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Dighenìs Akritas – l’epopea bizantina

Nel mio precedente articolo avevo citato tra i poemi epici cavallereschi “islamicamente scorretti” anche il Dighenìs Akritas (in greco: Διγενής Ακρίτας) , ben sapendo che da noi il testo è ignoto. Proprio per questo ne voglio parlare, sperando di stimolarne la lettura. Si tratta di un testo bizantino anonimo del XII secolo, scritto in greco medioevale, a metà tra narrazione popolare ed epica classica, con forti connotazioni romanzesche e alcuni tratti originali rispetto all’epica cavalleresca occidentale. Le vicende si svolgono nel X secolo o appena dopo nelle zone di frontiera tra Anatolia e Siria – più o meno dove si combatte anche adesso – presidiate all’epoca dagli akritai, a capo di soldati-contadini cui veniva assegnata la terra in cambio dell’obbligo di difenderle dai saraceni. Questi distretti militari di frontiera– i c.d. themi – erano un’eredità del Limes romano e nei Balcani il sistema perdurò sia sotto i Veneziani che con gli Austriaci – le c.d. krajne, o distretti militari di confine presidiati dai “Grenzer”, i presidiari, legati alla terra quanto alla difesa contro gli i Turchi ottomani. Il generale Boroevic’, detto il Leone dell’Isonzo e nostro nemico nella prima G.M., era per l’appunto un Grenzer, il che significava – come ai tempi di Bisanzio – un uomo duro, coraggioso e lontano dalle manovre di corte. All’epoca dell’Impero Romano d’Oriente gli akritai dovevano tenere la lunga frontiera aspettando l’arrivo dell’esercito regolare, oppure impegnando il nemico con scorrerie di ogni tipo. Il confine era vago e costituiva una estesa palestra per incursori, essendo guerriglia e scorrerie all’ordine del giorno. Ma alle guerre si alternavano anche lunghi periodi di pace e conflitti di bassa intensità, come ai tempi del Limes romano, di cui Bisanzio era erede.  Frequenti erano gli scambi culturali e matrimoniali tra guarnigioni e popolazione locale, anche se l’Islam era incompatibile con la Croce. Ma all’epoca i bizantini non erano ancora sulla difensiva, anzi riconquistarono ampie zone della Siria e dell’attuale Libano. E gli akritai erano i difensori e ri-colonizzatori delle terre tolte alla Jihad, anche se – come vedremo – erano molto indipendenti dal potere centrale e lontani anni luce dallo spirito della ricca e intricata Bisanzio. Il poema fu composto e diffuso negli ambienti che lo avevano creato, per poi diventare di moda a corte e anche da noi: Boccaccio conosce il testo, lo chiama l’Arcita e nella Teseida ne sfrutta alcuni spunti romanzeschi. Ma entriamo nella trama del poema.

