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Il culto della personalità nel Novecento

AP Libri International CommunismScrivere di comunismo e di culto della personalità oggi, quando si celebra l’apoteosi del modello unico neocapitalista (in equilibrio fra neoliberismo e sovranismo) può sembrare un lavoro scomodo. Eppure, mai come oggi è di stretta attualità, visto che sempre più spesso organizzazioni politiche collegiali, magari anche di tradizioni secolari, vengono sostituite nel consenso di massa da partiti personali oppure fortemente influenzate dalle cosiddette “personalità”. Si possono fare diversi esempi: dalla Francia di Macron, Le Pen e Melenchòn, all’Italia di Berlusconi, Renzi, Grillo e Salvini, fino agli USA di Trump, per non parlare della Russia di Putin. In questo contesto, alla luce del peso che il movimento comunista internazionale ha avuto nella storia del secolo scorso, sia nei Paesi dove è andato al potere, sia in quelli dove è rimasto all’opposizione o dove addirittura ha continuato ad essere perseguitato, la bella ricerca di Kevin Morgan (docente di Social Sci Politics alla University of Manchester, e studioso del movimento comunista britannico e internazionale) è particolarmente prezioso. Attraverso la consultazione e la selezione di un vasto elenco di fonti (raccolto in diversi archivi fra Parigi, Londra, Manchester e Mosca) e di una sterminata bibliografia, l’autore ricostruisce la storia di questo rapporto fra comunismo e ruolo della personalità nel Novecento, in un excursus che va dalla Rivoluzione d’Ottobre fino al movimento zapatista messicano di fine secolo. Attraverso i sette capitoli in cui è suddiviso il libro, Morgan scompone il fenomeno nel tempo e nello spazio. Cronologicamente vengono individuate quattro fasi specifiche: 1) il periodo rivoluzionario dal 1917 fino alla morte di Lenin nel 1924; 2) quello che va dalla metà degli anni Venti a quella degli anni Trenta, in cui il feticismo religioso di Lenin è ancora preponderante; 3) la vera e propria fase in cui esplode il culto della personalità, con l’ascesa e l’affermazione del culto della personalità di Stalin (1935-1956); 4) la fase post-staliniana, dal rapporto Khrushchev al “fenomeno Marcos”, passando per il culto di Mao e dei leader dei movimenti di liberazione asiatici. Ma Morgan declina anche in termini tematici il fenomeno, che non può essere ridotto solo a Stalin e allo stalinismo. Ecco che quindi egli affronta il tema del leader come incarnazione dell’importanza e del ruolo storico del partito, il segretario generale come garante supremo dell’unità e dell’integrità del partito e dalla sua comunità militante, fenomeno questo che appartiene a tutte le specificità nazionali del movimento comunista. Fu così ad esempio per il PCF di Thorez, per il CPGB di Harry Pollit, per il PCI di Togliatti e per il PCE di Dìaz. Inoltre, l’autore evidenzia come il culto della personalità non fu solo «culto del potere», ma anche volano di un preciso immaginario dello scontro rivoluzionario, attraverso la figura del militante/dirigente «martire» (come l’italiano Gramsci o il tedesco Thälmann), del leader rivoluzionario di estrazione operaia (come ancora il francese Thorez, l’australiano Miles o lo spagnolo Dìaz), o infine della personalità carismatica, della «figura avvincente» (enkindling figure) il cui prototipo era stato Lassalle e che in Europa avrebbe visto fra gli altri il bulgaro Dimitrov, la spagnola Ibarruri, ma anche lo scozzese Willie Gallacher. Pur non nascondendo le conseguenze terribili che il culto della personalità ha avuto in URSS e in buona parte dei Paesi nei quali il movimento comunista è andato al potere nel secolo scorso, anzi dedicando loro diverso spazio nel libro, Morgan comunque non perde di vista il fatto che il comunismo e i suoi esponenti emersero nel “secolo breve” come il migliore strumento al servizio dei movimenti rivoluzionari e per la diffusione di una cultura della solidarietà che rivendicò anche il diritto ad essere praticata. Il leader rivoluzionario o di partito, il segretario generale divennero quindi per milioni di persone una sorta di simbolo che induceva all’azione e alla resistenza contro l’attendismo e l’immobilismo, caratteristica familiare di una certa politica radicale, indipendentemente che la battaglia venisse persa (come nel caso di Thälmann in Germania) o vinta (come in quello di Dimitrov). D’altronde, il carattere distintivo del comunismo non risiedeva necessariamente nell’intreccio di questi valori simbolici con un certo autoritarismo burocratico del partito (Morgan ricorda che questo era già presente nei partiti della Seconda Internazionale). Ciò che invece in essenza distinse l’esperienza comunista fu che il fatto che questo forte simbolismo rivoluzionario (incarnato dalle grandi personalità del movimento comunista internazionale) fu imbrigliato nella realpolitik di Stato (anche dove il potere non era stato conquistato) con il suo corollario di cinismo e brutalità.

