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Innamorarsi della Lineare A. Il mistero all’origine delle scritture

Lineare A. Rilievo di Arthur Evans (1851-1941). Archives of Knossos-wikimedia

Ci si può innamorare della scrittura? A Silvia Ferrara proprio questo è accaduto. Un colpo di fulmine, quando nei corridoi dell’Università di Oxford incontrò echi della cretese Lineare A. Aveva il fascino del mistero. Non se ne sapeva niente. «Ma ora col mio team per la prima volta abbiamo decifrato un suo sistema di frazioni» rivela raggiante: servivano per computare scambi e stabilire le tassazioni dovute al palazzo minoico, la sede del potere cretese. È un grande risultato: sono 120 anni che si cercava inutilmente di capire qualcosa della Lineare A. Ora, mosso il primo passo, altri ne seguiranno, indagando su somiglianze e parentele con le scritture note, sul senso dell’ubicazione dei reperti: in una casa, in un tempio, in un mercato o in una necropoli…

L’avventura della nascita dei segni e della loro decifrazione è raccontata dalla Ferrara in “La grande invenzione. Storia del mondo in nove scritture misteriose” (Feltrinelli pagine 272, euro 19,00). Dopo alcuni anni di insegnamento in Inghilterra e dopo essere rientrata in Italia nel 2011 grazie al programma Rita Levi Montalcini per il “ritorno dei cervelli” la Ferrara ha ottenuto dallo European Research Council (ERC) un grant quinquennale intitolato Inscribe (Invention of scripts and their beginnings) per studiare l’origine delle scritture, al quale lavora con una dozzina di altri specialisti in afflato interdisciplinare (filologi, antropologi, archeologi, informatici). Sfidano il mistero delle origini di quest’arte sorta in modo indipendente in diverse parti del mondo. In Egitto e Mesopotamia circa 5200 anni fa, in Cina

Geroglilfici, tempio di Hathor, Dendera. Foto Jeremy Zero-Unsplash

più o meno 3200 anni fa, in Mesoamerica approssimatamente 2800 anni fa. Pur così distanti tra loro, le scritture ovunque generano segni che richiamano profili di oggetti e esseri animati. Non sono verbi, non descrivono azioni, ma raffigurano cose: poi la figura ricollega a un’azione, il piede esprime il camminare o la testa di un bue rimanda a qualcosa che, come in un rebus, la lingua esprime con suoni simili a quelli attribuiti all’immagine dell’animale. Così nell’interscambio tra lingua parlata e segno scritto nascono le ambiguità: quel caos in cui la Ferrara riconosce fertilità creativa. E se sembra difficile attribuire bellezza al caos, in realtà «ancor più difficile è resistere, con calma rassegnazione, all’ossessione compulsiva di sistemarlo» individuandovi le strutture di significato capaci di comunicare concetti: in tal modo riconducendolo a un ordine, seppure metastabile.

Che ne sarebbe dello scibile umano se non fosse trasmesso nel tempo grazie al supporto materiale della scrittura, con il suo disordinato ordine, con la molteplice ambiguità dei suoi riferimenti che sollecitano il pensiero e generano comunità di intenti? Eppure un’inchiesta compiuta anni addietro e registrata in teche nel Museo della Scienza e della Tecnologia di Stoccolma mostra che altra è la percezione diffusa: al primo posto, tra le invenzioni ritenute più importanti dell’umanità, sta la ruota, seguita da elettricità, telefono e computer. Questo secondo gli adulti, invece la stessa inchiesta su un campione di ragazzi ha dato risultati alquanto diversi: primo il computer, poi l’automobile, la televisione e il telefono portatile: si guarda a quel che si ha sotto il naso e a quel che l’ha generato non si fa caso. La scrittura è posta dagli adulti al trentesimo posto e dai ragazzi al tentottesimo.

Ambiguo è il terreno del documento scritto. Osserva Ferrara: è proprio vero che scrittura è civiltà? Vi sono tante civiltà aliene alla scrittura, si pensi a quella degli amerindi. Come del resto nella storia si trovano personalità quali Socrate e Gesù, che non han vergato un rigo. In certo modo lo scritto imprigiona il pensiero, che invece anela alla libertà. Perché dunque nascono le scritture? Se a qualcuno sorge il dubbio che il redigere documenti sia da collegarsi alla burocrazia statale per misurare terreni e stabilire tasse, a dispetto di quanto reperito come prima conquista decifrata della Lineare A, la Ferarri è recisa: «L’errore piu grande è imputare alla burocrazia lo scopo, il principio e il senso ultimo della scrittura. Questa è un’imprudente faciloneria che per troppo tempo ha oscurato la più grande invenzione del mondo». All’origine c’è il bisogno di bellezza che accomuna ogni essere umano e lo distingue dalla bestia. «Il cuore della scrittura batte nell’immaginazione, nel bisogno di ancorarci alla terra, nella necessità ultima di dare un nome a noi stessi e alle cose del mondo». Un nome bello, e per questo significativo. C’è bellezza nei geroglifici che catturano le prime parole: sono disegni, prima che segni. Dopo, solo dopo viene il nostro alfabeto, quello che ha “vinto” sull’altro sistema grafico detto sud-semitico, o halaham, che non ebbe la fortuna di associarsi ai mercanti fenici che lo portarono a spasso per il Mediterraneo e poi a trionfare nel mondo (per ora).

