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Giro d’Italia, il buco nero dell’informazione

di Enrico Campofreda –

Tutti a parlar di buche, che in una Roma addomesticata dai peggiori politicanti millantatori di cambiamento e propositori di affarismo, ha visto il chiacchierato Froome primeggiare; i corridori frenare e trasformarsi in cicloturisti per non rischiare, uno squarcio via l’altro, l’osso del collo; il pubblico far finta di godersi uno spettacolo che non è stato tale perché una tappa ciclistica non è la scampagnata che ha in mente l’attuale sindaco dell’ignavia seduto in Campidoglio. Dicono, a ragione, gli organizzatori che il fondo degli 11 spettacolari chilometri, su cui la carovana a due ruota avrebbe dovuto girare dieci volte, doveva essere asfaltato da mesi. Virginia Raggi e il suo personalissimo staff hanno applicato il programma che i romani conoscono ormai da un biennio: il nulla condito, nel caso delle strade, da qualche sputo di cemento e pezzatura di catrame seminati qua e là. Oggi i lettori trovano tanti noti colleghi di testate mainstream, sportive e non, a parlar giustamente delle buche delle vie romane che hanno rallentato i pedalatori professionisti e dei buchi nei piani di politici inadeguati non solo per una buona amministrazione, ma semplicemente per un’ordinaria lista delle urgenze che sui sette colli sono diventate alture insormontabili. Però i media e i loro operatori in questo Giro che doppia il centenario, ed è stato portato nelle prime battute a Gerusalemme, hanno evidenziato il proprio stratosferico buco al compito che gli compete. Un buco nero nel quale s’è persa o viene omessa la finalità primaria del ruolo: informare raccontando quel che accade.

Così nel rievocare le gloriose storie delle due ruote in rosa, visto che si partiva dalla Città Santa non c’è stata alcuna contestualizzazione su chi (Israele) con l’occupazione militare nel 1967 ha violato tale santità, anche della propria religione. Qualcuno obietterà che non c’entra nulla, invece c’entra eccome. Dipende dal senso che si vuol dare alla cronaca. Nell’inquadrare soldati coi mitra spianati s’è detto delle ragioni di sicurezza, tralasciando l’insicurezza e la morte che negli stessi giorni i commilitoni di quei militari spargevano in un altro angolo della Palestina lacerata e umiliata con la creazione dello Stato di Israele. A Gaza morivano più di cento cittadini che manifestavano ricordando il diritto al ritorno sulle proprie terre, mentre i finanziatori del Giro sbarcato nella Palestina storica più i suiveurs che lo stavano narrando, ricordavano il giusto Bartali, salvatore di ebrei perseguitati, ma non spendevano una parola per rammentare ciò che accadeva attorno alle strade riempite dal ticchettìo armonico di cambi e catene. Nel mondo disarmonico di un’informazione non dedita ai fatti, ma schiacciata sugli interessi di editori più politici che imprenditori e di direttori e cronisti asserviti alle due tipologie citate, non c’è spazio neppure per brandelli di racconto per offrire un servizio al lettore, figurarsi per un percorso di verità. Il settorialismo sotterra la cronaca, così chi doveva descrivere le tappe nei Territori occupati parlava esclusivamente di scatti e tempi, senza soffermarsi neppure un attimo sui luoghi e il contorno.

