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Quel che resta del giorno ( I racconti del Campo)

Siamo a largo dei Librari, con le spalle all’oratorio restaurato. E’ un pomeriggio di settembre ma il Filettaro apre la sera. E mentre chiacchieriamo seduti ai tavolini del caffè, due bangladesi schizzano via lungo via dei Giubbonari con la mercanzia, evidentemente inseguiti dai vigili. E’ il gioco delle parti, la solita scenetta messa in onda quando Roma Capitale decide di fare sul serio per far contento il Messaggero o evitare i tweet di Salvini contro Virginia Raggi. La coppia che mi sta davanti si direbbe male assortita: lei è una stupenda brunetta, lui ricorda un po’ Morgan o Anonymous ed è l’archetipo del simpatico bel mascalzone. Lei infatti è sposata ed è allo stesso tempo sinceramente innamorata di questo divorziato con figli. Come finirà la storia? Non lo sanno nemmeno loro, questo lo ammettono mentre lentamente girano il cucchiaino nella tazzina del caffè. I tratti di lei sono dolci, è una siciliana elegante e sensuale e ha sempre il sorriso sulle labbra. Nel frattempo la partita a guardie e ladri continua: una robusta vigilessa sta facendo il giro della piazzetta, lasciando comunque un intervallo sufficiente a far scappare il “bangla” lungo l’altro lato della piazza. Lentamente sentiamo avvicinarsi anche una macchina che scandaglia via dei Giubbonari. Anche qui è un’operazione di facciata: se vuoi rastrellare sul serio una strada devi chiuderne entrambi gli accessi. Mi ero comunque distratto e la donna che ho davanti aspetta la risposta a chissà quale domanda. Chiedo di ripeterla e prendo tempo: mi chiede che voglio fare io. Risposta: nulla. Non provo emozioni, o almeno col tempo ho imparato a controllarle. E poi è da lei che aspetto una risposta, visto che sono suo marito ed è lei che vuole mettersi con un altro. Ho chiesto io di vederci a tre per fare due chiacchiere: devo sapere cosa vogliono fare, come e quando.

Dietro di me continua il passeggio domenicale, mentre un distinto venditore ambulante deve discutere con le guardie: lui non è scappato, ma è italiano e pensa di evitare la sanzione. Ben altro panorama la mattina dei giorni feriali verso le 8, quando c’è scuola: il vicino liceo statale Vittoria Colonna pullula di belle ragazze e ai tavolini c’è di tutto: ormai non esistono più ragazze brutte o poco curate, e forse per questo miss Italia non va più di moda: ormai basta uscir per strada e sembrano tutte finaliste.

Ritorno sui miei pensieri: mi preoccupa l’aspetto economico di una eventuale separazione. Già lei mi ha chiesto a chi resterà la macchina, e questa non gliela perdono. Lui poi non ha un posto fisso e chi chiede i soldi una volta, li chiederà anche dopo. Passi per il letto, ma i soldi no. Qui manco a farlo apposta siamo vicino al Monte, dove i traffici di oggetti e denaro avvengono da sempre e certe facce le conosciamo tutti da anni. Proprio al Monte comprai una macchina da scrivere usata, quando ancora non c’era la videoscrittura. Ma qui troppe cose sono cambiate da quando ero giovane, inutile fare l’amarcord. Devo infatti concentrarmi su quello che ho davanti, ma non è facile: quei due se non sono ancora andati a letto ci andranno presto e anche senza dirmelo lo capirò lo stesso. Nel frattempo mia madre sta lentamente spegnendosi in un lontano ospedale e quella casa dove una volta abitavamo in cinque ora è malmessa, enorme e vuota. Ieri insieme alla badante – una robusta contadina romena – abbiamo dato una riordinata alle stanze e soprattutto le abbiamo pulite da tutta la robaccia accumulata nel tempo: scarpe, indumenti in disuso, pentole in alluminio, certificati elettorali, bollette d’epoca, carte da regalo, riviste, decoder e cavi elettrici, verbali di condominio, fatture saldate mezzo secolo prima. Se la lasciassi sola, quella donna brava quanto ignorante butterebbe tutto, ma insisto per esaminare prima qualsiasi cosa trovi in armadi, madie e cassettiere. Decido io cosa va conservato e cosa va mandato in discarica, altrimenti andrebbero perduti anche i libri antichi di mio padre o le mie collezioni che non ho avuto il tempo né lo spazio per portare con me dopo il matrimonio, di cui tra pochi giorni ricorre l’anniversario. Mi viene da ridere: quest’anno non riesco a immaginarmi una cenetta a lume di candela, né è sicuro che, una volta sloggiato da casa di mia moglie, io possa abitare casa di mia madre: i fratelli la vogliono vendere e non avrei certo i soldi per riscattare le loro parti. Certo l’idea di non dover guidare più ogni giorno nel traffico o di poter entrare al cinema Farnese quando voglio resta un bel sogno: con lo stipendio che mi danno posso solo scegliere un’altra periferia. Magari con un teatro o un cinema di quartiere.