Ma c’è bellezza anche nel sistema di nodi su corde multicolori che costituisce lo strumento con cui gli Inca hanno tramandato i loro racconti, così come sulle figurazioni di Harappa che mostrano segni in cui si riconoscono elementi animali e umani, ma non si sa che vogliano dire. Dunque qual è il più bel logogramma? La Ferrara ci pensa un poco e poi dice: «Il cane con la lingua di fuori», geroglifico cretese. È indecifrato, ma è bello, e per ora basta, perché «a Rapa Nui come a Creta l’arte fa da trampolino di lancio alla scrittura, la catalizza, le dà fuoco vitale». E se la bellezza è alla base della scrittura, non sarà per questo che proprio da questa il mondo si aspetta di essere salvato?

(fonte: Studi Cattolici n. 719, gennaio 2021)


La grande invenzione. Storia del mondo in nove scritture misteriose
Silvia Ferrara
Editore: Feltrinelli, 2019, pp. 272
Prezzo: € 19,00

EAN: 9788807492624

Milano: La città il territorio

L’area metropolitana si allarga e soverchia i confini tra città e campagne, ma alcune architetture emergono come segno. Indicano il passaggio da un luogo a un altro, sono nuove espressioni di identità, divengono centralità dove c’era periferia. Alcune opere di Giancarlo Marzorati, come l’hotel Barcelò a Ovest; il complesso Villa Torretta-centro Sarca o la Torre Sospesa a Nord; il nuovo ospedale dalle coperture verdi in via Bistolfi a Est; l’Auditorium di Milano a Sud sono landmark che dicono, a chi arriva da fuori: questa è Milano.
La mostra racconta come un progettista prolifico (oltre un migliaio di opere realizzate) ha interpretato e proposto suggestioni per la città contemporanea, attraverso plastici di architetture emblematiche e decine di fotografie e disegni di edifici e spazi urbani.

Quattro incontri approfondiscono le aree tematiche che articolano l’esposizione:

Mercoledì 8 maggio h 18,30
Dopo lo sprawl: nuovi limiti, nuove identità
Con la partecipazione di Joseph Di Pasquale, Marco Romano, Alfredo Spaggiari, Oliviero Tronconi, Gianni Verga, Enrico Zio

Mercoledì 15 maggio h 18,30
Città è benessere
Con la partecipazione di Maurizio Bessi, Margherita Brianza, Aldo Ferrara, Carlo Gerosa,
Alberto Salvati, Alberto Sanna, AnnaGrazia Tamborini

Mercoledì 22 maggio h 18,30
Città è musica
Con la partecipazione di Alberto Artioli, Carlo Capponi, Paolo Cattaneo, Stefano Guadagni, Ruben Jais

Giovedì 30 maggio h 18,30
Centralità delle periferie: verso la città policentrica
Con la partecipazione di Novella Beatrice Cappelletti, Joseph Di Pasquale, Federico Falck, Carlo Gerosa, Marco Romano, Oliviero Tronconi, Gianni Verga, Luigi Vimercati


Margini: riscoprire l’identità nella città-territorio
da mercoledì 8 a giovedì 30 maggio 2019

a cura di Domenico Tripodi e Leonardo Servadio

Milano

Ingresso libero sino ad esaurimento posti.

Tutti gli incontri si svolgeranno nella sede della mostra:
Centrale dell’Acqua
Piazza Diocleziano 5
Milano

Informazioni:
tel. 3392116157


Ricordare la Shoah in Italia

di Michela Beatrice Ferri

La risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria, ha designato il “Giorno della Memoria” come ricorrenza internazionale che viene celebrata ogni anno – a partire dal 2001 in Italia – il 27 Gennaio per ricordare, per commemorare, le vittime della Shoah.

Il 27 Gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Per quanto riguarda la Repubblica Italiana, gli articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definiscono così le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere».

Commemorare significa fare memoria assieme, fare memoria affinchè chi non ha visto, chi non ha conosciuto, possa sapere, possa essere educato alla Storia e quindi ai suoi errori, ai suoi drammi.

In Italia, le pubblicazioni e gli eventi dedicati al Giorno della Memoria sono un valido supporto allo studio, perchè è lo studio – l’osservazione, l’ascolto dei Testimoni – ad aiutare le nuove generazioni a capire, a essere consapevoli, a distinguere i vari momenti della Storia.

