
In questo momento storico da un lato si aprono gli archivi relativi al periodo della Guerra Fredda (1945-1990), dall’altro assistiamo al ritorno di quella combattuta sul campo, mentre il confronto fra superpotenze riprende le sembianze di una nuova Guerra Fredda. Il termine fu inventato da Churchill e ben descrive un confronto fra potenze militari unite da un reciproco interesse a non andare oltre un limite preciso, tradizionalmente definito dall’uso delle armi nucleari. Ma proprio perché avere tutti la bomba atomica significa non avere alcuna politica praticabile, rimane da sempre in piedi la struttura degli eserciti tradizionali. Per questo trovo interessante questo recente libro che ricostruisce la struttura militare della Germania Ovest negli anni della Guerra Fredda. Non credo che chi ci segue sia ansioso di leggerselo in tedesco, è un testo comunque ostico per chi non sia addentro a sigle e strutture militari, per cui ne parlerò in modo lieve. In sostanza, pur sviluppando arsenali nucleari, la NATO e lo speculare Patto di Varsavia non hanno mai trascurato gli eserciti di terra e le strategie adeguate per muoverli sul terreno. Qui il campo di battaglia è la vasta pianura che copre Polonia e Germania, adatta all’uso di grandi formazioni corazzate e di fanteria, occupata di fatto dall’Unione Sovietica fino a Berlino e oltre. La Germania Ovest era difesa da reparti NATO stanziali e dalla Bundeswehr, l’armata tedesca ricreata dopo il 1955 per la difesa nazionale. Ma visto il momento attuale, che vede di fatto un aumento degli sforzi per la difesa dopo anni di relativa pace, è utile dare un’occhiata ai piani militari del periodo. L’autore valuta i piani operativi della NATO, segreti fino a poco tempo fa; descrive come, dopo un uso precoce e massiccio di armi nucleari negli anni ’50 e all’inizio degli anni ’60, anche sul territorio della Repubblica Federale Tedesca, si è data maggiore importanza alla difesa convenzionale. I responsabili della pianificazione della difesa abbandonarono una difesa rigida e lineare e si concentrarono sull’uso delle riserve per impedire le brecce. Queste riserve, tuttavia, furono ottenute indebolendo le unità schierate in prima linea. I documenti analizzati dimostrano inoltre che i compiti di combattimento assegnati alle grandi unità divennero sempre più ambiziosi. Così, le brigate, inizialmente impiegate per ritardare l’avanzata nemica, dopo un breve rifornimento dovevano spesso prepararsi a diverse opzioni di attacco. L’autore descrive anche gli sforzi compiuti per evacuare la popolazione civile, argomento invece trascurato nel nord Italia. Considerando i flussi di profughi previsti, per i quali non erano disponibili né rifornimenti sufficienti né alloggi sicuri, era un’impresa difficile. Inoltre, c’erano piani per attraversare il confine interno tedesco, almeno sulla carta.
Ora, in risposta all’annessione della Crimea da parte delle forze armate russe nel 2014, in violazione del diritto internazionale, e dopo il ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan, la NATO si sta concentrando nuovamente sulla sua attività principale, ovvero la difesa nazionale e dell’alleanza. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è tornato d’attualità il ritorno alla “tradizione” e ai piani di difesa della NATO fino al 1989, che qui l’autore – un giurista – analizza in dettaglio. Molto utile è la ricca dotazione del volume di grande formato con mappe, schizzi e panoramiche. Con sagge premesse, Bolik guida il lettore attraverso un mondo che si credeva ormai passato. Termini come tempi di preallarme, livelli di allerta NATO o mobilitazione e schieramento, di nuovo attuali, vengono qui spiegati in modo comprensibile. Nella parte principale seguono, in ordine cronologico e corredati di riferimenti bibliografici, i singoli settori di comando della NATO nell’Europa settentrionale e centrale, che Bolik suddivide nei singoli corpi e, con esempi selezionati, anche a livello di divisione e persino di brigata. In questo modo riesce a fornire una descrizione molto dettagliata di un mondo che speravamo superato.