LAURENZIO LAURENZI, un artista dimenticato

Conoscevo le acqueforti di Laurenzi (1878-1946) per averne ereditata una di piccolo formato da mio padre (uno scorcio di paesaggio con cipressi) e soprattutto per averne visto alcune di grande formato (mm 495×375) incorniciate negli uffici del Museo della Civiltà Romana: non esposte in sala, rappresentano edifici monumentali della Roma antica, compresi quelli sparsi nelle province romane. Belle calcografie in stile classico, sono in parte reperibili sul mercato antiquario ma senza raggiungere quotazioni alte: dai 100 ai 250 euro. Ma la sorpresa è stata scoprire la scarsa documentazione su questo artista: poco o niente si trova scandagliando l’OPAC SBN – il Servizio Bibliotecario Nazionale – e persino scorrendo lo schedario della Biblioteca Hertziana, specializzato nello spoglio dei periodici di storia dell’arte. Non una monografia, né un catalogo di una mostra, solo qualche notizia in rete. Tuttavia, un articolo pubblicato nell’agosto del 1938 ne Gli Annali dell’Africa Italiana (1)  suggerisce di estendere la ricerca alle riviste italiane del Ventennio, e spieghiamo subito perché: Laurenzi ha vissuto una vita artistica ben suddivisa fra due periodi: nel primo è legato ad Assisi e all’Umbria (dove era nato) e all’illustrazione delle città italiane, mentre nel secondo cambia stile e diviene un interprete della Romanità, per finire dimenticato dopo la guerra. Muore nel suo appartamento romano nel 1946 assieme al suo gatto per una fuga di gas – disgrazia o suicidio? – ma ormai si era ritirato dalle scene, dopo aver viaggiato a suo tempo per tre anni a spese dello Stato per illustrare in 80 lastre le architetture della Romanità in Europa e in Africa. Romanità imperiale antica e moderna, secondo lo schema ideologico del Duce: non solo Roma, Spalato, Sabratha o Treviri, ma anche Gondar e Axum. Ma sarebbe interessante sapere chi aveva realmente commissionato l’impresa: nella prospettiva della Mostra Augustea della Romanità, ipotizzo un interessamento di Quirino Giglioli, direttore del Museo dell’Impero e grande organizzatore della Mostra Augustea, storica celebrazione promossa nel 1937 per il bimillenario della nascita dell’imperatore Augusto. La ricerca dovrebbe a questo punto esplorare gli archivi del Museo dell’Impero ed è appena iniziata. Le tavole erano 80, ma finora non sono riuscito a catalogarle tutte: 48 incisioni riferite a periodi diversi sono conservate a Mantova da un’istituzione privata, la Raccolta di stampe Adalberto Sartori (2). Stranamente, neanche una è registrata dall’Istituto Nazionale per la Grafica. Per fortuna la Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali ne conserva ben 45 nel Gabinetto Comunale delle Stampe del Museo di Roma (3) e ringrazio la dott.ssa Angelamaria D’Amelio per la sollecita collaborazione nella ricerca.

NOTE

  1. www.maitacli.it/component/phocadownload/category/2-somalia?download=31:somalia . Opera dello scrittore e giornalista Eugenio Giovannetti (1883-1951), l’articolo è intitolato «Le acqueforti africane di Laurenzio Laurenzi», ed è accompagnato dalla riproduzione di sei opere.
  2. https://raccoltastampesartori.it/autori/laurenzi-laurenzio.
  3. http://www.museodiroma.it/it/collezioni/percorsi_per_temi/grafica

Bibliografia:

Incisori moderni e contemporanei. Raccolta di monografie illustrate, Libro Secondo, a cura di Arianna Sartori, Mantova, Centro Studi Sartori per la Grafica, 2010, pp. 176/189.