Vi è un evento di particolare importanza che va indicato: Domenica 27 gennaio, alle ore 15.00, in via Eupili (all’angolo Abbondio San Giorgio) verrà apposta una targa commemorativa per ricordare la Scuola Ebraica di via Eupili che accolse bambini, ragazzi, docenti, personale espulsi dalle scuole del Regno d’Italia per volere del regime fascista : una scuola nata dalle leggi razziali. Questo evento è parte del progetto “Milano è memoria”, che contribuisce a coltivare la memoria storica e critica delle istituzioni e degli avvenimenti della città. Nel caso della ex Scuola Ebraica di via Eupili il Comune assieme alla Comunità ebraica di Milano e alla Fondazione CDEC, hanno preso l’iniziativa di apporre una targa a ottant’anni dalla emanazione della prima norma antiebraica del fascismo che riguardò la scuola (L 5 gennaio 1939, n. 94, Conversione in legge del Regio decreto-legge 23 settembre 1938-XVI, n. 1630, concernente l’istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica – GU n. 31, 7 febbraio 1939).

Vi sono state, e continuano a avere luogo, le testimonianze dei sopravvissuti, di chi conserva ancora la forza per raccontare – instancabili testimoni della Storia: Liliana Segre, Goti Bauer, Sami Modiano, e altre figure quali Pietro Terracina e Nedo Fiano. Ricordiamo i testi: di Nedo Fiano “A5405” (Edizioni San Paolo, 2018), di Sami Modiano, “Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili” (Rizzoli, 2014), di Liliana Segre con Enrico Mentana, “La memoria rende liberi” (Rizzoli, 2015), di Liliana Segre con Daniela Palumbo “Scolpitelo nel vostro cuore. Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella memoria” (Piemme, 2018), di Liliana Segre con Emanuela Zuccalà, “Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre, una delle ultime testimoni della Shoah” (Paoline, 2013), di Alberto Mieli con Ester Mieli, “Eravamo Ebrei” (Marsilio, 2016).

La testimonianza di Liliana Segre ci riporta ad un significativo anniversario: 75 anni fa, il 30 Gennaio 1944, la partenza dal Binario 21 dei sotterranei della Stazione Centrale di Milano di quel convoglio diretto ad Auschwitz, su cui la tredicenne Liliana e suo padre Alberto Segre furono caricati a calci e pugni – fu il treno merci su cui vissero il viaggio della deportazione. All’ingresso di quel luogo che oggi è il Memoriale della Shoah, ecco il grande muro grigio con l’enorme scritta «Indifferenza», suggerita e voluta da Liliana Segre.

È il coraggio dei testimoni della Shoah di raccontare, di rivivere ciò che hanno vissuto nei Lager nazisti, il fondamento e il senso di queste Giornate della Memoria. Dopo le testimonianze di Liliana Segre a Milano, del giorno 15 Gennaio 2019 presso il Teatro degli Arcimboldi e del 22 Gennaio 2019 presso il Teatro alla Scala, sarà Sami Modiano a parlare agli studenti italiani della Shoah – Martedì 11 Febbraio 2019, presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano.

A questo proposito voglio ricordare le parole di Elie Wiesel (1928-2016), pronunciate a Boston nel 1998 in occasione della costituzione della “Associazione Figli della Shoah”: «Ci chiediamo che cosa succederà alla memoria della Shoah quando scomparirà anche l’ultimo sopravvissuto: i suoi figli saranno qui per continuare a testimoniare».

A raccogliere le voci dei testimoni della Shoah è il prezioso documentario “Memoria”, direct-to-video di “Forma International”, del 1997, diretto dal regista Ruggero Gabbai su soggetto di Marcello Pezzetti e di Liliana Picciotto – tra i massimi studiosi italiani della Shoah; una pellicola della Fondazione “Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Milano.

Nel film sono raccontate le testimonianze di circa 90 ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio, tra cui quella di Shlomo Venezia, di Rubino Romeo Salmonì, di Nedo Fiano, di Ida Marcheria, di Leone Sabatello, di Liliana Segre, di Alberto Mieli, di Goti Herskovits Bauer, di Settimia Spizzichino, di Piero Terracina, di Sabatino Finzi, di Elisa Springer, di Alberto Sed, di Mario Spizzichino, di Lina Navarro, di Virginia Gattegno, di Dora Venezia, di Raimondo Di Neris, di Matilde Beniacar, di Alessandro Kroo, di Dora Klein, di Luigi Sagi, di Elena Kugler. Il documentario tratta delle diverse fasi della Shoah italiana: dall’applicazione delle leggi antiebraiche del 1938, allo scoppio della guerra, dagli arresti nel 1943 alla deportazione ad Auschwitz, fino alla liberazione e al ritorno a casa. Il documentario “Memoria” verrà proiettato alle ore 19.00 di Lunedì 28 Gennaio 2019, presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano.

