Tutti gli articoli di Marco Pasquali

Fu-Turismo

Nei mesi di ordinaria follia si è visto di tutto, inutile tornarci sopra; ora si torna alla normalità, anche se non è finita: ogni tanto si accende qualche nuovo focolaio, vuoi per la movida repressa, vuoi per le metastasi d’importazione. La gente non ti guarda più come il nemico da evitare e le mascherine sono ormai disegnate anche dagli stilisti. Ma facciamoci un giro: fa impressione vedere un centro senza turisti, soprattutto se cammini a fontana di Trevi, al Colosseo o verso il Vaticano. Traffico e mondezza in compenso sono tornati ovunque come prima, se non peggio. In autobus tre posti a sedere su quattro sono interdetti, ma chi sta in piedi è serrato accanto al vicino, almeno in certe fasce orarie. Mascherine obbligatorie, ma basta farsi un giro dove si riuniscono i giovani per capire la scarsa disciplina: per incoscienza, sfida o stress differito non vogliono capire che la storia non è finita. Vecchi contro giovani, la storia aggiornata ai tempi. Capisco però la voglia arretrata di socialità: per tre mesi abbiamo usato al parossismo tutti i mezzi offerti dalla tecnologia per comunicare, ma il contatto fisico con le persone è un’altra cosa. Mi accorgo che in questi mesi è stata distrutta la mia vita sociale, fatta non solo di serate con gli amici o gite fuori porta, ma anche – nel caso mio – di cerimonie civili e militari, di parate, cene sociali, attività sportive all’aperto. Chi poi ha descritto compiaciuto una Roma vuota, icona eterna, esaltandone l’estetica e trasfigurandola in una dimensione metafisica, di sicuro non ha mai gestito un negozio o un albergo. Fa effetto vedere la zona di Borgo con decine di negozi di souvenir religiosi e solo poche centinaia di turisti. Stesso discorso verso Fontana di Trevi: se vi avessimo mantenuto la bottega storica gestita in famiglia per più di mezzo secolo, avremmo dovuto chiuderla comunque: quella zona del centro sembra ora spopolata e di fatto lo è. Sia chiaro che non provo nessuna pietà per le decine di negozietti e servizi per turisti low-cost; lo stesso per le decine di B&B che hanno trasformato il centro (e non solo) in un luna park per turisti poveri e ignoranti. Quando ho chiesto ironicamente a un gestore quanti ne faceva dormire, candidamente mi ha risposto: “quanti ce ne entrano”. Coi letti a castello, s’intende. La nostra bottega storica si è alla fine ritrovata priva del tessuto connettivo originario, in mezzo a negozi di dubbio gusto e dubbia proprietà, uno uguale all’altro. La casa di famiglia a Campo di Fiori (venduta) diventerà prima o poi un altro B&B, anche se il crollo del turismo ha rimandato i lavori e per strada non si sente da mesi il rumore continuo dei trolley sui sampietrini. E devo dire che ieri sera, andando a cena con un gruppo di amici dopo la presentazione di un libro, vedendo solo clienti italiani e pochi ma qualificati stranieri pur stando a piazza Navona, ho rivisto la Roma di quarant’anni fa, romana e turistica sì, ma non affollata e low-cost come fino a pochi mesi fa. Sono pieni i ristoranti cari ai romani, ma le mense rapide con pizze surgelate vivacchiano, e devo anche dire che i tanti, troppi tassisti fermi al parcheggio almeno per una volta mi hanno fatto pena. Non so se la classe politica imparerà molto da questa esperienza, ma la lezione è semplice: non si deve mai puntare su un solo tipo di investimento sperando che le risorse crescano illimitate nel tempo. I cicli economici sono sempre più brevi e il Covid-19 – inaspettato, questo sia chiaro – finora ha fatto più danni di una guerra. Su Roma in tempi normali gravitavano 300.000 turisti al giorno, e solo le guide più o meno patentate sono 5.000, per non parlare del personale di servizio di alberghi e ristoranti. Una serie di leggi assurdamente avallate dalla sinistra nel frattempo aveva permesso di aprire qualsiasi negozio in qualsiasi zona, con l’unico risultato di un’omologazione mirata ai servizi per il turismo di massa, e la trasformazione del centro storico in zona di locande a basso costo,  per la metà abusive. Ci voleva la pandemia per capire che al centro non abitavano realmente più di 50.000 persone? La notte si sentiva il rumore dell’acqua dalle fontanelle.