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International Communism and the Cult of the Individual
Leaders, Tribunes and Martyrs under Lenin and Stalin
(Comunismo internazionale e culto della personalità nel Novecento)
di Kevin Morgan
Palgrave Macmillan, London, 2017, pp. 363

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Gramsci: a 80 anni un pensiero più vivo che mai

AP Gramsci          Antonio Gramsci è considerato uno dei politici e degli intellettuali italiani più studiati a livello internazionale. A ottanta anni dalla sua morte dovuta alla carcerazione fascista, il 27 aprile 1937, la diffusione internazionale degli studi sul suo pensiero sono in costante crescita. La Bibliografia gramsciana, curata da Francesco Giasi e da Maria Luisa Righi con la collaborazione dell’International Gramsci Society, raccoglie ad oggi 19.828 unità bibliografiche (cioè volumi, saggi e articoli su Gramsci pubblicati dal 1922 e pubblicazioni e traduzioni degli scritti di Gramsci dal 1927, fino ai giorni nostri)[1]. Guido Liguori ricorda che dal 1997 ad oggi, solo in Italia sono stati pubblicati «circa 180 volumi (libri o numeri di rivista monografici) di o su Gramsci, mediamente uno al mese per oltre quindici anni»[2]. Liguori è peraltro autore proprio quest’anno di un interessante volume sugli scritti gramsciani relativi alla rivoluzione russa (della quale ricorre il centenario)[3]. Una nuova biografia è stata invece curata, sempre quest’anno, da Angelo D’Orsi[4], che dal 2015 dirige la rivista “Gramsciana”[5].

La statura intellettuale e politica di Gramsci sembra quindi aver resistito alla crisi del socialismo e del movimento operaio internazionale. Ciò probabilmente perché, come ha scritto Michael Walzer, la vita e le opere dell’intellettuale sardo sono destinate a «sollevare questioni controverse» che derivano «dal rapporto carico di tensione […] tra la scienza marxista e la politica della classe operaia»[6]. D’altronde, quello fra il Gramsci studioso e il Gramsci dirigente politico è un rapporto che difficilmente può essere disgiunto, non fosse altro perché, come ha ricordato Eric Hobsbawm, esso si attuò attraverso il PC(d’)I[7].

Proprio per questo, in un’epoca come la nostra, caratterizzata dalla crisi di credibilità e di fiducia dei partiti politici tradizionali, la riflessione gramsciana sugli intellettuali, sviluppata nei Quaderni del carcere, assume ancor oggi un evidente significato e, diciamolo pure, un discreto fascino. Si tratta di una riflessione mai disgiunta da quelle che l’intellettuale sardo portò avanti, fra il 1929 e il 1935, sul partito, sul rapporto fra Stato e società civile nei Paesi a capitalismo avanzato, sull’egemonia, ecc.

            Stato e società civile

Di fronte alla sconfitta subita dal movimento operaio e rivoluzionario in Italia e in Europa ad opera della reazione borghese e del fascismo intorno agli anni Venti del Novecento, Gramsci analizza le società industriali occidentali, ritenendo che non sia sufficiente la mera presa del potere politico, ma sia necessaria una battaglia per quella che Walzer ha chiamato «la “conquista” della società civile […] una lotta culturale lunga e faticosa in cui il nuovo mondo soppianta lentamente, dolorosamente quello vecchio»[8].

Questa “guerra di posizione”, questa battaglia per l’egemonia nella società civile sarebbe dovuta essere, secondo Gramsci, la natura dello scontro di classe in Europa dopo la sconfitta della rivoluzione in Europa occidentale[9].

            Il ruolo degli intellettuali

Le funzioni di egemonia e di dominio politico, esercitate rispettivamente nella società civile e nello Stato vengono svolte, secondo Gramsci, dagli intellettuali:

Gli intellettuali sono i “commessi” del gruppo dominante per l’esercizio delle funzioni subalterne dell’egemonia sociale e del governo politico, cioè: 1) del consenso “spontaneo” dato dalle grandi masse della popolazione all’indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante, consenso che nasce “storicamente” dal prestigio (e quindi dalla fiducia) derivante al gruppo dominante dalla sua posizione e dalla sua funzione nel mondo della produzione; 2) dall’apparato di coercizione statale che assicura “legalmente” la disciplina di quei gruppi che non “consentono” né attivamente né passivamente, ma è costituito per tutta la società in previsione dei momenti di crisi nel comando e nella direzione in cui il consenso spontaneo viene meno[10].