Una stampa fiamminga del ‘600

Maius, cioè maggio, uno dei dodici mesi della serie. Nella stampa vediamo in prospettiva un bel giardino all’italiana e in primo piano una scena di genere: alcuni gentiluomini s’intrattengono con le dame nella pausa di una battuta di falconeria.

Nella stampa si leggono in basso tre nomi in corsivo: Jodoc. de Momper invenit , Adrian. Collaert sculp., Phls Galle excud. , che per intero suonano: Jodocus de Momper invenit, Adrianus Collaert sculpsit, Philippus Galle excudit. E’ una stampa c.d. di riproduzione: Joos de Momper è l’autore dei quadri, mentre Adriaen Collaert è l’incisore che ha trasposto su lastra di rame il disegno per inciderla all’acquaforte e poi trarne le stampe per il suo editore, Philip Galle. Questa divisione del lavoro è comune nel mondo delle stampe antiche, che vede spesso una specializzazione dei ruoli. Siamo nelle Fiandre fra il 500 e il 600, e l’arte diventa quasi un’industria: le grandi tipografie riproducono a stampa i quadri famosi e ne diffondono in serie le immagini, rendendole popolari in tutta Europa. Una di queste imprese – la Plantiniana – aveva sede ad Anversa ed esiste ancora come museo. Fondata nel 1555 da Christofle Plantin la Plantiniana stampò più di 1500 opere e l’opera fu continuata da Balthasar Moretus, nipote diretto del fondatore e amico personale di Rubens, per il quale Philip Galle – editore della stampa che descriviamo – riportò in calcografia molte sue opere. Tra parentesi, Galle è il suocero del suo incisore: Adriaen Collaert ne ha sposato la figlia Justa, e bene ha fatto l’editore a legare saldamente alla sua impresa un artista di tale rango.

La stampa è di medio formato (143 x 207 mm.) e risale al 1610, quando Collaert era ormai in età matura – sessant’anni circa, per l’epoca già un anziano – e aveva già riprodotto a stampa una grande quantità di opere d’arte, oltre ad averne create da disegni suoi originali. La stampa era insieme al conio l’unico modo di riprodurre in serie le opere d’arte e diffonderne la popolarità sul mercato internazionale, e si è visto che Anversa – come Venezia – era un centro di produzione di livello sia per qualità che per capacità industriale. Quanto invece a Joos de Mompert il giovane (per distinguerlo dal nonno, anche lui pittore come suo padre), era un paesaggista e la sua attività ad Anversa è ben nota dal 1581 al 1635, Nel 1611 diventa decano della gilda di San Luca e anche uno dei suoi figli Philippe sarà pittore. Al nostro sono attribuiti almeno 500 quadri, ma pochi dei quali firmati. La produzione di quadri di genere – i paesaggi erano richiestissimi dal mercato – era quasi sempre opera di bottega, dove l’autore dello sfondo magari non era l’autore dei personaggi in primo piano, anche se Mompert si fa riconoscere per lo stile: frequenti i paesaggi di montagna e alcuni  stilemi assorbiti dai due Brueghel, con cui collaborava.

La trasposizione di un’immagine da un quadro a olio alla stampa su carta passava necessariamente per la grafica e Collaert, come Galle, da buon fiammingo era anche un accurato disegnatore. Chiaramente l’incisione è qualcosa di profondamente diverso dal quadro riprodotto: non era possibile stampare a colori o almeno non con gli effetti cromatici attuali, quindi la stampa è l’apoteosi del bianconero. Nel nostro caso la tecnica usata per incidere la lastra di rame sulla quale è stato riportato il disegno è l’acquaforte, che permette – a differenza della xilografia, incisione su matrice di legno – la gestione della profondità di campo.

L’acquaforte è una tecnica complessa e si basa sul potere corrosivo degli acidi e su quello protettivo della cera. Per semplificare: la lastra di rame viene ricoperta da un sottile strato di cera d’api, oppure bitume. Successivamente, con un qualsiasi strumento a punta, si asporta il materiale protettivo affinché restino scoperte le parti che poi verranno stampate; dopo di che si immerge la lastra acquaforte (come veniva anticamente chiamata la miscela formata da tre parti d’acqua e una di acido nitrico). L’acquaforte, con un’azione chiamata “morsura”, corrode le parti della lastra rimaste senza protezione. La lastra deve rimanere in acido per un tempo proporzionato al tipo di segno desiderato: più lunga sarà la morsura, più scuri saranno i segni. Una volta terminata l’operazione, si leva la cera e si usa la lastra come matrice tipografica, valendosi di uno speciale torchio “a stella”, tuttora in uso per le stampe d’arte.