Detto questo, che fare? Il turismo statunitense e sudamericano lo vedremo forse l’anno prossimo, gli aerei della RyanAir stanno ancora a terra e ad agosto qui a Roma non possiamo aspettarci più di poche migliaia di turisti europei. Per fortuna in questi ultimi due mesi c’è stata una ripresa del turismo italiano: le offerte non mancano e si tende a non andare troppo lontano, con un rilancio della costa e dei piccoli centri. Pochi andranno all’estero, almeno rispetto alle abitudini pregresse, quindi in tanti scopriremo l’Italia. L’unica cosa: bisogna assolutamente rimodulare tariffe e orari di musei e monumenti. Il Vaticano l’ha capito subito e ha adeguato l’accoglienza modificando ed estendendo il servizio. I musei statali o comunali forse non hanno capito che chiudere troppo presto o non aprire la sera e mantenere prezzi troppo alti può andar bene agli stranieri in pullman, ma non per la famiglia italiana risparmiosa. Per anni abbiamo visto carovane di turisti in giro per via dei Fori alle tre del pomeriggio di luglio e agosto, ma certi comportamenti sono impensabili per chi può scegliere. Purtroppo i processi decisionali dell’ente pubblico sono sempre lenti, mentre servirebbe più tempismo. Un museo si rilancia non solo con la promozione, ma anche adeguando orari e costo del biglietto alla nuova situazione, spostando il personale dai turni inutili e recuperando risorse per la sera, quando magari la gente esce senza l’assillo del caldo. E all’Auditorium ora intitolato a Ennio Morricone i concerti saranno eseguiti nella cavea, sorta di teatro romano pensato da Renzo Piano accanto alle strutture chiuse. Mai pensare a un solo modello di sviluppo!

La realtà del falso

“Una cosa sola è vera: che è tutto falso” (da La storia vera, di Luciano di Samosata)

Falsi e falsari nella Storia, a cura di Paolo Preto. Sono più di 600 pagine – vere – sui falsi. Nulla si salva: documenti, opere d’arte, diplomi, opere politiche, monete, letteratura, merci, immagini… non si capisce se è più geniale il falsario o più ingenuo il cliente di turno, che può essere anche un colto direttore di museo, un nobile in cerca di certificazione, un ricco collezionista, un critico letterario. Totò si vende la Fontana di Trevi, ma i musei americani di arte antica sono stati ben più incauti del turista nel film. E questo per gareggiare con i musei della vecchia Europa, ricchi di reperti ma povere di fondi. E qui la prima legge del falso: si produce quello che il mercato richiede, giocando sull’avidità del cliente e la riservatezza dei contatti. Negli anni del Nazismo furono trovate tante, troppe antiche iscrizioni in caratteri runici, ma era proprio quello che i gerarchi volevano per giustificare l’antichità della pura razza ariana (un falso anche quello, ma politico). E qui è difficile credere a quanti documenti rivendichino l’antichità di una casata, di un popolo, di un culto: fabbricati in scala industriale da monasteri, eruditi e notai, furono scremati dal Rinascimento in poi, quando si perfezionarono l’analisi linguistica e lo studio delle scritture e dei sigilli. Molte statue romane sono copie di copie, ma lo erano anche in epoca antica. Più raffinati, i Romantici s’inventarono falsi poemi antichi (ossianici o meno), ritrovato falsi manoscritti da loro tradotti, al punto che ormai quello del manoscritto antico è diventato un cosciente gioco di società fra scrittore e lettore. Presi sul serio invece i Libri di Mormon, che l’angelo Moroni dettò a un predicatore americano per poi riprenderseli a copia finita. Presi sul serio anche I protocolli dei Sette Savi di Sion, un falso antiebraico ancora oggi ristampato e validato persino da un politico italiano. E’ infatti in politica che i danni del falso si rivelano più pericolosi: falsa propaganda, falsi processi, false biografie, revisione storiografica. Orwell quando immaginava il “Ministero della Verità” nel suo noto romanzo 1984 sicuramente pensava ai regimi totalitari del suo tempo, ma non poteva prevedere l’internet e il suo attuale sviluppo.