Per il comunista sardo, l’attività intellettuale è presente in tutte le attività umane, ma nelle condizioni contemporanee non tutti gli uomini e le donne svolgono quelle funzioni intellettuali mirate al conseguimento dell’egemonia sociale e del dominio politico di una classe sull’altra. Di fronte alla figura dell’intellettuale tradizionale, che si autorappresenta come autonomo e indipendente dalle classi sociali dominanti[11], Gramsci individua un nuovo tipo di intellettuale, definito in base alla sua funzione di organizzatore nella società e in tutte le sfere della vita sociale[12], sebbene sia nelle sovrastrutture dello Stato e della società civile che la loro funzione si dispiega, si struttura e, per certi versi, si rende autonoma (sia nel campo dell’egemonia sociale, sia in quello del dominio statale).

Già durante il Congresso di Lione del PCI nel 1926, Gramsci aveva respinto la concezione (molto diffusa anche a sinistra) dell’intellettuale che «crede di essere il sale della terra e vede nell’operaio lo strumento materiale dello sconvolgimento sociale, e non il protagonista cosciente e intelligente della rivoluzione»[13]. Con le lotte sindacali e le occupazioni delle fabbriche (1920-21), la classe operaia italiana aveva dimostrato nel primo ventennio del Novecento di saper dirigere gli aspetti tecnici della produzione capitalistica; si trattava a quel punto, secondo Gramsci, di acquisire la capacità di dirigere quelli “politici”[14]. Il concetto gramsciano di “intellettuale organico” quindi permette, come ha scritto Walzer, di ricomporre «l’homo faber» con «l’homo sapiens», nell’interesse non di una classe o di un gruppo sociale, ma della «società nel suo insieme»[15].

La teoria gramsciana sugli intellettuali è inoltre interessante anche per un altro aspetto, che (nell’epoca del cosiddetto “capitalismo cognitivo” in cui viviamo oggi) assume un’importanza non secondaria. Secondo il comunista italiano, si stava assistendo a un ampliamento della categoria degli intellettuali, una “massificazione” che «ha standardizzato gli individui […], determinando gli stessi fenomeni che in tutte le altre masse standardizzate: concorrenza che pone la necessità dell’organizzazione professionale di difesa, disoccupazione, superproduzione scolastica, emigrazione, ecc»[16]. L’avverarsi di questa intuizione gramsciana è oggi dispiegato al massimo livello, come dimostra la precarizzazione molte attività intellettuali e/o tecniche specializzate.

Partito politico, rivoluzione passiva ed egemonia

La riflessione gramsciana sugli intellettuali non può essere scollegata da quella sul partito politico e sui suoi rapporti con la classe operaia e con gli intellettuali come massa. Per Gramsci, il partito svolge il ruolo di saldatore «fra intellettuali organici di un dato gruppo, quello dominante, e intellettuali tradizionali»[17]. Un’altra funzione fondamentale del partito è quella di elaborare i propri intellettuali: politici qualificati, dirigenti, militanti, capaci di sviluppare una lotta di classe egemonica in tutti gli apparati egemonici della classe dominante (scuole e università, mezzi di informazione, sindacati, associazionismo, anche la Chiesa, ecc.), e in grado, come è stato ricordato nel paragrafo precedente, di svolgere tutte le funzioni intellettuali previste in una società “integrale” come quella capitalistica[18].

Per Gramsci, chi milita nel partito deve essere al tempo stesso un “dirigente proletario” (alla testa, cioè, delle lotte della classe operaia) e «un nuovo tipo di filosofo», intendendo per filosofia «un rapporto sociale attivo di modificazione dell’ambiente culturale». Queste funzioni comportano, per l’intellettuale di partito, una costante opera di mediazione fra la spontaneità del conflitto sociale e la direzione consapevole della politica intesa come scienza.

Tuttavia questa “saldatura” non è possibile se non si ha consapevolezza dello Stato, della sua essenza, dei suoi meccanismi fondamentali di funzionamento.