Del resto se già in partenza mancava, e non pensiamo involontariamente, la riflessione del motivo per cui il Giro dovesse sostenere il piano d’Israele di condire con un simile evento internazionale  la celebrazione del 70° anniversario della sua nascita come entità statale, non ci meravigliamo, ma lo denunciamo, che tanti colleghi abbiano taciuto la presenza lungo il percorso della Corsa Rosa rientrata nella penisola, di dimostranti pro palestinesi. Rumorosi con slogan, visibili con bandiere coloratissime, seppure compressi da manipoli di poliziotti in borghese e tenuti lontani dai traguardi dove si concentrano telecamere e obiettivi. Spiace che troppe camere e flash e taccuini si siano disinteressati d’una presenza, ovviamente politica, che parlava di Palestina e dei diritti calpestati di questo popolo. La contestazione della linea criminale spacciata da Israele come autodifesa diventa una conseguenza dei discorsi di tali attivisti. E costoro, possono piacere o no, erano presenti a bordo strada. In gruppi talvolta sparuti, tal altra più numerosi, dicevano la loro, ma sono stati ignorati da un’informazione che non vuole informare e punta a presentare una realtà di comodo, secondo princìpi ben lontani dalla deontologia. Nel termine, rivendicato da chi svolge questo mestiere, il discorso è unito al dovere cui si è tenuti a rispondere. Per coscienza, per morale o semplicemente per coerenza col ruolo prescelto. Un ruolo principalmente di servizio, ancor più se pubblico. Poi, nella neutralità assoluta che non esiste, ogni operatore dell’informazione ha opinioni proprie e magari può esprimerle a commento. Quel che diventa insostenibile è celare la realtà. Tutto ciò nel giornalismo diventato propaganda è un comportamento purtroppo diffuso. E’ quel cancro che trascina in un abissale buco nero non solo l’informazione, ma la stessa esistenza professionale.

Pubblicato lunedì 28 maggio 2018
Articolo originale

Striscia di Gaza: via Crucis palestinese

di Enrico Campofreda

19050f970ef144139acdd1865927ad39_18La marcia per il ritorno dei profughi palestinesi si trasforma in una via Crucis nel venerdì di passione. Si chiamavano prevalentemente Mohammad ed erano sicuramente islamici le quindici vittime messe in croce con la tecnologia dei droni che sparavano lacrimogeni dall’alto, mentre tiratori scelti di Tsahal da terra hanno colpito a morte e ferito quei corpi ammassati sul confine che riproponevano una protesta contro omicidi più antichi. Era il 1976, proprio il 30 marzo, quando sei palestinesi disarmati che aderivano alla prima manifestazione intitolata al ‘Giorno della terra’ contro la decisione israeliana di espropriare cospicue aree della Cisgiordania,  vennero centrati mortalmente anch’essi da proiettili. Questa trama omicida ripetuta in tante, troppe circostanze, ha avuto oggi l’ennesimo copione stragista. Oltre a quindici cadaveri di uomini compresi fra i 19 e i 38 anni si contano millequattrocento fra feriti e intossicati dal gas. Una repressione inconcepibile, un piano preparato a puntino secondo precise direttive del governo di Tel Aviv, vista la presenza di tiratori scelti dislocati su una vasta linea di confine dove i manifestanti avevano montato tende per offrire assistenza logistica ai numerosi partecipanti anche d’età adulta e avanzata. Per questo Israele ha accusato Hamas di gettare allo sbaraglio migliaia di persone.

Hamas, per bocca del suo leader Haniyah, ha precisato che l’iniziativa è partita dal basso ed era molto sentita dal suo popolo e che la marcia è l’inizio del ritorno sull’intera Palestina. Israele che quest’anno festeggia il 70° anniversario della sua fondazione, è coadiuvata in tale scadenza da un copioso sostegno occidentale. Si pensi alle prime tre tappe del Giro ciclistico d’Italia, previste appunto in quella che era la Palestina storica, un’iniziativa propagandistica con cui il premier Netanyahu ha voluto sancire anche tramite lo sport delle due ruote, popolarissimo in Europa, un benestare alle occupazioni originarie e attuali, tramite militari e coloni. Inoltre il leader sionista sente il pieno conforto dell’amministrazione Trump e accresce gli agguati criminosi come quello odierno. Poiché gli organizzatori della protesta palestinese prevedono sei settimane di mobilitazione sino al 15 maggio, di fronte a repressioni così sanguinose, la situazione può precipitare. Il Centro legale palestinese ha diramato una durissima condanna dell’esercito israeliano che compie l’ennesimo crimine “in violazione a ogni diritto internazionale, senza distinguere nell’uso delle armi fra combattenti e civili disarmati” quali erano tutti i partecipanti alla mobilitazione. Cancellerie, Capi di Stato e le stesse Nazioni Unite finora tacciono.