Intanto il nome. Dighenìs significa dalla doppia stirpe, e infatti l’eroe è figlio di un emiro arabo che invade la Cappadocia e rapisce la figlia di un generale bizantino. L’emiro accetta poi di convertirsi al cristianesimo insieme alla sua gente e di stabilirsi nella Romània (le terre dell’Impero Romano d’Oriente), prendendo in moglie la figlia del generale. Si ha così la riconciliazione tra i due popoli, e dal matrimonio nasce il nostro eroe. Nella seconda parte del poema se ne narrano le gesta. Uomo di frontiera per nascita e funzione, si rivela subito un capo coraggioso e intraprendente quanto alieno se non ribelle al Basileus, che gli ha delegato la difesa della frontiera. Lui non ama essere fedele al suo Imperatore, anzi è totalmente avulso dalle gerarchie e così amante della propria libertà che si dissocia da ogni legame con Bisanzio e continua la sua vita seguendo un individualismo sfrenato; in questo senso non sarebbe fuori posto in un film di Clint Eastwood. Dighenìs non ha un codice etico come i cavalieri Franchi e alcune sue gesta sono al limite, come la sua identità: rapisce la sua futura sposa, figlia di un generale, ma dopo aver vinto tutti i suoi fratelli ne chiede la mano al padre. Sarà un’unione felice, anche se un paio di volte tradirà sua moglie, fra un’incursione e l’altra. In una vince ma s’innamora della seminuda amazzone Maximò e la ama. In un’altra riconsegna a un guerriero saraceno la fidanzata sedotta e abbandonata e lo obbliga a sposarla, ma non prima di averla violentata: la frontiera non è luogo per gentiluomini. Ma le sue grandi doti guerresche e le sue gesta non rimangono sorde all’orecchio del Basileus. L’Imperatore tenta di conoscere questo grande guerriero, l’akrita che combatte al confine dell’Impero, ma Dighenìs non accetta mai di incontrarlo, anzi, lo sfida a duello, ovviamente declinato. Ma il nostro eroe affronta anche imprese, retaggio della mitologia classica: vince un drago che si era trasformato in un bellissimo giovane e aveva tentato di violentare la moglie. Poi è il turno di un leone che l’akrita vince, come Heracles, uccidendolo con un colpo di clava. In intimità con la moglie, viene sorpreso da un gruppo di predoni, da sempre presenti ai valichi. Digenis li sconfigge tutti poi sfida i loro migliori guerrieri a duello, vincendo ancora una volta. Come si vede, l’epica si lega alla tradizione romanzesca alessandrina, il che suggerisce un pubblico “generalista”, amante delle gesta guerriere ma anche di quelle erotiche, cui ben si presta un eroe “borderline” in tutti i sensi. Curioso il finale, almeno dopo tanta azione: dopo aver vinto tutti i suoi nemici, Dighenis costruisce un lussuoso castello sulle rive dell’Eufrate, dove trascorre pacificamente i suoi ultimi giorni insieme alla moglie, e la sua morte sarà celebrata in tutto l’Impero. Impero che è durato mille anni, ma è ancora vittima di un doppio pregiudizio: quello cattolico e quello dello storicismo germanico, unicamente proteso a magnificare il Sacro Romano Impero.

La traduzione migliore e più recente del poema, con testo a fronte e ampio commento, è del 1995 e si deve ai tipi dell’editore Giunti, a cura di Luigi Odorico.

2 giugno di polemiche

La festa della Repubblica dovrebbe essere un momento di unione di tutte le componenti civili di una società, e invece quest’anno si è visto di tutto: reparti ridotti all’osso, frasi insolite per un presidente della Camera, provocatorie assenze di generali in pensione e di politici, parole come “inclusione” lasciate nell’ambiguità iniziale. Insomma, non ci siamo fatti mancare niente. Visto che io la parata del 2 giugno la seguo o vi partecipo da sempre in prima persona, mi sia permessa qualche osservazione personale.