Proprio dagli studi sul Risorgimento e sullo Stato unitario italiano, Gramsci elabora tre concetti principali: il concetto di rivoluzione passiva, che sta ad indicare processi di trasformazione politica guidati “dall’alto” che non rivoluzionano le sovrastrutture, non instaurano un nuovo Stato né un nuovo apparato egemonico; quello di egemonia, inteso come «messa in opera di meccanismi destinati ad assicurare il consenso delle masse per una politica di classe (poggiando, del resto sulla forza)», da non ridurre alla categoria marxista di ideologia dominante, o al concetto weberiano dei meccanismi di legittimazione; a questo, infine, è legato il concetto di crisi di egemonia (detta crisi organica), ossia la strategia attraverso la quale la classe operaia si rende autonoma e si costituisce a sua volta in classe egemone. Questa strategia, come è stato brevemente esposto in precedenza, è la guerra di posizione, «che permette alla classe operaia di lottare per un nuovo Stato»[19].

Conclusioni   

Il tentativo originale di declinare la teoria marxista e la strategia politica leninista sulla base del contesto storico, sociale, politico e culturale italiano, non fu solo fra i pochi particolarmente significativi nella prima metà del secolo scorso, ma ancora oggi riveste una importanza non marginale: il rapporto fra Stato e società civile; la funzione egemonica di una classe sociale dominante attraverso la figura dell’intellettuale “organico” e attraverso la “rivoluzione passiva”; la “guerra di posizione” come processo di “contro-egemonia” delle classi subalterne che producono i propri intellettuali organici e attirano a sé quelli tradizionali; sono cardini interpretativi che ancora oggi, pur in condizioni profondamente mutate rispetto a quelle di 80 anni, possono contribuire non poco alla comprensione dei meccanismi di funzionamento delle post-democrazie contemporanee, e (auspicabilmente) ad elaborare e sperimentare percorsi – chissà, strategie? – di superamento, “rivoluzionarie” avrebbe detto Gramsci.

 

[1]      http://www.fondazionegramsci.org/bibliografia-gramsciana/.

[2]      G. Liguori, Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti e polemiche. 1922-2012, Editori Riuniti university press, Roma, 2012, p. 11.

[3]      G. Liguori, Come alla volontà piace, Castelvecchi, 2017.

[4]      A. D’Orsi, Gramsci. Una nuova biografia, Feltrinelli, Milano, 2017.

[5]http://www.mucchieditore.it/index.php?option=com_virtuemart&page=shop.product_details&category_id=23&product_id=2234&Itemid=4&lang=it

[6]      M. Walzer, L’intellettuale militante. Critica sociale e impegno politico nel Novecento, il Mulino, Bologna, 2004, pp. 109-110.

[7]      E. J. Hobsbawm, Note su Gramsci, in I rivoluzionari, Einaudi, Torino, 2002, p. 330.

[8]      M. Walzer, L’intellettuale militante, op. cit., p. 112.

[9]      E. J. Hobsbawm, Note su Gramsci, cit. p. 344.

[10]     A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. 2, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma, 1975, pp. 20-21.

[11]     Ivi, p. 16.

[12]     A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. primo (quaderni 1-5), Einaudi, Torino, 1977, p. 37.

[13]     A. Gramsci, La costruzione del partito comunista, Einaudi, Torino, 1971, p. 504, cit. in C. Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato, Editori Riuniti, Roma, 1976, p. 43.

[14]     A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. 2, Gli intellettuali, op. cit., p. 18.

[15]     M. Walzer, L’intellettuale militante, op. cit., p. 114.

[16]     A. Gramsci, Gli intellettuali, cit. p. 22.

[17]     A. Gramsci, Gli intellettuali, cit. p. 24.

[18]     C. Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato, op. cit., p. 52.

[19]     C. Buci-Glucksmann, Gramsci e lo Stato, op. cit., pp. 73-77.

Manchester e la sua memoria operaia

AP OlO Manchester 2Se Londra, con la “Gloriosa Rivoluzione” del 1649, è il luogo di nascita della democrazia moderna e del parlamentarismo come sistema politico, Manchester lo è della Rivoluzione Industriale, del movimento operaio e della lotta di classe contemporanea.

Fondata nel 79 d. C. dal governatore romano Giulio Agricola, con l’immigrazione di una folta comunità fiamminga nel XIV secolo, la città inaugurò quella che sarebbe diventata la sua grande tradizione tessile. Il famoso telaio idraulico inaugurato nel 1769 da Richard Arkwright nel suo cotonificio (una cui riproduzione è esposta al Museum of Science and Industry) segnò il destino economico della città (che venne ribattezzata Cottonopolis) e della regione (il Lancashire), dando il via a quella rivoluzione industriale che cambiò la faccia del mondo.