Pubblicato 30 marzo 2018
Articolo originale
dal blog di Enrico Campofreda

 

L’Europa in cerca di una nuova anima

La nuova Cortina di Ferro all’interno dell’Unione europea vede ampliarsi il Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) con lo spostamento a destra dell’Austria e che farà muro contro l’impennata d’orgoglio dell’Ue nell’attivazione delle procedure previste dall´Articolo 7 dei Trattati, quando si riscontrano delle violazioni gravi di uno Stato membro, la Polonia, dei valori fondamentali dell’Unione.

La Polonia rischia sanzioni che prevedono la riduzione degli aiuti e la sospensione dei diritti di voto, per aver approvato una riforma che mina l’indipendenza della giustizia polacca, mettendo in pericolo lo Stato di diritto.

Il vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, Frans Timmermans, ha affermato che la Polonia ha adottato, in questi ultimi anni, 13 leggi capaci di mettere in pericolo i valori fondamentali per uno stato democratico.

L’Europa solo ora si accorge di quanto la Democrazia sia in pericolo in Polonia, dopo aver lasciato da sole tutte quelle migliaia di persone che hanno manifestato per settimane contro il progetto legislativo per ingabbiare la Giustizia.

Per sospendere la Polonia dal diritto di voto in Consiglio, prevista dall’articolo 7 del Trattato, serve l’unanimità degli Stati membri che si prevede difficilmente raggiungibile, vista l’opposizione scontata dell’Ungheria di Viktor Orbán e degli altri del Gruppo di Visegrá.

Il Consiglio d’Europa potrebbe sospenderli tutti, dopo aver riscontrato non solo una deriva autoritaria nei singoli paesi, ma anche per la loro avversità a conformarsi alle scelte sulla ripartizione della ricollocazione dei richiedenti asilo all’interno della Ue.

Anche in occasione della risoluzione di condanna del riconoscimento unilaterale di Gerusalemme capitale d’Israele, messa in votazione all’assemblea generale Onu, lo schieramento dei paesi dell’est europeo (Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania), si è differenziato dal resto della Ue, scegliendo di astenersi e non esprimere un voto contrario.

L’Europa, in occasione del caso Polonia, si sta muovendo non più per procedure di infrazione di ordine economico, ma per i valori fondanti dell’UE, e ciò potrebbe essere l’occasione di rifondare Unione sui principi originari e non solo sugli interessi economii.

Per l’Europa, ritrovare l’Anima del Manifesto di Ventotene, è un’opportunità per riscattarsi dai tanti anni di arido tecnocratismo e trovare un’unità nei valori etici piuttosto che sulla convenienza.

Una convenienza che i paesi di Visegrá sembrano aver ben messo a frutto e ora, dopo aver preso tutto il possibile dalla Ue, si apprestano rendere difficile la convivenza tra gli stati membri.

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Qualcosa di più:
Europa: anche i tecnocrati sognano
Migrazioni, cooperazione Ue-Libia | L’ipocrisia sovranazionale
Migrazione | Conflitti e insicurezza alimentare
Migrazione in Ue: il balzello pagato dall’Occidente
Macron: la Libia e un’Europa in salsa bearnaise
L’Europa e la russomania
Europa: Le tessere del domino
Europa: ogni occasione è buona per chiudere porte e finestre
Europa: la Ue sotto ricatto di Albione & Co.
Europa e Migrazione: un mini-Schengen tedesco
Europa: cade il velo dell’ipocrisia
Europa: i nemici dell’Unione
Europa: la confusione e l’inganno della Ue
Tutti gli errori dell’Unione Europea
Un’altra primavera in Europa

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Finché c’è guerra c’è speranza

Nei primi anni ’70 Alberto Sordi dava vita, con amarezza, al personaggio di un mercante d’armi in crisi esistenziale per quello che faceva. Un film che sintetizzava l’adagio Mors tua vita mea, con la distruzione di un’Africa dilaniata da conflitti regionali come terreno di confronto tra l’allora Comunismo e Capitalismo e dove piccoli e grandi spacciatori d’armi avevano il loro tornaconto.

A quarant’anni di distanza dal film Papa Francesco bolla quei mercanti come “pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi” che “hanno scritto nel cuore: A me che importa?”.