Ma parliamo dei falsi meno letali. Un falso De Chirico è un “bidone”, ma in fondo non manda nessuno in Siberia. Van Megeren – falsario olandese – fu accusato di collaborazionismo per aver venduto quadri fiamminghi ai nazisti, ma divenne quasi un eroe quando per salvare la pelle dimostrò di averli dipinti lui. Troppo lungo sarebbe spiegare le varie tecniche di contraffazione e invecchiamento dei materiali, come un capitolo a parte sono i moderni mezzi di analisi (microscopio a scansione, spettroscopia, termoluminescenza). Sicuramente un falsario di pittura contemporanea compra tele e colori negli stessi negozi dei suoi nobili modelli, e infatti non c’è artista contemporaneo che non sia stato falsificato, qualche volta consenziente l’originale, vuoi per beffa o altro. “Un falso Picasso saprei farlo meglio io”, diceva… Picasso.

Questo l’aneddoto. La realtà è più complessa, ma così semplificabile: esiste la triade, composta dal falsario, dal mercante d’arte o antiquario, e infine c’è il critico d’arte come garante. Quest’ultimo può essere anche un uomo molto stimato nel suo ambiente (p.es. Berenson), ma per ottenere un quadro a prezzo scontato diventa il complice del mercante d’arte. Il falsario vero è proprio è invece un bravo artista o artigiano (come il leggendario Dossena), dotato di una sensibilità particolare quanto della piena padronanza dello strumento. A tradire il falsario è in genere la necessità di un modello o più modelli mixati insieme. Il falso diventa reato quando l’opera prodotta “di maniera” viene spacciata per originale o attribuita a un artista diverso o più famoso. La molla è la solita: il denaro. Quanto al mercato, segue le mode del momento. I quadri senesi e “primitivi” furono p.es. l’ossessione di fine ‘800 e inizio ‘900, ed è impressionante la bravura degli artigiani italiani che li confezionavano.

Un paio di righe infine sui falsi letterari. Si potrebbe fare un’antologia di scrittori mai esistiti, con tanto di bibliografia. Spesso era un mezzo per evitare la censura (spesso sono falsi anche i luoghi di stampa) o per scrivere collettivamente opere di consumo, ma non mancano diari di viaggio scritti da avventurieri di ogni genere, scherzi tra accademie e false prime edizioni per collezionisti. Qualche volta il falsario lascia l’indizio, la sua firma: per orgoglio. Ma anche per scherzo: che pensereste di un libro moderno che garantisce nel colophon “stampato a Magonza presso Gutemberg?”