Manchester fu però non solo la prima capitale economica del nuovo capitalismo industriale, ma anche – e di conseguenza – quella della formazione dei primi nuclei di classe operaia. Fu ai lavoratori mancuniani e alle loro drammatiche e degradate condizioni di vita che Friedrich Engels guardò quando scrisse il suo celebre saggio, La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845), in cui il nuovo ambiente industriale veniva dipinto come un inferno sociale dove i lavoratori, mal pagati e affamati, morivano negli slums, negletti, disprezzati e coartati da una borghesia che li considerava oggetti e non esseri umani. Da questa condizione di subalternità pian piano maturò quella che più tardi venne chiamata la “coscienza di classe”. Il movimento operaio nacque e si sviluppò in tutta la Gran Bretagna attraverso varie fasi: la rivolta individuale; il luddismo; il tradunionismo e gli scioperi; il cartismo; le organizzazioni sindacali e le teorie socialiste.

A duecento anni di distanza il tessuto economico e sociale della città è radicalmente cambiato, non senza profonde crisi: nel secondo dopoguerra la filiera del tessile fu sostanzialmente spazzata via dalla concorrenza asiatica e statunitense, ma fu sostituita da quella dell’informatica (il primo computer fu costruito proprio a Manchester nel 1948). Dopo la depressione degli anni Ottanta, la città vide poi una profonda ristrutturazione urbanistica che la rilanciò come importante centro turistico e soprattutto culturale (con tre sedi universitarie). Ciò non ha, però, impedito alla comunità mancuniana di mantenere e preservare la propria memoria.

 

Un corteo lungo duecento anni di storia

AP OlO Manchester People_s History Museum«Join a march through time following Britain’s struggle for democracy over two centuries»: con questa frase si apre la presentazione del People’s History Museum sul proprio sito web. Allestito in un edificio che nell’epoca edoardiana (1901–1910) era adibito a centro di pompaggio, il museo di sviluppa su due piani in rigoroso ordine cronologico.

Al primo piano lo spazio è suddiviso in cinque sezioni. Revolution (1780-1840), è la parte dedicata alla rivoluzione industriale e alle prime grandi battaglie per il suffragio universale (come quella del 1818-1819 proprio a Manchester, che culminò in una manifestazione di 80mila persone duramente attaccata dall’esercito che fece 11 morti e centinaia di feriti, il famoso “Massacro di Peterloo”). In questa sezione trovano posto anche oggetti personali appartenuti a personalità di spicco del movimento democratico e rivoluzionario di allora, come la scrivania sulla quale Thomas Paine scrisse il suo I diritti dell’uomo (1791). Reformers (1786-1846) è invece lo spazio dedicato alla formazione dei primi due grandi partiti politici, i liberali (Whigs) e i conservatori (Tories), al Great Reform Act (1832) la legge sulla rappresentanza del popolo, e al Cartismo. Workers (1821-1930) e Voters (1880-1945) sono le sezioni più ampie del primo piano. In un tripudio di stendardi sindacali, ma anche di manifesti di propaganda ed elettorali, in questi spazi viene ricostruita la storia delle forme di organizzazione del movimento operaio, dalle prime società segrete, ai sindacati di mestiere, dai primi sindacati industriali al partito laburista e comunista (ma ci sono anche spazi dedicati alla propaganda conservatrice e liberale sui temi del lavoro). Questa parte, che raccoglie anche l’esposizione dedicata alla battaglia del movimento delle donne per il diritto al voto, si conclude con il periodo della seconda Grande Depressione e dei due conflitti mondiali. Infine, al centro della galleria è presente un piccolo teatro, dal quale si possono vedere o ascoltare brevi ricostruzioni audio-video degli eventi caratterizzanti l’esposizione.

Al secondo piano la galleria è costituita da quattro sezioni. Citizens (dal 1945 ai giorni nostri), raccoglie fotografie, manifesti, striscioni, prime pagine di giornali che riassumono la storia delle lotte democratiche e sociali del secondo dopoguerra britannico: dall’epoca del Welfare State e dell’introduzione del Servizio Sanitario Nazionale a quella del “consenso” ai partiti (1946-1979), dal Thatcherismo alla crisi della politica tradizionale, dall’esplosione dell’immigrazione alle grandi lotte per l’eguaglianza (in particolare i diritti della comunità LGBTQ), per la pace, contro la Poll Tax e contro il nucleare, fino ai grandi scioperi fra i quali giganteggia quello dei minatori del 1984. Banners è una parte dedicata agli striscioni e agli stendardi che, come un po’ nella tradizione militare, venivano issati alla testa della grandi manifestazioni sindacali, pacifiste e per i diritti civili. Accanto a questo spazio è possibile visitare il Textile Conservation Studio, dove per l’appunto vengono conservati e restaurati gli stendardi esposti all’interno del museo. Infine, con Time Off? l’esposizione si conclude con una sezione dedicata alla lotta per la riduzione dell’orario di lavoro, al sindacato dei calciatori, alle società di mutuo soccorso e al movimento cooperativo. A salutarci mentre usciamo dalla galleria, un juke-box d’epoca manda a getto continuo canzoni di lotta, ma anche brani di musica pop che hanno caratterizzato i movimenti sociali in Gran Bretagna e le loro lotte.

