. È uno spazio raccolto ma vibrante, in cui ogni opera sembra dialogare con le altre, creando un’atmosfera densa di energia. Le numerose opere di medie e piccole dimensioni, tra cui busti, vasi e disegni, sono conservate altrove ma possono essere visionate su richiesta.

La visita è possibile solo su appuntamento, contattando il figlio dell’artista, Alessandro Balducci (Tel. 338 8302412), che accompagna i visitatori con racconti e aneddoti, trasformando la visita in un incontro vivo con l’eredità materna.

Nata a Salsomaggiore Terme, Bianca Orsi si formò all’Accademia di Brera, dove ebbe maestri come Aldo Carpi, Achille Funi, Marino Marini e Giacomo Manzù. Amica e compagna di corso di Dario Fo, frequentò i caffè milanesi degli artisti, condividendo esperienze con figure come Lucio Fontana e Filippo De Pisis.

La sua carriera fu segnata dal dramma della guerra. Partigiana attiva nella Resistenza, portava armi nascoste nella bicicletta o sotto la tavolozza dei colori. Ricevette una medaglia al valore, ma le sue opere, più di ogni onorificenza, raccontano la durezza di quegli anni: corpi feriti, legni che sporgono come schegge, simboli di sacrifici e dolori femminili.

Nonostante fosse apprezzata in Germania e in Svizzera, dove espose in mostre personali, in Italia Bianca Orsi rimase spesso ai margini del grande sistema dell’arte, scegliendo l’integrità e la coerenza civile anche a costo di rinunce. Rifiutò, ad esempio, un miliardario accordo che le avrebbe imposto di firmare un falso atto di donazione per vendere tutte le sue opere a un vescovo.

Oggi, grazie allo studio–museo, la sua voce artistica non si è dispersa. Il luogo è parte dell’itinerario culturale milanese “Incontri con donne straordinarie”, insieme all’Archivio Rachele Bianchi, alla Fondazione Federica Galli e all’Atelier Mazot Milano.

Il lavoro era il motore della vita di Bianca Orsi, che consigliava ai giovani: «Non smettete mai di produrre: se si lavora, si vive a lungo, perché il lavoro aiuta a crescere». Un messaggio che lo Studio Museo oggi custodisce e rilancia, trasformando l’opera e la memoria dell’artista in un patrimonio collettivo.