La prima: la festa della Repubblica ha smesso da almeno dieci anni di essere celebrata con una parata esclusivamente militare. Quest’anno si sono visti 300 sindaci sfilare con la fascia tricolore, ma già il presidente Napolitano aveva gradualmente escluso dalla sfilata i mezzi meccanici e inserito come novità la partecipazione dei gonfaloni delle Regioni e delle organizzazioni di Protezione civile. I mezzi erano comunque ormai pochi, almeno per chi come me si ricorda le sfilate degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, quando i reparti sfilavano per battaglioni (falangi di 600 uomini; quest’anno gli scaglioni ne contavano 54!) e le vibrazioni di decine di carri armati facevano tremare pure il Colosseo. E pur militarista quale sono, sono anche il primo a dire che la festa della Repubblica deve mostrare pubblicamente tutte le componenti della società civile e non solo i militari in divisa e i corpi armati dello Stato. I volontari del Servizio civile universale sfilavano anche due anni fa, quindi inutile sbeffeggiarli. Resta casomai da chiarire cosa significa “società civile” e cosa volesse dire realmente il Ministro quando ha lanciato la parola d’ordine “inclusione” senza spiegarne il senso completo. Sulla società civile abbiamo una terminologia tradizionalmente chiara: sono cives quelli che godono dei diritti civili e hanno il diritto e dovere di esercitarli. In tempi neanche antichi i diritti civili riguardavano – come i servizi – solo una parte della società, ora sono stati gradualmente estesi verso l’esterno. Il limite in questo momento sono gli ultimi arrivati, i migranti e i nomadi, e si è visto quali danni produce l’accoglienza senza integrazione o, come oggi è più frequente dire, l’inclusione. Per quanto ne ho capito parlandone in giro, può darsi che ieri si volesse estendere la partecipazione alla sfilata (inutile ormai chiamarla parata) anche ad associazioni civili assistenziali o umanitarie, trovando però la discreta ma ferma opposizione dei vertici militari, i quali fanno meno rumore dei politici ma sanno bene come muoversi.

E qui passiamo al secondo argomento: l’ostilità dei vertici militari. Il Ministro Trenta non piace agli ufficiali di Stato Maggiore, i quali non hanno digerito i tagli alla Difesa, il Sindacato militare, l’inchiesta sui danni da uranio impoverito e i tagli alle pensioni dei generali con incarichi speciali. Sicuramente il Ministro si trova stretto fra Salvini che vorrebbe la sua testa e il proprio partito, che pur essendo pacifista e antimilitarista ottiene la Difesa e ovviamente impone le sue idee in materia. Sia chiaro: il “Dual Use” non lo ha inventato la Trenta: armi a parte, le Forze armate possono collaborare con la società civile e in fondo l’hanno sempre fatto. Piuttosto – cito dalla stampa di vario colore – è ingiusto chiamare la Trieste “la nuova nave dei Crociati”, come è ridicolo definirla “una nave di pace” o meravigliarsi sentendo dire: “ma imbarcherà anche aerei e armi”. Il compito della Trieste è il controllo del Mediterraneo, l’unica zona che ci dovrebbe interessare, ma non è una nave ospedale o un traghetto per migranti, anche se ha stive capaci e ben due sale operatorie, come la Cavour. Anche la nave San Giusto era stata finanziata con i fondi della Protezione civile, avendo spiccate capacità di trasporto e scarico rapido. Né è colpa della Trenta se i soldati professionisti sono ormai più che quarantenni: come nella società civile, le assunzioni sono state bloccate per anni e non c’è stato ricambio. E quando i soldi mancano, le caserme non hanno manutenzione, mancano i pezzi di ricambio per i mezzi e l’addestramento viene ridotto.

Infine, un’ultima osservazione. I generali che hanno disertato la festa provengono tutti dall’Aereonautica, la forza armata che più ha bisogno di investimenti (vedi l’F-35) ed è più legata alla ricerca dell’industria aerospaziale e delle telecomunicazioni. I tagli alla Difesa hanno penalizzato soprattutto questo settore, dove le industrie premono da sempre sulle commissioni del Ministero. E’ un settore di punta della nostra industria e in effetti non andrebbe trascurato, viste anche le ricadute nel mercato commerciale e nell’export. A questo punto, la protesta dei generali in pensione ha un senso preciso. E se quelli in servizio non parlano è perché non sono abituati a farlo in modo esplicito, né gli è permesso alzare la voce senza rischiare la carriera. E purtroppo la storia italiana insegna che non di rado i vertici militari hanno seguito le indicazioni dei politici, ma senza crederci veramente. E mai come in questo momento la spaccatura è evidente.