Ma il People’s History Museum non finisce qui: oltre agli spazi per mostre temporanee, allo shop e alla caffetteria del piano terra, nel seminterrato è possibile visitare il vasto archivio, dove vengono raccolti documenti (anche interni), giornali, riviste, pubblicazioni del movimento operaio e democratico, del Partito Laburista e del Partito Comunista.

 

Esplorare il passato per cambiare il presente

AP OlO Manchester 1«Explore the past. Change the future». Questo invece è l’incipit sul volantino informativo della Working Class Movement Library. Situata a Salford, nella contea di Greater Manchester, la biblioteca è stata costruita negli anni Cinquanta del secolo scorso a partire dalla collezione personale di Ruth e Edmund Frow, militanti comunisti, e ora detiene decine di migliaia di libri, opuscoli, archivi, manifesti, striscioni, giornali, dipinti, fotografie, fumetti e molto altro ancora. La collezione copre documenti che riguardano temi che vanno dalla vita lavorativa a quella politica, dalla vita sindacale a quella sportiva. Che si tratti di un ricercatore o una ricercatrice,  che si venga mossi da semplice curiosità per i grandi eventi o la vita comune del passato, chiunque (l’accesso è libero) può non solo consultare l’enorme mole di materiale raccolto nella biblioteca, ma anche partecipare ai numerosi eventi gratuiti che lì vengono organizzati. Entrando nell’edificio, è possibile prendere visione della vasta gamma di documenti collezionati attraverso il display presente al piano terra. Fra questi: 1) le grandi campagne politiche del Paese, dal Cartismo al “Grande Sciopero Generale” del 1926, fino alle proteste più recenti; 2) il lavoro e la vita delle persone che hanno lavorato in fra la fine del XVIII e il XIX secolo (le operaie delle fabbriche di spazzole, i lavoratori della seta, i sarti, i calderai, ecc.); 3) le storie drammatiche di coloro che hanno lottato per le trasformazioni sociali – come Benny Rothman, il militante della Youth Communist League che nel 1932 guidò l’occupazione delle terre di Kinder Scout nel Derbyshire, per affermare il diritto di poter accedere alle aree di aperta campagna (all’epoca vietato); 4) altri importanti eventi come il Massacro di Peterloo, la storia dell’indipendentismo irlandese, la guerra civile spagnola.

Per concludere, il People’s History Museum e la Working Class Movement Library non solo sono due fra i maggiori istituti culturali della città, ma, attraverso metodologie espositive  e strategie comunicative che sfruttano a piene mani anche le nuove risorse digitali, riescono a garantire e preservare la memoria operaia e democratica della città (e del Paese), come confermano le numerose visite, non solo di studiosi e ricercatori, ma di scolaresche e di gruppi di giovani provenienti da tutta l’Inghilterra.

Democrazia e conflitto per una Sinistra da rifondare

renzi-matteo-scompostoIn un articolo pubblicato il 29 novembre scorso dal New York Times, la giornalista Amanda Taub, citando uno studio di due giovani scienziati politici, sintetizza i tre fattori coi quali si può misurare il grado di stabilità di una democrazia: 1) il sostegno dei cittadini e delle cittadine; 2) l’ampiezza della disponibilità pubblica a forme di governo non democratiche, financo a regimi militari; 3) la crescita di consenso dei cosiddetti “movimenti e partiti anti-sistema”[1].

Utilizzando questo metro di valutazione, dovremmo dare una valutazione positiva dell’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso in Italia: l’affluenza del 65% (nonostante non fosse necessario il raggiungimento del quorum) dimostrerebbe una discreta coscienza dell’importanza politica che rivestiva questo passaggio istituzionale e una rinnovata disponibilità alla partecipazione nei processi decisionali attraverso gli strumenti di democrazia diretta individuati dalla nostra Costituzione; la vittoria del NO, con più del 59% dei suffragi, a sua volta dimostrerebbe una netta volontà popolare di difendere non solo gli strumenti e le architetture istituzionali definite dalla carta costituzionale, ma in questo modo di difendere anche i valori e principi affermati nella prima parte di questa.