De/scrivere Chiunque Ovunque

da Banksy.

Ho seguito la storia della traduttrice e scrittrice olandese Marieke Lucas scartata perché Amanda Gorman, la poetessa afroamericana che abbiamo visto il giorno dell’insediamento del presidente Biden, non può essere tradotta dalla “troppo bianca” scrittrice olandese. Intanto evitiamo l’equivoco: non è – come si è detto – razzismo alla rovescia; piuttosto, c’è qualcosa di vero nell’affermare che in poesia certe sfumature profonde della lingua e dello spirito può capirle meglio chi a quella cultura appartiene. La fortuna della letteratura ungherese in Italia – sia poesia che prosa – si deve soprattutto alla presenza anteguerra nella città di Fiume/Rijeka di una colta comunità bilingue italiana e ungherese presente fin dall’800 (1). Non è dunque il colore della pelle a fare la differenza, ma la lingua e la cultura alla quale appartieni. Dunque non ci troviamo di fronte a una surreale vertenza sindacale, ma a un modo diverso di affrontare il rapporto tra culture diverse.

Intanto, il rapporto fra la cultura egemonica e la cultura subalterna segue dinamiche precise, secondo l’ormai classica analisi di Cirese (2). Nel caso nostro, a descrivere e interpretare gli altri è tradizionalmente o almeno negli stadi iniziali un’élite progressista o di tendenza, che in buona fede si ritiene capace di interpretare una cultura subalterna. Sicuramente non si è esenti da stereotipi, ma spesso sono stati proprio certi romanzi a tema (come La capanna dello zio Tom) a promuovere idee progressiste, mentre l’esotismo di Salgari non va preso sul serio, pur avendo la mia generazione letto con avidità i suoi romanzi ambientati in India e in Malesia. Il problema si pone infatti quando lo scrittore o il regista si presentano come realistici e profondi conoscitori della cultura che vogliono descrivere, ma cadono invece nello stereotipo, sia in letteratura che soprattutto nel cinema, dove è più facile esser meno accurati o adeguarsi all’idea che gli africani parlano col verbo all’infinito, il che almeno in italiano è errato: l’infinito è più complesso, per esempio, della terza persona singolare del presente e non può essere la prima scelta di uno straniero. Sicuramente c’è molta più Africa nei film di Idrissa Ouédraogo (Burkina Faso) che in tanti film o libri ambientati in Africa, anche se La mia Africa di Karen Blixen non è da buttar via, visto che descrive anche i rapporti interni fra colonizzatori. Né bisogna per forza essere nati nel posto:  la Yourcenar p.es. ne Il colpo di grazia (3) descrive la guerra civile nel Baltico degli anni Venti, pur non essendo mai stata in quei posti. Del resto, per scrivere Le memorie di Adriano non bisognava per forza ssere ospiti dell’Imperatore a Villa Adriana. Questo per dire che se uno scrittore sa veramente il suo mestiere, meglio lasciarlo lavorare: saranno i lettori a giudicarlo. Sempre che sia in buona fede: non lo era p.es. Lion Feuchtwanger, autore di Suss l’ebreo, né il regista Veit Arlan che ne trasse l’omonimo film nazista (1940). Per le offese comunque ci sono almeno da noi i tribunali.

Più onesta è la letteratura che pone culture diverse a confronto diretto: penso a Passaggio in india di Forster, ai romanzi di Kipling, alla già citata La mia Africa di Karen Blixen. In quei casi il protagonista parte tutto d’un pezzo e lentamente cambia il suo modo di vedere il mondo (la famosa Weltanschaung) attraverso il rapporto più o meno traumatico con il diverso, che spesso si rivela cultura egemone alla pari di quella del protagonista. Alla fine il protagonista non sarà più lo stesso, secondo il classico schema del romanzo di formazione.