Falsi e falsari nella storia. Dal mondo antico a oggi
Paolo Preto
Curatore: Walter Panciera, Andrea Savio
Editore: Viella, 2020, pp. 624
Prezo: € 32,00

EAN: 9788833132891

Statue come Simboli

Hanno abbattuto anche la statua del presidente Wilson. Per noi poco male: nella memoria italiana Wilson è il responsabile della “vittoria mutilata” nel 1919, tant’è vero che da noi non esiste nessuna via o piazza a lui intitolata. E’ comunque l’ultimo atto della recente, violenta tendenza politica che vuole distruggere le icone di uomini politici altrimenti famosi per ben altro. Il problema è che alla fine non si salva nessuno: anche i più grandi statisti, generali, esploratori e persino i santi erano figli della loro epoca e ne condividevano idee, abitudini e alcuni pregiudizi. Dico “alcuni” perché i grandi uomini, come i protagonisti dei romanzi storici, sentono i limiti della loro cultura e la superano dando l’esempio agli altri. Churchill era razzista, ma ha combattuto come un leone per distruggere i nazisti, senz’altro più razzisti di lui. Kipling esaltava il colonialismo britannico, ma ne percepiva benissimo i limiti e il futuro declino. E così via.

Certo, come romano potrei scrivere molto sulle statue e i monumenti: ho lavorato per anni nei Musei Capitolini, uno dei templi della statuaria greco-romana. Ma anche passeggiando per il centro sei frastornato da monumenti e statue di ogni tipo ed epoca. Entrando poi nelle chiese e ammirando le statue dei santi, magari sospetti che il cristianesimo è dovuto venire a patti con la cultura pagana. Ma quante erano le statue nella Roma imperiale? Migliaia, tutte colorate; quello che resta nei musei è una minima parte di quante erano esposte. Distrutte perché simboli pagani, oppure riutilizzate per far calce o puro ornamento, senza capirne più il senso. Marco Aurelio si è salvato solo perché scambiato per Costantino, e chi volesse distruggerne oggi la statua sappia che per tempo abbiamo messo sulla piazza del Campidoglio una copia. La guerra alle statue come si vede ha una lunga storia. Prima dei cristiani, Abramo e Mosé avevano distrutto tutti gli idoli, e lo stesso avrebbe fatto dopo di loro Maometto. La guerra iconoclasta che indebolì l’Impero Romano d’Oriente nell’VIII secolo vide dunque due visioni del mondo: le zone che rifiutavano le immagini sacre erano non per niente quelle legate alle religioni ebraica e islamica. Ma altrettanto decisi furono i protestanti francesi nel XVI secolo nelle città conquistate al loro credo. Per capire un atteggiamento che per noi è solo fanatismo religioso, bisogna prendere atto delle differenze culturali: quelle per noi sono opere d’arte, per loro sono idoli pagani. Questo non significa che non possa esistere una religione basata sull’idea di una trascendenza pura, intraducibile nelle immagini terrene, che per noi cattolici invece trascendono l’esperienza fisica e diventano un tramite con Dio. Quello che sorprende è che ancora oggi che abbiamo tanti altri modi di esprimerci, esista gente – e non parlo solo dei Talebani – che non riesce a distaccarsi emotivamente dal simbolo concreto quale può essere per l’appunto una statua. Quando nel ‘300 fu scoperta durante uno scavo la Venere Capitolina, abbiamo resoconti di chierici turbati dalla visione di quel “nudo artistico”. L’impatto emotivo dev’essere stato enorme, al punto che nacque persino la leggenda dello scultore sposato con la statua di Venere. Ma non avrei mai creduto che 700 anni dopo la stessa statua sarebbe stata coperta durante la visita ufficiale di una delegazione iraniana ai Musei Capitolini, il che suggerisce che dietro la violenza iconoclasta (dal greco: rompo l’immagine) si possa nascondere qualcosa di ben più preoccupante.

Ritornando però al discorso iniziale, io difendo le statue come difendo le lapidi e i monumenti non solo come opere d’arte (alcune non lo sono affatto, o sono kitsch) ma come documenti storici. Noi siamo quello che siamo in seguito a quello che prima di noi hanno fatto i nostri antenati, buoni o cattivi che siano. Sono da conservare anche i documenti delle imprese negative, altrimenti se ne perderebbe la memoria: restino dunque i nomi dei toponimi coloniali nel quartiere “Africano” di Roma. Resti la scritta DUX nell’obelisco del Foro Italico, che solo un paio di anni fa qualcuno ha proposto di abbattere (chissà perché non prima). La storia non è fatta solo di santi e i documenti non vanno distrutti: piuttosto, vanno contestualizzati, storicizzati. Solo così manterremo o costruiremo la nostra identità, senza pregiudizi ma anche senza ipocrisie.