Studiosi di storia della Shoah hanno proseguito le loro ricerche dando vita a testi che costituiscono strumenti utili per conoscere la Shoah, per capire la questione storica e le sue conseguenze. A questo proposito, voglio indicare: di Liliana Picciotto, “Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah. 1943-1945” (Einaudi, 2017), di Michele Sarfatti, “Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione” (Einaudi, 2018), di Marcello Pezzetti, “Il libro della Shoah Italiana” (Einaudi, 2009), di Sergio Luzzatto, “I bambini di Moshe. Gli orfani della Shoah e la nascita di Israele” (Einaudi, 2018), di Anna Vera Sullam Calimani, “I nomi dello sterminio” (Einaudi, 2001), di Francesca Costantini, “I luoghi della memoria ebraica di Milano” (Mimesis, 2016), di Stefania Consenti, “Il futuro della memoria. Conversazioni con Nedo Fiano, Liliana Segre, e Piero Terracina, testimoni della Shoah” (Paoline, 2011), di Stefania Consenti, “Binario 21. Un treno per Auschwitz” (Paoline, 2010), di Frediano Sessi e Carlo Saletti, “Visitare Auschwitz” (Marsilio, 2011).

Dal Memoriale della Shoah di Milano alla Sciesopoli di Selvino in provincia di Bergamo: diversi sono i luoghi in cui in questi giorni ci si appresta a fare memoria, a ricordare ciò che è stata la Shoah e ciò che sono state le sue conseguenze. La Memoria è ravvivata anche attraverso i segni, i monumenti: la posa delle “Pietre di inciampo”; le “Stolpersteine”, così come le ha chiamate il suo artista creatore Gunter Demnig, per depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L’opera consiste nell’incorporare, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, piccoli quadrati blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone posta sulla faccia superiore. Un movimento – oltre che un’opera d’arte diffusa – che si pone come reazione ad ogni forma di negazionismo e di oblio, per ricordare tutte le vittime del Nazional-Socialismo, che per qualsiasi motivo siano state perseguitate: religione, razza, idee politiche, orientamenti sessuali. Anche quest’anno, in questi giorni, nella città di Milano avverrà la posa di altre “Stolpersteine”.

Pubblicato 26 Gennaio 2019
Articolo originale
da Frontiere

grazie a Leonardo Servadio

Syria Crisis- Giochi pericolosi

Talune forze, negli Stati Uniti, proprio non accettano le sconfitte e come dei bambini, in preda al peggiore dei capricci, iniziano a scalciare per ripicca ora a destra ora a sinistra. Se non fosse un film già visto ci si dovrebbe veramente preoccupare e vivere queste ultime ore che mancano all’ecatombe planetaria come se fossero gli ultimi istanti della nostra esistenza e quindi facendo tutto ciò che non ci è stato possibile fare fin’ora, ma fortunatamente non siamo ancora all’Armageddon.

Infatti, esattamente un anno fa, Trump, come oggi, era fortemente assediato per il cosiddetto Russiagate e per smorzare i toni in madre patria, verso la sua presunta russofilia, non trovò niente di meglio da fare che attaccare, nella provincia di Homs, alle 03:45 (ora di Damasco) del 07 aprile 2017, con 59 missili “Tomahawks”, la base aerea di Shayrat da cui sarebbe partito, il 04 aprile dello stesso anno, il presunto raid chimico del regime di Assad verso gli inermi civili di Khan Shaykhun. Raid che, è bene ricordarlo, allora come oggi, sarebbe avvenuto in una fase in cui l’Esercito Arabo Siriano era nettamente in vantaggio, perciò, cui prodest? Ai siriani lealisti di sicuro no!

Comunque sia, a fine operazione, gli americani avevano distrutto solo 6 vecchi Mig-23 e causato poco più di dieci vittime. Un attacco, insomma, a bassissima intensità, infatti solo 23 missili, dei 59 “Tomahawks” lanciati, raggiunsero il bersaglio, ma ciò fu sufficiente al Tycoon per avere un po’ d’ossigeno.