Una condanna gridata dal Sacrario di Redipuglia, traslitterazione dallo sloveno di “sredij polije”” (terra di mezzo), dove riposano decine di migliaia di militari della Prima guerra mondiale.

Sono gli “affaristi della guerra” che basano la loro filosofia di vita sul profitto dovuto prima alla vendita di strumenti di morte e distruzione e poi nell’offrire l’occasione di fare affari per la ricostruzione.

Cosa c’è di più capitalistico nel rendere obsoleti armi e munizioni di qualche anno e inabitabili interi quartieri e città dopo essere stati investiti da bombe e razzi, per poi ridar “vita” ad un’economia stagnante con la ricostruzione?

Sino a quando il “benessere” si basa sul consumismo – il distruggere per ricostruire ne è il nodo fondamentale – sarà difficile che la maggioranza delle persone possano essere interessate al destino dei loro simili in aree di conflitto.

Non sono bastate due Guerre Mondiali con decine di milioni di morti e di stermini, perché qualcuno riteneva qualcun altro diverso da lui e per imporre una visione della società a chi non la condivide, per poter fermare i sobillatori di conflitti e gli spacciatori di morte.

Quando il biblico “A me che importa?” potrà avere un significato per la maggior parte della popolazione che non si interessa del fatto che “La guerra non guarda in faccia a nessuno: vecchi, bambini, mamme, papà…” sino a quando non saranno loro le vittime degli altrui interessi?

Nella Striscia di Gaza ci vorranno, secondo le organizzazioni non governative Oxfam http://www.oxfamitalia.org/ e la norvegese Shelter Cluster affiliate alle Nazioni Unite, 20 anni per la ricostruzione di 17 mila unità abitative, tra edifici danneggiati o distrutti, e non meno di 4 milioni di euro, oltre agli edifici pubblici come scuole e ospedali.

Con i 2143 morti, in gran parte civili e bambini, in 50 giorni di reciproci attacchi è Gaza ad aver subito un ennesimo colpo al fragile tessuto sociale e all’economia, mentre a fare affari sono stati i trafficanti di armi prima e poi, appena Israele autorizzerà l’apertura dei varchi, gli imprenditori edili di qualsiasi nazionalità. È uno strano modo per rendere omaggio al 2014 come Anno Internazionale di Solidarietà con il popolo Palestinese.

Ora che tra il governo israeliano e Hamas si è raggiunta una tregua che sembra reggere, a chi può importare di consolidarla per dare un futuro alle popolazioni di una terra martoriata?

È faticoso e difficile a dare un volto ad ognuna delle migliaia di vittime del Medio Oriente come di altre aree di conflitto. Le persone diventano, superato il numero di cinque forse anche dieci vittime, solo un numero tra tanti, senza nome ne volto.

È più facile che l’attenzione empatica si focalizzi su di un volto e un nome, mentre un’umanità seppellita dalle bombe, trafitta da proiettili o sgozzata da algide mani ispirate dalla missione salvifica di sterminare chi ha altri comportamenti, è una moltitudine che rientra nella quotidianità degli eventi.

Cosa c’è di più tenero di un musetto d’orso reso orfano da un eccesso di zelo per sollevare l’indignazione di una folla piena di compassione per un batuffolo di pelo?

A chi importa di un mendicante quando sono sempre più numerosi gli indigenti che s’incontrano per le strade, se si evita di incrociare il loro sguardo?

Gli organi d’informazione possono veicolare l’attenzione su di una tragedia che coinvolga pochi personaggi, ma riesce a banalizzare le stragi quando diventano quotidianità.

In un mondo proteso alla separazione più che alla condivisione è palese il trionfo dell’individualismo che porta a suggellare la frase “A me che importa?” sulla lapide dell’indifferenza colpevole di Caino nei confronti di Abele.

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Medio Oriente: la Pace tra Razzi e Cupole

Il riacutizzarsi del conflitto israelo-palestinese ha oscurato ogni notizia sul buco nero che si sta creando tra Siria e Iraq.