Il vascello fantasma

Erebus è per i greci un dio degli Inferi; è anche il nome dato dagli esploratori a un vulcano attivo in Antartide. Infine, è anche il nome di un veliero partito nel 1845, disperso tra i ghiacci alla ricerca del Passaggio a Nord-Ovest e ritrovato quasi intatto in fondo al mare nel 2014 da una spedizione oceanografica in una delle zone meno ospitali del pianeta: la fascia a nord del Canada, punto di incontro fra mari diversi, ma anche di ghiacci, nebbie e tempeste che ne rendono ancora oggi antieconomica la traversata. Ma nell’800 ancora non era stato scavato il Canale di Panama e per passare da un oceano all’altro le navi dovevano scendere fino in Patagonia e forzare il Capo Horn, sferzato dai Quaranta Ruggenti, i vènti che s’incuneano da Ovest scorrendo la costa cilena e argentina, permettendo ai lunghi, invelati cutter inglesi di portare il tè a Londra dalle Indie in poche settimane. L’Erebus  invece somiglia molto al Bounty: una solida, lenta nave da guerra convertita alle esplorazioni scientifiche. Esse erano finanziate dall’Ammiragliato e dalla Royal Geographic Society e univano il progresso delle scienze alla ricerca di nuove rotte commerciali e di espansione coloniale. Gli Inglesi avevano il dominio del mare, idee chiare e capitani coraggiosi. Studiare venti e correnti, registrare le variazioni del nord magnetico o perfezionare il cronometro marino significava anche rendere più sicure le rotte marittime. Nel libro che ho davanti, la vita a bordo è ricostruita al dettaglio e ammiriamo l’energia dei suoi ufficiali e marinai. Il libro è la storia di una nave, ma anche di chi l’ha governata in mezzo a tempeste, correnti, iceberg, nebbie, venti oceanici e onde lunghe. Anche se bloccata dai ghiacci, l’Erebus è la nave di legno che prima di Amundsen più si è avvicinata ai poli Nord e Sud, perdendo in tanti anni pochi uomini (la spedizione finale è un altro discorso), anche grazie a comandanti come James Clark  Ross, che ha dato il nome a toponimi situati in zone estreme, raggiunte dopo aver navigato mezzo mondo in condizioni di mare abominevoli. Autore del libro è Michael Palin, appassionato ricercatore più noto come attore comico dei Monty Python e produttore dei documentari Palin’s Travels. La sua personalità eclettica rende la lettura del libro ben diversa da quella di un testo accademico. Palin sa scrivere, ma ha esplorato con metodo gli archivi della Royal Navy e della Royal Geographic Society, dove sono conservati i disegni della navi, i diari di bordo, la corrispondenza e tant’altro, riuscendo a comporre un quadro d’insieme che ci fa quasi vivere a bordo con i marinai. Erano ben pagati, ben nutriti e ben trattati, almeno secondo gli standard dell’epoca; eppure i ritmi di lavoro erano rigidi, la disciplina dura e prevedeva anche le frustate. Gli alloggi degli ufficiali erano razionali, ma gli altri sessanta uomini, pur curando l’igiene, vivevano pur sempre in una nave di trenta metri. Merci, attrezzature e provviste erano stivate fino a saturare gli spazi; la dieta dei marinai non era bilanciata e pochi campavano oltre i sessanta. I viaggi dell’Erebus duravano anche due anni, ma era nel conto: gli esperti equipaggi erano reclutati nelle isole a nord della Scozia o in Irlanda, dove a terra si viveva peggio che in mare. Gli scali dispersi negli oceani offrivano agli ufficiali una vita sociale adeguata – abbiamo resoconti da Città del Capo, da Hobart (Tasmania), da Sidney, mentre i marinai in franchigia – se non disertavano – andavan per bettole e donne: dal diario di un giovane scienziato imbarcato, la descrizione di una trentina di ragazze creole a Rio suggerisce uno sfiorato infarto. Nel frattempo la nave veniva riparata e rifornita di provviste, si smistava la posta e si mandavano in patria mappe, relazioni e campioni di piante e animali ignoti e minerali da sfruttare. Gli ufficiali dovevano pagarsi di tasca loro vitto e vita sociale, ma diverte l’idea che spendessero non solo per le posate d’argento personali, ma anche per i costumi di scena per il teatro e le feste di bordo, con cui si passava il tempo libero tra uomini: nel libro sono riportate le immagini del rituale di bordo al passaggio dell’Equatore e di un surreale capodanno in maschera su un lastrone di ghiaccio in Antartide, con tanto di musica e alcoolici. La razione di ‘grog’ era parte del vitto e tale tradizione è stata dismessa non troppi anni fa. Purtroppo nel corso delle lunghe navigazioni la dieta si rivelava povera di alcune vitamine, e lo scorbuto era una piaga tipica dei marinai. Ma questo è noto.