Nell’immediato i rapporti tra le due superpotenze sembrarono essere peggiorati di molto tuttavia – dopo che in un sol colpo il Presidente Putin è riuscito a costruire un asse tra la Turchia di Erdogan e l’Iran, chiudendo così positivamente anche la partita in Siria – gli Stati Uniti avevano annunciato, in data 07 aprile 2018, che si sarebbero ritirati dalla Siria a meno che l’Arabia Saudita  (Paese che mal vede più di chiunque altro il proseguo del regime di Assad in quell’area) non si fosse sobbarcata totalmente il costo del mantenimento delle truppe americane in Medio Oriente. In altri termini Washington sembrava aver riconosciuto ed accettato, la vittoria di Mosca e dei suoi alleati, in quella porzione di mondo, ma mentre accadeva ciò altre tegole stavano per cadere sulla testa di Trump:

  • In primis con il cosiddetto “datagate” che vede coinvolti: Steve Bannon, ex Capo stratega della Casa Bianca nonché ex VicePresidente della società Cambridge Analytica; la Cambridge Analytica, società che combina il data mining, l’intermediazione dei dati e l’analisi dei dati con la comunicazione strategica per la campagna elettorale; e Facebook, uno dei maggiori social network mondiali, in quanto responsabili dell’aver influenzato e falsato il risultato delle ultime elezioni presidenziali americane;
  • Secondariamente con il “Sexgate” che vede coinvolti, in un giro di relazioni di fuoco: la pornostar Stormy Daniels; l’ex modella di Playboy Karen McDougal; e l’avvocato Michael Cohen. Quest’ultimo avrebbe provveduto a comprare il silenzio delle due signore pocanzi nominate per conto di Donald Trump.

Ora, questi due eventi, in un America così puritana e russofobica, alle soglie delle elezioni di medio termine, potrebbero seriamente mettere nei guai il Presidente Trump ed allora cosa mai potrebbe fare il Tycoon per distrarre l’opinione pubblica, assecondare le lobby militari ed i nemici interni al Partito Repubblicano, se non organizzare un attacco in grande stile verso i “cattivoni” siriani rei nuovamente di aver usato delle armi di distruzione di massa contro la popolazione inerme?

Detta così potrebbe sembrare anche un’idea geniale, degna di Niccolò Machiavelli, ma, si sa, non è cosa saggia giocare con il fuoco perché, pur non volendo, l’incendio potrebbe pur sempre divampare e, in quel caso, chi potrà mai fermarlo?In fondo, Putin, per quanto sia un uomo dai nervi d’acciaio, è pur sempre un essere umano e, in quanto tale, anche la sua pazienza ha un limite. Pazienza che è già stata fortemente messa alla prova a seguito delle false accuse mosse dal Governo britannico, nei confronti del Cremlino, riguardo l’avvelenamento di Serghej Skripall e di sua figlia Yulia, a Londra, per mano di alcuni agenti russi. 

In questo frangente la risposta di Putin a tanta infamia ed alle espulsioni dei propri diplomatici, fu perfettamente simmetrica e 150 diplomatici occidentali furono costretti ad abbandonare il territorio della Federazione Russa. Se in tal modo a volare furono solo le “Feluche” ora rischiamo concretamente che a librarsi nell’aria siano oggetti ben più pericolosi. E tutto questo potrebbe avvenire solo ed esclusivamente perché il Presidente degli Stati Uniti, chiunque esso sia, è prigioniero:

  • del proprio ruolo;
  • di fortissimi gruppi d’interesse;
  • delle lobby degli armamenti. 

Tutte questioni che, a noi italiani poco interessano o meglio, dalle quali, per la nostra posizione geografica e per la nostra storia, non possiamo che avere solo influssi negativi. Di conseguenza ci conviene continuare ad essere alleati degli Stati Uniti? La risposta, a questo punto, è chiaramente no! E, a tal riguardo, venuto a sapere della domanda del reggente del PD, Maurizio Martina, rivolta al leader del Carroccio in merito al fatto se: << Salvini vuole cambiare le alleanze internazionali del nostro Paese? Se è così, lo dica chiaramente >> mi sento in dovere – pur non essendo il leader della Lega, ne legato a quest’ultimo in nessun modo e ne conoscendo il suo pensiero più recondito – di rispondergli in qualità di puro sovranista con un’altra semplice domanda: << Caro Martina, ma se non ora, quando? … Cosa e quanto, dovremo ancora aspettare per comprendere che continuando a seguire l’Europa, l’Euro e la Nato ben presto ci ritroveremo nel baratro più profondo? >> 

Persino un euro/atlantista convinto come il Senatore forzista Paolo Romani si è reso conto dell’inconsistenza delle accuse americane tanto da dichiarare che: “nel momento in cui i ribelli jihadisti di Duma si stanno per arrendere, immaginare che Assad abbia utilizzato armi chimiche, che avrebbero scatenato di sicuro la reazione internazionale, oltre a essere inutile sarebbe un’idea stupida >> e c’è chi, come Lei, crede ancora a queste fandonie? In tal caso le questioni sono due: o chi sostiene posizioni filoatlantiste è in mala fede o non è in grado di leggere la realtà che lo circonda, e, in entrambi i casi, ciò può denotare solo una cosa: una grave incompatibilità con il ruolo che riveste, ergo non è degno di sedere in Parlamento. 