Israele e la Palestina sono proprio sull’altra sponda del Mediterraneo, ma anche la Siria non è poi tanto lontana e forse le ormai migliaia di morti sgozzati o con una pallottola in testa potrebbero pur meritare qualche attenzione, tanto più che non sembra ci sia qualcuno capace di fronteggiare l’avanzata dell’Isis (Stato islamico di Iraq e Siria) o Isil (Stato Islamico in Iraq e nel Levante) qual sia dir si voglia, è impegnato nella creazione di un califfato. Neanche le milizie kurde dei peshmerga, dopo un iniziale successo, non sembrano riuscire a contenere la conquista degli islamisti e i continui sconfinamenti in Libano fanno pensare a un tentativo di allargare l’influenza dell’Isil nell’area.

Probabilmente l’attenzione dei media per i razzi di Hamas su Israele e i raid israeliani sempre più micidiali sulla striscia di Gaza deriva dalla “facilità” dei giornalisti nel muoversi in quei territori e dalla possibilità di dare un volto alle vittime, iniziando dai tre adolescenti ebrei e dal loro coetaneo palestinese, colpiti dall’odio. Morti causati dalla manifesta incapacità delle due parti a riconoscersi e della comunità internazionale, nonostante l’impegno di aver messo in campo geni della diplomazia del calibro di Tony Blair, di offrire delle alternative ad una controversia sull’esistenza che si prolunga da oltre sessant’anni. Una mancata pacificazione dell’area israelo-palestinse coinvolge tutto il territorio mediorientale, influenzando leadership di movimenti e governi più o meno radicali, filo occidentali o islamico jiadaisti.

Nonostante il riavvicinamento dell’anima tradizionalmente palestinese di quello che era Al-Fatah e l’Olp, che governa in Cisgiordania, con quella radicale di Hamas, predominante nella “striscia” di Gaza, con governo di unità nazionale, le scelte politiche continuano ad essere due e il dialogo che cerca Abu Mazen da Ramallah è rifiutato da Hamas a Gaza City.

Un’escalation che mostra tutta la debolezza non solo di Hamas, ma anche di Benjamin Netanyahu e del Governo israeliano.

Due popoli due stati che potranno convivere solo con tanti muri divisori, necessari per renderli dei buoni vicini; sino a quando gli israeliani e i palestinesi saranno guidati da due leadership così deboli eppur intransigenti.

Israele vuol screditare l’accordo raggiunto tra ANP (Autorità nazionale palestinese) e Hamas in una condivisione del potere, mentre Hamas cerca di mostrare al Mondo il crudele volto sionista che distrugge moschee, scuole e ospedali, ma si glissa sul particolare che le componenti radicali palestinesi preferiscono quei luoghi per collocare le rampe di lancio per i razzi da lanciare sul territorio israeliano.

Come gli organi d’informazione, le varie cancellerie, mostrano tutta la loro incapacità a offrire uno sguardo globale, e non globalizzato, sulla situazione internazionale, così anche l’intellighenzia che popola questa Terra si accorge solo di alcune tragedie, come dimostra l’appello – versione completa in italiano –  di un centinaio di nomi di varie nazionalità per “esigere” dall’ONU che imponga un embargo sugli armamenti, come quello imposto al Sud Africa durante l’apartheid, verso Israele.

Il problema non può essere focalizzato sul blocco di forniture militari, ma deve salvaguardare la popolazione civile da periodiche esibizioni muscolari. Un tale embargo è più facile applicarlo a Israele, ma di difficile applicazione nei confronti dell’universo eversivo jidaista. Entrambi i contendenti non hanno solo la capacità di scavalcare embarghi e divieti, ma soprattutto la possibilità di fabbricarne in proprio.

Diventerà sempre più impellente una riflessione sui costi e i benefici di un tale conflitto che non migliora le condizioni di vita dei due popoli, anzi si potrebbe scoprire che di certe esibizioni militari ne beneficiano solo i gruppi che tendono a conservare il potere.

Sicuramente per Hamas, con l’attenuarsi del sostegno di sponsor importanti come la Siria e Iran, questo scontro sarà un’occasione per ribadire la sua vitalità, nonostante l’esilio del suo leader Khaled Meshaal in Qatar, mentre Israele, a costo di commettere numerose vittime “collaterali”, afferma la sua forza cieca perché nessuno si deve permettere di minacciarne la sua esistenza.