Parliamo ora dei viaggi dell’Erebus. Se in guerra pattugliava il Mediterraneo, in tempo di pace fu attrezzata per le esplorazioni polari. Dal 1829 al 1833 al comando di John Ross e di suo nipote James Clark Ross la nave arriva al Polo Nord magnetico, ma resta bloccata dai ghiacci e tutti rischiano di morir di fame, prima di essere salvati da una baleniera. Nel 1839 l’Erebus insieme alla Terror viene equipaggiata per la spedizione in Antartide di James Clark Ross. Dopo uno scalo in Tasmania nel 1840 salpa per l’Antartide, superando il 1 gennaio del 1841 il Circolo Polare Antartico e percorre la Grande Barriera Australe (poi ribattezzata Barriera di Ross). Torna in Tasmania per preparare la seconda spedizione antartica, che raggiunge i 161° W e i 78° 9’ 30” S per poi riparare alle Falkland/Malvine. Una terza spedizione salpa nel 1842 ma è costretta a rinunciare per i ghiacci che rischiano di bloccare la nave. James Clark Ross ha sempre saputo fermarsi al punto giusto e quando torna a Londra è nominato cavaliere. Nel 1845 l’Erebus viene equipaggiata per trovare il Passaggio a Nord-Ovest dopo i fallimenti precedenti. Il comando viene affidato al sessantenne John Franklin, già veterano della sfortunata spedizione del 1819 ed ex governatore della Tasmania. Ross sconsiglia l’uso di navi grandi e lente, ma la sua esperienza non viene tenuta in debito conto. L’Erebus e la Terror saranno avvistate per l’ultima volta a fine luglio 1845 nella baia di Baffin. Da quel giorno tutti cercheranno per anni le navi fantasma e la vedova del capitano Franklin sarà la promotrice delle ricerche.

Che era successo? Verranno inviate tre spedizioni di soccorso fra il 1847 e 1848, due delle quali guidate da Ross, ma senza esito. La verità si saprà nel 1854, vista anche la ricompensa di 10.000 sterline in palio. John Rae, un medico-geografo della società che gestiva la baia di Hudson, mentre sta mappando la costa artica viene a sapere dagli inuit (una volta si chiamavano eschimesi) che quegli uomini erano tutti morti: le navi erano rimaste incastrate nei ghiacci nell’Isola di re Guglielmo e le navi abbandonate nel 1848. Tutti erano morti di freddo e malattie cercando di andare a sud. John Rae era diverso da loro: si vestiva e viveva come gli inuit e da loro aveva imparato a sopravvivere tra i ghiacci artici. Proprio gli inuit narravano nelle loro saghe di questi autentici vascelli fantasma alla deriva fra nebbie e ghiacci, e questo ha permesso a una nave oceanografica guidata proprio da un inuit di rilevare fra il 2014 e il 2016 la sagoma delle due navi sul fondo del mare, ben conservate nell’acqua gelida. Un’esplorazione condotta con un drone subacqueo ha permesso di sapere molto di più della nave e del suo sventurato equipaggio. Solo nel 1906 Amundsen sarebbe riuscito a forzare il Passaggio a Nord-Ovest, ma con una nave più piccola e un equipaggio di marinai e sciatori norvegesi addestrati a vivere come gli inuit.