Ma spesso il problema è che per molto tempo una minoranza etnica o sociale non ha ancora raggiunto quel grado di istruzione e consapevolezza che gli permette di entrare nel mondo della cultura “alta”, oppure non si riconosce nei paradigmi tipici della cultura egemone perché ancora legata a una cultura orale, come nel caso dei Rom, i quali  peraltro hanno anche espresso buoni registi (4). Siamo abituati a considerare il romanzo borghese e il cinema come strumenti perfetti per esprimere la nostra cultura, ma in realtà non c’è niente di universale negli strumenti che usiamo. Oggi il punto di attrito si raggiunge quando questa minoranza raggiunge i posti chiave nelle università, nell’editoria, nella stampa, nel cinema e nella televisione: a quel punto si arroga il diritto di poter esprimere meglio degli altri il proprio punto di vista. Se vogliamo, i meccanismi sono analoghi a quelli della lotta di classe e alla fine l’obiettivo finale è anche qui il potere. Ma attenzione a non cadere nella mitologia: per descrivere gli italiani non si deve essere necessariamente italiani. Magari ne nasce anche un punto di vista diverso, come nei romanzi e negli articoli della scrittrice afroitaliana Igiaba Scego, somala di nascita ma ormai ben inserita nel nostro mondo culturale. E soprattutto, niente censura preventiva, anche se animata (come sempre) da buone intenzioni, anche perché sorge necessariamente un quesito: chi è il giudice?

Ora, in  Who Owns Culture?: Appropriation and Authenticity in American Law di Susan Scafidi (2005), giurista americana della Fordham University, bianca e con probabili ascendenze italiane, la questione viene così enunciata:

Prendere senza permesso la proprietà intellettuale, le conoscenze tradizionali, le espressioni culturali o gli artefatti dalla cultura di qualcun altro. Questo può includere l’uso non autorizzato della danza, dell’abbigliamento, della musica, della lingua, del folclore, della cucina, della medicina tradizionale, dei simboli religiosi ecc. di un’altra cultura (5).

Che significa senza permesso? Chi lo deve concedere? L’ufficio legale dei nativi americani? L’imam della moschea più vicina? Il rapper più autorevole? Non stiamo parlando di marchi commerciali da proteggere o prodotti DOC e DOP, ma di letteratura e cinema. Un onesto scrittore a chi deve chiedere tutte le autorizzazioni necessarie per una descrizione d’ambiente? Ogni volta che i sardi hanno ritenuto irrealistica la descrizione della loro cultura l’hanno fatto capire dopo che il film era nelle sale, e questo era nel loro diritto. Mai invece hanno impedito al regista di sbarcare in Sardegna con una troupe  o preteso di approvare loro la sceneggiatura.

Altra osservazione: un libro vale perché crea discussione. Attenendoci al manuale Cencelli esteso alle arti, non so quanto interessanti sarebbero film e romanzi dove non si può parlare degli altri senza offenderli e dove chi insulta o addirittura descrive un afroamericano o un disabile o un gay deve per forza morire dopo pochi minuti di proiezione. Conta il punto di vista dell’artista; è’ il discorso sulla violenza: a pesare non è l’atto in sé rappresentato, ma l’atteggiamento del regista verso la violenza. E qui è quasi istintivo pensare ai film di Pasolini.

Infine: per quanto riguarda l’ossessione della verginità culturale e dell’autenticità, la letteratura è di per sé inautentica. È falsa, coscientemente e volutamente falsa. È proprio la falsità la natura profonda di questa forma artistica, che parla di persone che non esistono ed eventi che non sono ma accaduti. E c’è chi lo ha saputo fare molto bene: Little bee di Chris Cleave (2009) descrive la dura vita di una quattordicenne nigeriana, ma l’autore è bianco e British. A parte Dashiel Hammett, nessuno scrittore di gialli è stato un vero detective. Sotto il vulcano di Malcom Lowry (1947) descrive il Messico e i messicani, ma con l’aria che tira oggi non dovrebbe scrivere niente. In realtà tentare di superare i confini dell’esperienza personale fa parte del mestiere dello scrittore di narrativa. La posta in gioco non è se il romanzo onora la realtà; ma se lo scrittore può cavarsela nel narrarla.

Postilla: fiutando lo Zeitgeist (lo spirito del tempo, o l’aria che tira se preferite), un poeta bianco statunitense nel 2015 si è spacciato per cinese per essere più facilmente pubblicato e recensito da Best American Poetry (6). Yi-Fen Chou si chiama in realtà Michael Derrick Hudson e il direttore editoriale (un cinese vero) così ha sentenziato: “He wanted power, the capital of multicultural difference” (voleva il potere, il capitale offerto dalla differenza multiculturale). E di potere i cinesi se ne intendono.