Europa: identità per esclusione

Molto prima delle elezioni europee la comunità del web si è interrogata sul senso dell’identità europea, a prescindere dall’immagine negativa percepita da chi vede nella UE solo un’eletta di burocrati e tecnocrati concentrati sull’economia e sulle regole, ma poco comunicativi con l’Europa dei popoli. Ma nei siti diciamo identitari l’immagine dell’Europa è mitica più che storica, icona di una comunità più sognata che reale, legata a una società preindustriale. A guardare anche superficialmente questi siti, intanto si direbbe che il Mediterraneo è totalmente escluso da un’Europa nordica e continentale. Volti, paesaggi, usi e costumi rimandano al repertorio del Sacro Romano Impero o del Reich millenario, dimenticando un grande imperatore come Federico II di Svevia, l’unico che ha realmente cercato di integrare nord e sud d’Europa. Vero è che nell’UE egemonia franco-tedesca si è sempre imposta sugli altri paesi, ma questa visione mitologica non fa altro che marcare l’esistente invece di ricrearlo. Il messaggio è emblematico: il sud dell’Europa non partecipa da protagonista all’identità europea, il che dimostra che certi pregiudizi datano dai tempi dei Franchi e Longobardi. Eppure la parola Europa parte da sud, è fenicia (Ereb, occidente). Europa era la figlia di Agenore re di Tiro, città fenicia oggi in Libano. Zeus, innamoratosi di lei, decise di rapirla e si trasformò in uno splendido toro bianco. Mentre coglie i fiori in riva al mare, Europa vede il toro che le si avvicinava. E’ spaventata ma il toro si sdraia ai suoi piedi ed Europa, tranquilla, vi sale in groppa. Ma il toro si getta in mare e la conduce fino a Creta, dove Zeus si ritrasforma in dio e le rivela il suo amore. Avranno tre figli: Minosse, Sarpedonte e Radamanto. Il senso del mito è che la civiltà arriva dal Medio Oriente, ma una volta traversato il mare quella cultura si sviluppa con una vita propria.

Ora, se il mito di Europa è greco, il concetto di Europa risale al medioevo; prima era tutto Imperium Romanum e il termine geografico per i greci indicava in modo generico una terra a nord del Mediterraneo, dai confini ancora indefiniti. Il primo a usare il termine è a fine del VI secolo l’abate irlandese San Colombano, futuro fondatore dell’abbazia di Bobbio, che lo cita (tutus Europae) in una delle lettere al papa Gregorio Magno. Il termine lo usa anche il monaco Isidoro Pacensis, per indicare i soldati di Carlo Martello che avevano combattuto a Poitiers (prospiciunt Europenses Arabum tentoria, nescientes cuncta esse pervacua). La battaglia aveva assunto infatti un grande valore simbolico: l’Occidente cristiano, idealmente rappresentato dall’Europa, aveva fermato l’espansione araba; e quindi Isidoro usa l’aggettivo “europeo” per attribuire un’identità collettiva ai guerrieri franchi che avevano fermato gli invasori musulmani. E infatti l’Europa politica nasce con l’impero di Carlo Magno, all’inizio del IX secolo, realtà che riunisce simbolicamente popoli romani, celti e germanici, sotto la guida dell’Imperatore e del Sommo Pontefice. Peccato che si ignorasse l’Impero Romano d’Oriente, che pur è durato mille anni ed era ben più solido del Sacro Romano Impero.