Pertanto il mio appello – come semplice cittadino, rivolto a tutto l’arco costituzionale – è quello che si uniscano tutte le forze di buona volontà affinché, nell’immediatezza della crisi, l’Italia non partecipi in alcun modo a nessuna azione militare in Siria, ne inviando truppe o mezzi, ne mettendo a disposizione le proprie basi. 

Anzi il nostro Paese, anche attraverso l’ausilio della diplomazia vaticana, dovrebbe farsi carico di una Conferenza di Pace per tentare di risolvere la Guerra Civile Siriana.

12 aprile 2018
Articolo originale

su Frontiere

 

Globalismi e populismi: la crisi della diseguaglianza

Di Leonardo Servadio

Crescono le disparità. Tutti i giornali parlano del rapporto Oxfam, organismo di base a Oxford il cui scopo è contrastare la diseguaglianza nel mondo. L’uno percento dei più ricchi – ha scoperto Oxfam – possiede quanto il restante 99 percento e negli ultimi anni questa disparità è cresciuta. Nei circuiti finanziari i profitti crescono a dismisura per chi ha capitali sufficienti per entrarvici.

Il rapporto propone che si stabiliscano norme per contenere la diseguaglianza e tra l’altro denuncia la disparità di guadagni tra i direttori delle società e i lavoratori (l’esempio eclatante è quello del CEO della più importante azienda di informatica indiana che incassa 416 volte il salario medio degli impiegati di tale società). Il rapporto Oxfam è ampiamente elaborato con dovizia di fonti: va letto e studiato per questo lo rendiamo qui disponibile: 

Download (PDF, 864KB)

Cerchiamo di svolgere alcune considerazioni in relazione a quanto vi è detto.

Come esposto nel rapporto, sono molto chiare le caratteristiche della mastodontica diseguaglianza di cui soffre il mondo. Me nessuno fa nulla al riguardo: perché?

Perché per poter attuare misure atte a contrastare il fenomeno occorrono due condizioni che risultano impossibili per come il mondo è oggi strutturato:

Anzitutto sarebbe necessario che vi fosse una singola autorità capace di imporre regole (ovvero, che formuli tali regole e che abbia la forza di farle rispettare) a livello mondiale: sovranazionale. Se l’ingiustizia è globale, per contrastarla non si può non operare a livello globale. Per il semplice motivo che le grandi società operano sulla scena mondiale, non sono “geolocalizzate”. Non solo, gli strumenti attraverso i quali operano non sono geolocalizzabili: hai voglia a cercare di far pagare a Google le tasse sui profitti che ricava in un qualsiasi paese, se la sua sede legale si trova dove non si applicano imposte plausibili e se non v’è modo di contrastare la sua presenza ovunque diffusa – tra l’alto perché fa comodo a tutti e ovunque sia disponibile: è un motore di ricerca di ottima qualità e gratuito.

Ma il caso di Google in fondo non è tra i più significativi, tra l’altro proprio perché è molto ben visibile. Mentre le investment companies e banche che operano sui mercati mondiali hanno bensì dei terminali visibili, ma perlopiù agiscono tramite le decine di mercati offshore e comunque con transazioni online, oggi in gran parte gestite da programmi automatizzati studiati per massimizzare i profitti sul brevissimo periodo. Sono decisamente invisibili.

L’attività di investimento finanziario è da tempo totalmente estranea alla logica economica (si ricordi, per inciso, che “economia” vuol dire “amministrazione della casa” e si riferisce all’insieme di beni fisici atti a garantire il benessere degli abitanti): non mira a far crescere economie definite secondo territori o popolazioni, ma solo a far aumentare i profitti computabili in denari. E quanto più questi denari sono numeri registrati in memorie volatili di reti di computer, tanto maggiori sono.

Poi ovviamente tali capitali possono a volte calare, con la stessa logica del falco che caccia la propria preda precipitandovisi dall’alto, sulle economie territorialmente definite e in tal modo incidono su quel tipo di economia che ha a che vedere con i livelli di vita delle persone: in meglio o in peggio. Ma si tratta di casi secondari: la logica trainante è l’astratto profitto.

La creazione del Bitcoin e di tutte le altre criptovalute che ne seguono l’esempio – e che aumenteranno di numero sempre di più – è una delle espressioni di questo mondo che predilige l’astrazione del potere monetario alla concretezza del bene utile. È noto che uno dei segreti del successo delle criptovalute è che costituiscono un facile sistema di riciclaggio del denaro derivante da traffici illeciti, quali le droghe. Ma d’altro canto la pura speculazione finanziaria non è altrettanto, se non più pericolosa delle droghe stesse? Essa di per sé droga i circuiti economici attirando gli investimenti nei circuiti dell’astrazione finanziaria, in tal modo distogliendoli da altri usi che si potrebbero definire socialmente utili: per esempio per permettere di ampliare i livelli di istruzione nei paesi più poveri e delle classi più povere, in tal modo permettendo di migliorare le loro condizioni di vita.