Infine, una nota sull’edizione. Che dire? Traduzione scorrevole, ottimi indici e tante mappe dettagliate, spesso assenti in altri editori. I termini marinareschi sono tradotti con competenza. Unico neo: le misure sono espresse solo in piedi, galloni, yarde, fathom, miglia, pinte, pollici e libbre. Fa molto Old England, ma crea difficoltà al lettore ‘continentale’.


Il mistero dell’Erebus
Michael Palin
Traduttore: Ada Arduini
Editore: Neri Pozza, 2020, pp. 416
Prezzo: €19,00
ISBN: 978-88-545-1990-9
EAN: 9788854520912
EBOOK


Il Duce e la casta grigioverde

Il ruolo dei militari di alto grado nel Ventennio è stato spesso analizzato, ma senza che le loro biografie fossero strutturate in modo sistematico; ben venga quindi questo studio di un giovane storico militare, il quale inquadra le figure di ben 37 generali di Mussolini (di ogni tipo: politici, condottieri, burocrati, monarchici, fascisti) in una cornice complessiva che ne individua le diverse personalità, ma anche le costanti, alcune delle quali sono tuttora dure a morire. La guerra fu voluta dal Fascismo, ma avallata da generali in gran parte fedeli al Re. Perché di questo si tratta: la generazione degli ufficiali di S.M. che aveva vinto la prima G.M. si era chiusa in casta, mantenendo un esercito di caserma sovradimensionato, forgiando anche i nuovi quadri (alcuni dei quali provenienti realmente dalla gavetta) nella stessa mentalità, ostacolando le riforme e ben lieta di aderire al Fascismo – nato in fondo dalle trincee e ostile ai politici responsabili della Vittoria Tradita – ma profondamente fedele al Re, il quale riuscì a liquidare gli squadristi e a mantenere sempre ai vertici i generali piemontesi, come Badoglio e Cavallero, e figure carismatiche come Amedeo duca d’Aosta o il principe Umberto: eroe e diplomatico il primo, un complessato obbediente il secondo. Roatta e Bastico erano filofascisti, ma pur sempre ufficiali di carriera; che l’Esercito fosse del Re lo dimostra da solo l’8 settembre: i reparti che per tre anni avevano combattuto su cinque fronti si sfaldarono in poche ore perché la struttura era diventata acefala. Dal canto suo il Duce gestì bene l’immagine delle FF.AA., ma si guardò bene dal riformare la casta o modernizzare veramente lo strumento militare: i riformatori duravano poco; piuttosto, da un lato inserì ai vertici anche i suoi uomini (Balbo, Graziani, De Bono) e creò una serie di organi e comandi paralleli (vecchio vizio italico), in modo che la struttura di comando risultasse bilanciata e nessuno potesse realmente averne un controllo completo; è chiaramente un sistema figlio della politica e forse può anche andar bene in tempo di pace, ma è un suicidio in tempo di guerra. Guerra i cui obiettivi non furono mai strategici, ma politici, non ultima la concorrenza con la Germania di Hitler. Ma pure questa è una costante, visto che neanche oggi la politica estera italiana riesce a definire con precisione gli interessi nazionali. Lo storico inglese Denis Mack Smith ne Le guerre del Duce (1976) notava allibito che il Fascismo pensava solo alla guerra, ma non ha mai organizzato le risorse per farla bene. Tutti i generali e i gerarchi erano coscienti per primi delle carenze dello strumento militare e industriale, ma speravano in fondo di cavarsela a buon mercato e di mantenere comunque i loro previlegi economici e politici. Le