Tuttavia, provando ad andare un po’ più a fondo e cercando di capire le motivazioni più profonde che hanno animato il variegato fronte politico e sociale del NO referendario, la situazione si presente, a mio avviso, molto meno omogenea e molto più problematica. Per sintetizzare, in questo rifiuto della presunta “riforma costituzionale” targata Renzi-Boschi si sono incrociate almeno tre motivazioni politiche fondamentali: 1) l’effettiva volontà di salvaguardare il testo e l’impianto costituzionale da una riforma che vedeva, come ha scritto Gaetano Azzariti[2], la democrazia come un intralcio e che avrebbe nei fatti aperto le porte ad un inasprimento autoritario della forma di governo, con la concentrazione oggettiva del potere anche legislativo e di controllo nelle mani del governo (governo che, con la riforma elettorale dell’Italicum, rischia tuttora, se questa riforma venisse applicata anche per l’elezione del Senato, di rappresentare una esigua minoranza del corpo elettorale); 2) l’opposizione politica e sociale all’operato non solo del governo Renzi e del Partito Democratico, ma a anche a tutti quegli esecutivi che lo hanno preceduto negli ultimi anni; 3) questa opposizione politica e sociale era a sua volta divisa fra chi, come ha scritto Anna Fava, difendeva «l’idea di una società plurale e eterogenea, fatta di razze e generi diversi, di diverse opinioni politiche e fedi religiose […] fisiologicamente percorsa da conflitti[3]», e chi invece era mosso da un’idea di società chiusa, permeata dall’egoismo sociale (di classe, di razza e di genere), per il quale la soluzione dei problemi sociali passa per la sopraffazione di chi sta peggio o solamente di chi è diverso.

Uno dei principali insegnamenti della Costituzione, che ci piaccia o meno, sta proprio nel riconoscimento del carattere conflittuale della società moderna e nella necessità di individuare soluzioni il più possibile condivise per garantire alla cittadinanza quei diritti che la Carta stessa sancisce nella sua prima parte. L’ex premier Renzi, la maggioranza di governo che lo ha sostenuto (e che ora sostiene Gentiloni), il Partito Democratico, avrebbero dovuto interrogarsi, già subito dopo l’uscita dei primi exit poll nella tarda serata del 4 dicembre, su come i provvedimenti di questi anni non solo non abbiano fatto uscire l’Italia dalla profonda crisi economica in cui versa, ma abbiano di fatto spaccato ulteriormente il Paese, aumentando fortemente le diseguaglianze: basti solo pensare al decreto “sblocca Italia”, al famigerato Jobs Act, alla “Buona Scuola”, al cosiddetto “Decreto salva banche”, quello “taglia sanità” della ministra Lorenzin, solo per fermarci a quelli più importanti (e più odiati). Provvedimenti sui quali il PD e le forze politiche alleate non solo non hanno mai aperto un serio confronto con le forze sociali e sindacali impattate da quelle leggi, ma che nei confronti dei movimenti che hanno protestato e manifestato in questi due anni, hanno spesso solo usato il linguaggio dell’arroganza e della repressione, come dimostrano gli almeno cinquanta episodi di cariche violente della polizia, di pestaggi di contestatori, fossero essi lavoratori, studenti, correntisti bancari.

Col Referendum del 4 dicembre il segnale di sfiducia popolare al governo Renzi e al PD è stato inequivocabile, ed è arrivato proprio da chi questi provvedimenti legislativi li ha subiti nel modo più drammatico: il meridione del Paese (col dato quasi plebiscitario della Sardegna), le zone periferiche delle grandi città, i/le giovani (vittime della interminabile precarietà e disoccupazione). Invece dal segretario del Partito Democratico non solo nessuna autocritica, ma neanche il tentativo di capire il “grido di dolore” che arriva dalla “periferie” (geografiche, sociali, generazionali) del Paese, solo negazione o rimozione. Lo dimostrano non solo le parole di Renzi già la sera del 4 dicembre, il limitare gli errori ad aspetti di “comunicazione”, o quelle imbarazzanti di Gennaro Migliore sul Jobs Act (il problema dei voucher sarebbe stato semplicemente che qualcuno ha pensato che si potesse abusare di loro), o ancora quelle del nuovo presidente del consiglio Gentiloni, per il quale sui temi del lavoro (e in particolare sull’art. 18) il governo non farà alcuna marcia indietro.