Tornando però ai nostri siti web, alcuni vanno più indietro: la vera Europa non è cristiana, ma pagana, ancestrale. L’iconografia è un misto di Nibelunghi e Trono di Spade, fra rune naziste, rudi guerrieri e bionde fanciulle in un paesaggio cupo e boscoso che fa rimpiangere il trascurato Mediterraneo. E se l’Europa è un continente che possiede una massima diversità culturale in distanze geografiche minime, questi siti misticheggianti esaltano l’identità europea non accogliendo o assimilando la varietà, ma operando solo per esclusione, esaltando un cupo nordismo e mostrando famiglie patriarcali, guerrieri scorciati dal basso, uomini inseriti in un’economia contadina e una cupa vegetazione forestale, in mezzo a simboli runici ossessivamente ripetuti. Da un punto di vista elettorale, ci si può anche chiedere quanta presa possono avere queste immagini sulle masse inurbate che vivono nelle periferie delle metropoli piuttosto che nelle province del continente o nelle comunità locali isolate, serbatoio di voti per i partiti c.d. sovranisti (1). Sui motivi di questa immagine neopagana e paleoecologista in stile Frei Korps Kultur si potrebbe discutere, ma è probabilmente anche una reazione alle politiche cattoliche di accoglienza dei migranti e di dialogo con l’Islam che papa Francesco porta avanti quasi in modo ossessivo, provocando l’ostilità o almeno la diffidenza dei cristiani più conservatori e non solo di quelli, visto il successo dei partiti europei “sovranisti”.

Si è parlato di Islam. Ebbene, abbiamo scoperto che per ogni sito razzista europeo che incoraggia la maternità ariana ce n’è parimenti uno islamista o africanista che sogna unioni con bionde fanciulle da usare come fattrici per sommergere la vecchia Europa con nidiate di bimbi musulmani e donne convertite al velo. Gli stilemi ricordano una certa pornografia e sono anche pieni di minacce e profezie, le quali danno solo una giustificazione o almeno un appiglio ai teorici del complotto della sostituzione razziale e religiosa, altro mito che fa tutt’uno con il complotto mondiale dei banchieri. Ma si sa, in rete tutto è permesso. L’importante è che chi vota usi anche il proprio cervello

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NOTE

  1. La differenza fra nazionalismo e sovranismo potrebbe essere così definita: il nazionalismo tende ad aggregare popoli etnicamente e culturalmente affini, mentre il sovranismo crea un’identità mitologica esclusivamente per sottrazione, escludendo non solo i diversi ma persino gli affini.

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Qualcosa di più:
Migrazione: Europa, Europa
14 Lug 2018
Mediterraneo, una storia di conflitti
01 Ago 2017
L’Italia e l’Europa
2005
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Inoltre:

Europa: una speranza di Unione
Europa: Il clima delle nuove generazioni
Europa e la geopolitica
Europa che si emancipa
L’Europa in cerca di una nuova anima
Europa: anche i tecnocrati sognano
Migrazioni, cooperazione Ue-Libia | L’ipocrisia sovranazionale
Migrazione | Conflitti e insicurezza alimentare
Migrazione in Ue: il balzello pagato dall’Occidente
Macron: la Libia e un’Europa in salsa bearnaise
L’Europa e la russomania
Europa: Le tessere del domino
Europa: ogni occasione è buona per chiudere porte e finestre
Migrazione: il rincaro turco e la vergognosa resa dell’Ue
Europa: cade il velo dell’ipocrisia
Arroccarsi nell’Arrocco: la posizione dell’Europa sull’immigrazione
Europa: i nemici dell’Unione
Russia: dalle sanzioni al tintinnar di sciabole
Europa: la confusione e l’inganno della Ue
Europa, fortezza d’argilla senza diplomazia
Erdogan, il pascià autocrate
Tutti gli errori dell’Unione Europea
Un’altra primavera in Europa

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Il pregiudizio non si combatte con il pregiudizio