divisioni binarie sono un esempio da manuale: passare da tre brigate a due per ogni divisione moltiplicò il numero dei reparti e dei comandi, aumentando le possibilità di carriera e mostrando un’immagine di potenza numerica, ma di fatto creando grandi unità deboli sul campo perché prive di riserve, malamente integrate dalle Camicie Nere. Ma se le guerre in Albania, Abissinia e Spagna erano conflitti limitati, dopo il 1940 il bluff non poteva più reggere, col risultato di diventare vassalli dei Tedeschi invece che comprimari, e di portare l’Italia a una rovina dalla quale non si è più rialzata, almeno come potenza regionale indipendente. Ma in questo disastro i generali italiani hanno avuto la loro responsabilità, accettando una guerra moderna ben sapendo di non essere preparati a combatterla in condizioni realistiche e su fronti troppo estesi. Quando poi la situazione è precipitata, hanno allegramente creduto di poter eliminare il Duce, fregare i Tedeschi e poter negoziare alla pari una pace separata con Alleati, come se Eisenhower fosse disposto a capire le doppiezze rinascimentali di Ambrosio e Badoglio o Kesselring fosse un cretino. Alcuni generali valevano sicuramente qualcosa sul campo – Messe, Gariboldi, Baldissera – come pure anche alcuni burocrati come Grazioli o Baistrocchi. L’insieme però è desolante: se Graziani e Balbo erano fascisti, gli altri non lo erano, ma nessuno di loro ha alzato la voce o ha sbattuto la porta davanti al Duce; se l’ha fatto, era tardi. Ma il prezzo l’hanno pagato i soldati, sia i caduti sul campo che i 600.000 internati in Germania. Quasi tutti i generali hanno poi riempito estesi memoriali per dichiararsi vittime del Fascismo o screditare i colleghi. Nessuno è stato mai estradato nei paesi dove aveva compiuto crimini di guerra. In più, l’8 settembre del ‘43 in troppi hanno abbandonato i soldati a se stessi. Quello che è peggio, per anni gli italiani avrebbero avuto scarsa stima dei propri militari, continuando il mito della Grande Guerra ma sorvolando sulla seconda o esaltandone le sconfitte (El Alamein p.es.). Purtroppo dopo la guerra gli Alleati si accontentarono di acquisire basi militari – ma questo lo dico io, non l’autore – senza incidere nella sostanza: mentre hanno riformato l’esercito tedesco, in Italia hanno ricostruito l’esercito che c’era prima, col risultato di modernizzarne la struttura materiale e la formazione dei giovani quadri, ma senza imporsi per cambiarne mentalità e abitudini. I partiti politici del dopoguerra dal canto loro non hanno mai espresso salvo rari casi gente competente in materia militare, quindi i vertici militari rimasero se non una casta, sicuramente un gruppo chiuso e autoreferente. L’industria continuò a condizionare le forniture militari e i sistemi d’arma; la burocrazia rimase sproporzionata, sottraendo risorse all’addestramento; la mentalità conservatrice dei quadri avrebbe cozzato più tardi con una società ben più avanti del suo esercito; le promozioni ai vertici di comando avrebbero risentito comunque degli equilibri di governo. In più, alcuni ex generali si lanciarono in carriere politiche di alterna fortuna e qualcuno ci prova ancora adesso. Ma in Italia i problemi vengono sempre da lontano.


I generali di Mussolini
Giovanni Cecini
Editore: Newton Compton Editori, 2019, pp. 538
Prezzo 12 euro

EAN: 9788822725844
ISBN: 8822725840