Il risultato, secondo il filosofo americano e teorico della “guerra giusta” Michael Walzer, è il rafforzamento di Hamas, mentre Netanyahu cerca una scusa per evitare la creazione di uno Stato palestinese.

Mentre un altro intellettuale di origine ebraica, Zygmunt Bauman, afferma che Israele non costruirà mai la pace con una politica della “doppia” giustizia e condannando Gaza a una sorta di enorme prigione a cielo aperto, dove i pescatori non possono allontanarsi più di tre miglia dalla costa per procurarsi quel poco per sopravvivere, sotto lo sguardo sospettoso della marina israeliana.

Non si può vivere sotto la minaccia di missili che possono cadere ovunque e in ogni momento, ma se Israele ha la sua cupola missilistica “protettiva”, Hamas si fa scudo della popolazione e dopo le ennesime vittime “collaterali” nelle strutture dell’Onu è indispensabile una tregua riflessiva, svincolata da ogni pretesa, perché non è in gioco solo la vita di donne e bambini, ma il futuro di una generazione allevata nell’odio e diffidenza verso il prossimo.

Non si può affermare che 2mila morti, in gran parte civili, si possa definire genocidio come asseriscono in molti, ma è sicuramente un massacro e un abuso contro l’infanzia. Un crimine perpetrato in forma differente da entrambe le parti. Un bambino di sei anni ha già vissuto per tre volte le giornate e le notti fatte di esplosioni e paura.

Non si possono vagliare i termini di una tregua. Una tregua è far cessare il micidiale rumore delle armi che preannunciano nuove vittime e non avvantaggiare una delle parti in conflitto. Indire una tregua per tramutare la situazione di non belligeranza in convivenza pacifica.

La tregua non è una soluzione, ma un’opportunità per trovarne una duratura svolta pacifica, come non ha mancato di sottolineare il Segretario di stato statunitense John Kerry in occasione del raggiungimento dell’ennesima tregua che sfumerà poche ore dopo. È un primo passo che purtroppo nessuna delle due leadership vuole fare, anzi cercano ogni possibile occasione per riprendere lo scontro. Una possibilità di risolvere la “questione palestinese” potrebbe essere quella di chiudere in una stanza la dirigenza delle parti in causa e non aprire sino al raggiungimento di un accordo di accettazione reciproca. Questa è la via “diplomatica”, poi c’è quella muscolare modello Orazi e Curiazi da svolgere come sfida in uno spazio desertico e con un numero di contendenti uguale per l’una parte e l’altra, per risolvere all’arma bianca una volta per tutte ogni controversia.

Due possibilità che appaiono improponibili in questa fase. Intanto gli artisti e gli intellettuali palestinesi e israeliani si schierano contro l’ennesima prova di forza dei due contendenti che alla fine non potranno sfoggiare una vittoria, nonostante gli immancabili comunicati trionfalistici, ma il cui unico reale risultato saranno le numerose vittime civili, donne e bambini, in numero sempre più elevato, lasciando un’infanzia orfana non solo dei genitori, ma anche vittime di mutilazioni fisiche e psicologiche.

Ora sembra che il primo passo per una tregua durevole sia stato fatto, ma cosa sono serviti gli oltre 2mila morti e i 17mila feriti, oltre alla distruzione di abitazioni, scuole e ospedali, se non ad incrementare astio tra i due popoli. L’apertura dei varchi della “Striscia” offre un’opportunità di nuovi affari per società, organizzazioni e liberi battitori, senza contare l’aggiornamento degli arsenali.

Non si poteva arrivare al dialogo prima? senza far soffrire una popolazione che vive in un territorio sotto sorveglianza e non creare un’immagine di vittima di Hamas.

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02 OlO Medio Oriente conflitto israelo-palestinese Razzi sulla Pace  Israele e Hamas ai tempi di Twitter

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Israeli strikes in Gaza destroy office of Hamas premier.

 

 

 

 

 

 

 

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