Se volevano farsi pubblicità ci sono riusciti. Parlo di Gerush92, che si definisce “un gruppo per i diritti umani” e ha ufficialmente attaccato Dante Alighieri e la sua Comedia. Gerush92 vuole depennare Dante dai programmi scolastici perché nelle sue opere condanna i rapporti tra persone dello stesso sesso e mal sopporta l’Islam. Secondo Gerush92 i contenuti danteschi non sarebbero inalienabili, non aderirebbero ai tempi, non sarebbero politicamente corretti. L’auspicio è che dunque l’opera venga rimossa, cominciando a depennarla dai programmi scolastici. Dante viene definito «offensivo e discriminatorio». Ma andiamo a vedere chi sono questi zelanti attivisti per i diritti umani. Basta cliccare sul sito http://www.gherush92.com/home_it.asp e di loro sappiamo tutto. Sono addirittura consulenti delle Nazioni Unite. Il nome indica in ebraico la cacciata degli ebrei dalla Spagna cinquecento anni fa e s’indovina nell’associazione una forte componente ebraica ortodossa, la stessa che vorrebbe espungere dai Vangeli la parola “Farisei”; esattamente quello che a mio giudizio sono proprio loro, sia pur al passo coi tempi. Che siano pure consulenti delle Nazioni Unite non deve sorprendere: su 193 stati membri, solo una trentina sono democrazie, quindi c’è spazio anche per finanziare consulenti non propriamente al di sopra delle parti. Ricordiamo poi che sono state proprio le Nazioni Unite a rifilarci in Libia Al-Serraj come unico rappresentante ufficiale del governo libico, in base al voto unanime di soli 15 membri (ONU- risoluzione 2259 del 17 dicembre 2015).

Ma torniamo al sito ufficiale di Gerush92. Alla voce “articoli” c’è una ricca antologia e lascio al lettore la lettura dei testi, alcuni interessanti, altri faziosi, ma comunque ben documentati. Il problema è che i documenti di archivio o giornalistici bisogna anche saperli leggere, mettendo da parte per un attimo gli occhiali dell’ideologia. Lo stesso vale per la letteratura: l’opera d’arte va storicizzata. Dante era forse l’uomo più colto del suo tempo, ma viveva pur sempre nel Trecento ed è figlio della sua epoca, contemporanea dell’ottava Crociata. Assegna Maometto al girone degli eretici perché per la teologia cristiana quello è il posto suo, e lo stesso sarebbe oggi per i Testimoni di Geova o gli Avventisti. L’Islam era un pericolo reale e Dante non era islamofobo, a meno di non definire Togliatti un fasciofobo. Con questo ragionamento a scuola non si dovrebbe insegnare nessun capolavoro della letteratura epica e teatrale: l’Iliade è maschilista, militarista e gli eroi scannano gli animali davanti agli ospiti. Le tragedie greche trasudano di incesto e assassinio. I Nibelunghi sono razzisti, la Chanson de Roland e il Dighenis Akritas sono islamofobi al pari della Gerusalemme liberata, mentre la Bibbia propone leggi che per fortuna nessun ebreo ha mai trasformato in codice penale, come avviene invece per il Corano, che a parte l’islamofobia (ovviamente) contiene tutto quello che quest’associazione combatte altrove. Morale? Dovere di un insegnante non è censurare i testi considerati politicamente scorretti da una minoranza organizzata, ma contestualizzarli, ricostruendone il tessuto sociale e culturale entro cui sono stati elaborati. Arrivo a dire che, invece di nascondere la mano, per capire il nazismo andrebbe letto e commentato pubblicamente anche Mein Kampf. In questo senso l’insegnamento della storia e della geografia sono fondamentali, e guarda caso le forze antidemocratiche tendono sempre a ridurre o eliminare il peso di queste due materie dall’insegnamento scolastico. E questo purtroppo avviene anche in Italia

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Achille Nero

01 Feb 2018

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Fare Soldi

Ho provato a rispondere a un’inserzione di lavoro promossa via email. L’ho fatto solo per curiosità, perché la paga – 3000 euro al mese – onestamente mi sembrava troppo alta. Ho comunque spedito il mio curriculum, peraltro molto generico. Mi ha risposto la responsabile del personale, tale C*******a Z***g (nome alla moda, come ho scoperto dopo), allegando anche il modulo per il contratto. Scritto in buon italiano, il documento è molto lungo e lo riporto solo in parte:

New Way Neo Logistics Company.