Invece nelle condizioni date cresce il consumo del lusso e si deprime il consumo più legato alle forme di vita collegate a quel che era la classe media. Che senso ha che vi siano automobili che costano due milioni di euro o più? Dal punto di vista dell’utente della strada, nessuno. Dal punto di vista dell’investitore, ha lo stesso valore che potrebbe avere un oggetto appetibile in quanto raro e desiderato da molti della sua stessa cerchia, simbolo di ricchezza e potere: un tempo in Olanda erano i bulbi di tulipano, nell’antica Roma lo era il pepe, oggi questa appetibilità collegata alla perfetta inutilità è data da una varietà di oggetti: dalle opere d’arte, il cui valore non deriva dall’arte stessa ma esclusivamente dalle valutazioni di mercato, sino a quella mostruosità che sono le criptovalute: mostruosità per il semplice fatto che esse non sono oggetti, ma algoritmi criptati, flatus vocis ammantato di aura elettronico speculativa.

La ricchezza finanziaria non conosce territorio, ergo per poterne contenere la rapacità non v’è altra soluzione possibile se non stabilire un’unica autorità mondiale volta a tassarla per consentire di ridistribuirne parte per fini utili. Sarebbe inevitabile che nel seno delle Nazioni Unite si costituisse un’Autorità centrale per tassare i redditi finanziari e per ridistribuirne i ricavi secondo le necessità delle popolazioni: ovviamente si tratterebbe anche di stabilire i criteri per l’equa ripartizione di tali somme e per evitare che esse ricadano entro circuiti estranei alla vita delle persone. Questione difficilissima sul piano giuridico e tanto più difficile perché tutta da inventarsi. Per giunta in condizioni in cui sarebbe indispensabile un controllo adeguato sulla correttezza ed efficacia delle sue operazioni, e tale controllo potrebbe avvenire solo attraverso l’assoluta trasparenza e attraverso un’efficace pubblicità delle sue azioni. Ma questa può esser data solo da un adeguato funzionamento dei mass media a livello globale e oggi i mass media sono in gran parte corrotti: o sono di parte e quindi fanno parte del grande gioco del potere finanziario globale, o sono espressione di desideri di singoli (i “social”) proni alle notizie false e tendenziose (fake news) propalate in virtù di quel che i singoli, divenuti massa elettronicizzata, diffondono pappagallescamente mossi da quel che percepiscono come interesse proprio anche se spesso si tratta di interesse altrui.

Qui entra il secondo aspetto della difficoltà: compiere un’operazione simile, anzi soltanto concepirla, implica mettere in discussione tutta l’ideologia del libero mercato, l’idea della “mano invisibile” che lo regola. Quella del libero mercato è l’ideologia superstite del mondo ottocentesco, da cui provengono tutte le ideologie contemporanee. Il problema è che non è riconosciuta come ideologia: è assunto come “dato di fatto”.

Le condizioni sono mature però, perché qualcosa possa cambiare. Anzitutto perché la mano invisibile è sempre meno invisibile. I Panama Papers ne han dato in piccolissima parte contezza. Studi come quello realizzato da Oxfam o il noto lavoro di Thomas Piketty sul Capitale nel XXI secolo hanno spiegato al mondo quali sono le caratteristiche fondamentali della logica dell’ingiustizia che lo governa.

Il problema è strettamente ideologico. L’ideologia del libero mercato è fondata su presupposti assurdi: come può mai immaginarsi che l’egoismo accentuato, cullato, vezzeggiato, favorito sino a spronare i singoli a sentirsi re del mondo, possa portare a un’equa redistribuzione dei profitti grazie alla semplice competizione?

Di solito non si mettono in pista dei paralitici a competere con dei centometristi olimpici: sarebbe ridicolmente patetico. Né si concede a chi dispone di carri armati di circolare liberamente per le strade urbane. Perché invece quando si parla di capitali, si consente a chi dispone di cifre stratosferiche di “competere” con chi non ha il becco di un quattrino?

È tempo che l’ideologia del libero mercato sia smascherata per tale e che si ridefinisca il ruolo della pubblica autorità nel regolare il traffico economico. E poiché questo è globalizzato, l’autorità regolante dev’essere globale.

Vi sono altre due caratteristiche della situazione attuale da considerare.

La prima è che, essendo quella del libero mercato un’ideologia, e precisamente l’ideologia vincente dopo la caduta del Muro, essa viene inconsciamente propalata ovunque.