NOTE

  1. Le traduzioni italiane delle opere letterarie ungheresi / Péter  Sárközy, in: RSU, Rivista di Studi Ungheresi, 2004. Scaricabile  in PDF: http://epa.oszk.hu/02000/02025/00019/pdf/RSU_2004_03_007-016.pdf
  2. Cultura egemonica e culture subalterne. Rassegna degli studi sul mondo popolare tradizionale / Alberto Mario Cirese, 1971 e successive ristampe.
  3. Prima edizione 1939. Prima edizione italiana; Milano, Feltrinelli 1962.
  4. Penso a Gagio dilo (lo straniero pazzo, 1997), di Tony Gatlif oppure a Anche gli zingari vanno in cielo (1976) di Emil Loteanu
  5. https://www.jstor.org/stable/j.ctt5hj7k9
  6. https://www.npr.org/sections/codeswitch/2015/09/10/439247027/why-a-white-poet-posed-as-asian-to-get-published-and-whats-wrong-with-that

PASSAPORTO VACCINALE

Art. 32 della Costituzione: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.

Già, ma quale legge? Bella domanda. Ma in Europa non va poi tanto meglio: in sostanza, se la pandemia ha giustificato ovunque interventi di emergenza e limitazioni della libertà individuale, resta il baluardo della vaccinazione obbligatoria.

In una lettera alla Commissione europea, il premier ellenico Kyriakos Mitsotakis chiede di creare un documento per identificare le persone immunizzate: in questo modo sarebbero libere di viaggiare, a beneficio dell’industria del turismo (1). Ungheria, Belgio, Danimarca, Spagna e Polonia sono a favore, mentre Francia, Belgio  e Germania si oppongono. Nel mondo la situazione non è omogenea (2). Spostandoci sul privato, sono invece favorevoli le compagnie aeree internazionali, né c’è bisogno di spiegarne il motivo. In effetti, un documento sanitario unificato sarebbe pratico: garantisce uno standard di sicurezza certificato e abbrevia le operazioni di controllo alle frontiere. Si noti: nessun vaccino è obbligatorio; si spera piuttosto che così facendo la popolazione europea sia incentivata a immunizzarsi. Chi si è vaccinato e desidera viaggiare – la tesi di Mitsotakis – non dovrebbe più sottoporsi a quarantene e tamponi, vedendo quindi ripristinata la sua libertà di movimento, peraltro sancita dalla UE. Per la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è necessario trovare un “requisito medico che dimostri che le persone sono state vaccinate”. Ma guai a chiamarla tessera.

I motivi di tanta cautela? Elettorali. In Francia e Germania è diffusa sia la diffidenza e lo scetticismo verso il vaccino (è anche vero che si tratta di prodotti sperimentati da poco) che il fronte no-vax, quest’ultimo anche capace di manifestazioni violente. La questione intanto passa ai giuristi (3) e può essere così esemplificata: si mina il diritto alla privacy (parere del Garante europeo della protezione dei dati, il polacco Wojciech Wiewiórowski) e pone rischi molto alti in termini di coesione, discriminazione, esclusione e vulnerabilità. Ma se tutti avessero accesso al vaccino nello stesso periodo e con le stesse modalità sarebbe forse diverso? Chi non si vuole vaccinare sarebbe identificato per esclusione, e il Vaticano su questo non discute: il dipendente che rifiuta il vaccino rischia il licenziamento o comunque il declassamento di funzione. Il problema investe direttamente le prerogative dello Stato, che deve erogare lo stesso livello di servizi in tutto il territorio e nel contempo tutelare i cittadini senza discriminarli, anche se un medico o un infermiere che rifiutino il vaccino a mio parere sono solo degli asociali. In ogni caso, la mancanza di un passaporto vaccinale non impedisce ai singoli stati di bloccare l’accesso da singoli altri stati, lasciando quindi discrezionalità nella gestione delle frontiere e di fatto discriminando comunque chi non si è vaccinato.

Note:

  1. https://www.linkiesta.it/2021/01/vaccini-covid-europa-passaporto/
  2. https://siviaggia.it/notizie/passaporto-vaccinale-mondo-situazione/322508/
  3. https://www.agendadigitale.eu/sanita/passaporto-vaccinale-non-solo-questione-di-privacy-tutti-i-diritti-individuali-e-collettivi-in-gioco/