Gentile Sig. ***,

La nostra azienda, presta una vasta gamma di servizi di trasporto ad altissimo livello,

specializzandosi in trasporti di carichi internazionali tra i paesi dell’Europa occidentale. L’indirizzo prioritario della nostra attività è rappresentato dai trasporti internazionali dall’Italia. Avendo l’ufficio centrale situato in Gran Bretagna, disponiamo di una rete di rappresentanze in molti paesi europei e collaboriamo solamente con partner affidabili e di fiducia, sia in Italia che in tutta Europa. Comprendiamo che dalla giusta scelta dello schema logistico e di trasporto, dipendono direttamente i termini ed i costi di consegna del carico (…). Garantiamo un approccio individuale nei confronti di ogni cliente e la garanzia dell’alto grado di interazione da parte di tutti i nostri dipendenti nel processo di trasporto, a prescindere dalla difficoltà degli obiettivi che ci siamo posti. In relazione all’ampliamento ed alla preparazione dell’apertura di un nuovo dipartimento nella vostra regione, siamo alla ricerca di candidati per la nostra futura filiale. (…) Se siete una persona onesta, comunicativa, vivete in Italia oppure in un altro paese dell’Unione Europea, avete più di 21 anni e siete disposti a dedicarci circa 5-7 ore alla settimana del vostro tempo libero, siete il candidato giusto per le mansioni da ricoprire nella nostra azienda. Vi proponiamo di effettuare un apprendistato di 2 mesi e durante questo periodo vi pagheremo 3.000 euro al mese a partire dal momento della prima operazione. A seguito di tale periodo, deciderete se restare con noi per lavorare a tempo pieno, diventando direttore della nostra filiale ed incrementando il vostro stipendio fino a 5000-7000 euro al mese. Nel corso dell’apprendistato eseguirete i seguenti semplici incarichi:

  1. Ricevere la corrispondenza da parte della nostra azienda, materiali metodici, istruzioni.
  2. Comunicare con i nostri manager, i quali durante il periodo di apprendistato vi invieranno incarichi e le relative istruzioni.
  3.  Essere sempre on-line, rispondere alle nostre chiamate, email, sms.
  4.  Ricevere il denaro da parte della nostra azienda per le spese ordinarie, oppure per altri fabbisogni, sia durante il periodo di apprendistato che dopo. Ricevere lo stipendio, che ammonta a 3.000 euro per un mese di apprendistato in base alla nostra metodica aziendale, a partire dall’inizio del primo training. In seguito, il vostro stipendio aumenterà, per raggiungere il massimo, quando sarete impegnati a tempo pieno.

Distinti saluti,

C******a Z***g

Global Marketing Manager NEW WAY NEO LOGISTICS COMPANY

Dai 3000 mensili iniziali si può arrivare fino a 7000? Troppo bello. A quel punto cerco il sito dell’azienda: www.nwneo.com . E’ realmente professionale, ma per intuito “questurino” cerco su Google maps l’indirizzo della sede legale. Allo stesso indirizzo sono allocate almeno una dozzina di ditte diverse, quindi mi aspetto un edificio nella city. Curiosando con Street view si vede invece solo una brutta via suburbana inglese con le classiche casette a schiera, ma del tutto priva di insegne di attività commerciali. A quel punto cerco di capire in che consiste veramente il lavoro proposto; ebbene, si tratta di rispedire a indirizzi terzi tutti i pacchi e pacchetti che lo spedizioniere manda a te come ponte. E perché mai uno spedizioniere internazionale “di altissimo livello” subappalterebbe ai privati il remailing dei pacchi a ignoti destinatari stranieri? Quei pacchi ovviamente non potrei aprirli, ma se fosse merce di contrabbando o di dubbia natura, magari comprata con carte di credito rubate, è chiaro che per la polizia postale l’ultimo mittente registrato sarei io. Sia chiaro che la mia è solo diffidenza, ma il fiuto mi dice di lasciar perdere.

01 Mar 2018