Per dire, un esempio banale: sui mass media, quegli stessi che a volte denunciano differenze sociali per poi dimenticarsene il giorno dopo, si vedono grandi servizi sulle nozze reali, sulle auto di iperlusso, sulla vita glamour dei potenti: il lettore è invogliato a identificarsi e a desiderare di essere “come loro”. In tal modo dimentica di essere vittima di quel sistema che ha generato quei potenti. Quel che un tempo si vedeva solo sulle rivista di bassa lega, sfogliate da chi aveva poca voglia di leggere e molta di sognare. I giornali non hanno la capacità di compiere opera di denuncia, tutti presi come sono dalle piccolezze che avvengono dietro l’angolo della loro strada, indaffarati a riempire le pagine di quel che pensano faccia gola al fruitore. La moda del fatto di cronaca elevato a proclama cubitale è coeva con l’affossamento della politica, dagli anni ’80 in poi ridotta ad amministrazione di apparenze, a spettacolo privo di contenuto, mentre il potere si raccoglieva sempre più esclusivamente in ambito finanziario speculativo.

A volte compaiono scandali tipo Panama Papers, ma in breve scompaiono e non si a più nulla di chi imbosca i capitali al sicuro dalle tasse.

Forse anche perché sotto sotto non sono pochi coloro i quali vorrebbero fare lo stesso, anzi, nel loro piccolo fanno proprio lo stesso: non con cifre stratosferiche ma coi loro piccoli risparmi. Una percentuale delle fortune dei Bitcoin è molto probabilmente attribuibile a questi benpensanti che vorrebbero unirsi alla schiera dei ricchissimi. (Non è questa la logica per la quale nei momenti di crisi aumenta a dismisura il numero di coloro che giocano alle tante lotterie che gli stati e i privati propongono? E non sono Bitcoin e consimili una delle tante lotterie proposte?). Anche questo è un sintomo di come diffusa sia l’ideologia del libero mercato: il profitto a tutti i costi, e prima di tutto e soprattutto subito e senza pensare alle conseguenze che potrà avere nel tempo. Chiunque deponga i propri averi in fondi speculativi nutre il desiderio di arricchirsi in fretta: è ideologizzato.

Tra le conseguenze di questo pensiero fondato sul profitto a breve c’è lo sfascio delle infrastrutture che non siano in qualche modo collegabili al mondo del glamour: per dire, funzionano le linee ad alta velocità che collegano le città principali, ma le ferrovie per pendolari fanno acqua da tutte le parti…

La seconda è che la Cina comunista, che sino a ora (con tutte le storture del partito unico al potere) bada anzitutto alle infrastrutture e all’economia reale, quella visibile sul territorio, dopo decenni di crescita rutilante continua ancora a crescere e si pone l’obiettivo di eradicare completamente la povertà al proprio interno. Se veramente riuscisse a raggiungere tale obiettivo per il 2020 (come Xi Jinping dichiara di voler fare), avrà compiuto quel che nessun regime capitalista è mai riuscito a fare.

La Cina oggi propone un contrappunto al mondo dell’ideologia del libero mercato. Perché difende la libertà di impresa e di commercio, ma allo stesso tempo la attua in modo almeno in parte controllato. Seguendo principi “dirigistici”, che son poi quelli che han reso grande l’economia statunitense nel corso dell’800 e nel secondo dopoguerra del ‘900, quando gli Stati Unite erano ancora gli Stati Uniti e non un tempio votato all’adorazione del dollaro, guidato da quel che sembra, più che un politico, un grande sacerdote dell’opulenza.

Ecco dunque gli ingredienti della crisi attuale: la crescente disparità sociale ed economica, la circuitazione di notizie che insegue la globalità dell’economia finanziaria, un paese politicamente comunista ma con economia di mercato.

Con questi ingredienti, la domanda è se oggi sia già possibile proporre di attivare qualcosa come la Tobin tax (la tassazione dei profitti finanziari), e studiare nuovi sistemi per ridistribuire il reddito a livello globale, così come al livello globale si “produce” reddito puramente contabile e impropriamente sempre più accentrato.

Certo, ci vorrebbe l’equivalente di una rivoluzione.

Per ora l’unico che sembra volerla è Xi Jinping, che usa quel di cui dispone: il suo Partito Comunista Cinese che sta cercando di diffondere nel mondo, ovunque vi sia qualche compatriota. E siccome di cinesi ormai se ne trovano ovunque, non è detto che non riesca nei suoi intenti.

Di solito il mondo si muove in caso di crisi belliche di grandi dimensioni. Potrà oggi evitare la crisi bellica che potrebbe profilarsi non sulle bombe nordcoreane, ma sulle tensioni crescenti tra Cina e USA, e tra populismi e globalismi?

Per quel che ci riguarda, preferiremmo che si rivalutasse l’umanesimo cristiano, ovvero che si ridesse una base morale alla società, strappandola all’ideologia dell’egoismo a ogni costo e sopra ogni cosa.

su Frontiere

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