Di fronte a questo scellerato esempio di arroganza e di inettitudine, chi incasserà nel breve periodo i risultati dell’esito referendario saranno paradossalmente proprie quelle forze politiche non solo lontane ai valori di eguaglianza e solidarietà sociale, ma anche dai valori e dai principi stessi della Costituzione repubblicana, (si pensi non solo e non tanto al Movimento 5 Stelle o a Forza Italia, ma soprattutto a forze politiche apertamente razziste come la Lega Nord o dall’eredità politico-culturale inequivocabilmente fascista come Fratelli d’Italia.

Per questo, oggi nel variegato campo della Sinistra più che arrovellarsi il cervello su formule elettorali e proposte di governi di coalizione, sarebbe necessario un serio processo di rifondazione, fatto innanzitutto di presenza e lavoro politico nei luoghi e fra i settori sociali che hanno espresso il loro NO alla riforma costituzionale. È l’unica possibilità per ricostruire una politica credibile ed alternativa a quella imposta dai centri del potere economico e finanziario europeo, ed eseguita dai vari governi tecnici o a guida PD che si sono avvicendati in questi anni. Una politica che ascolti il conflitto sociale e sia capace di risvegliare la partecipazione dei tanti uomini e delle tante donne che non hanno niente a che vedere tanto con la tecnocrazia renziana, quanto col becero populismo liberista del M5S e con quello razzista di Lega e Destra.

[1] Cfr. L’URL http://www.nytimes.com/2016/11/29/world/americas/western-liberal-democracy.html?_r=0.

[2] Cfr. G. Azzariti, Contro il revisionismo costituzionale, Laterza, Roma-Bari, 2016.

[3] Cfr. l’URL http://effimera.org/partire-dal-no-rilanciare-la-partecipazione-anna-fava/.

Da Treviso ad Atene: riconnettere i fili di un’opposizione politica e sociale in Italia e in Europa

Accennerò appena agli assalti ai rifugiati di Quinto di Treviso e di Casale San Nicola. Essi sono degli episodi (non i primi e probabilmente non gli ultimi) che meritano di essere considerati non solo per le conseguenze materiali prodotte (in primis su quei poveri uomini «trattati come cani, picchiati e insultati» ), ma soprattutto per quel che rappresentano nella attuale narrazione della politica italiana (ed europea). Attraverso il Jobs Act e la “Buona Scuola” il governo Renzi ha completato l’obiettivo perseguito da Mario Monti con la riforma Fornero e la legge sul pareggio di bilancio in Costituzione, ovvero quello di “distruggere la domanda interna”, come lo stesso Monti aveva dichiarato nella sua intervista alla CNN del 2013 . Durante la crisi, le istituzioni e i poteri dello Stato italiano hanno definitivamente dismesso quelle poche lacere vesti di enti “super partes” del conflitto sociale e si sono completamente trasformati in strumenti “privati”, immediati e arbitrari della classe sociale dominante che ha gestito la crisi e dei novelli “despoti” (ieri Berlusconi, oggi Renzi, domani Salvini?); sulle ceneri dello Stato liberale novecentesco si erge la contemporanea democrazia totalitaria, basata su governi “carismatici” e modelli politici leaderistici in cui, va riconosciuto, buona parte della società si riconosce. Una classe politica corrotta e dequalificata, aveva già denunciato Michele Ciliberto qualche anno fa , gestisce un nuovo autoritarismo di massa imperniato sull’esercizio del consenso, attraverso gli immaginari diffusi e conculcati dai media mainstream. Come hanno invece recentemente ricordato Judith Revel e Sandro Mezzadra durante il Festival Internazionale dei Beni Comuni a Chieri, la linea di demarcazione fra “pubblico” e “privato” è diventata impercettibile, a scapito della solidarietà e del concetto di “comune”. In questo contesto che ho sommariamente ricostruito, i partiti del populismo xenofobo e nazionalista (Lega Nord, Fratelli d’Italia, in parte Movimento 5 Stelle, coi loro addentellati come Casa Pound e Forza Nuova) si sono abituati a muoversi perfettamente su un terreno in cui le politiche autoritarie della “terza repubblica” e la crescita dell’individualismo e dell’egoismo sociale stanno creando (sicuramente con importanti, ma rare eccezioni) seri problemi di isolamento sociale alle idee e alle forze che si basano sull’azione collettiva, sul conflitto sociale, sulla solidarietà di classe. Nelle vuote navate di una cattedrale costituzionale ormai svuotata (basti pensare alle attualissime riforme istituzionali), si ingrossa e si moltiplica quindi la voce dei razzisti e dei “fascisti del terzo millennio”. L’aumento costante delle pressioni sociali accelerato anche dalle contraddizioni aperte dal processo di unificazione europea (il cui vero volto di operazione di strozzinaggio internazionale i fatti di Grecia hanno oggi mostrato), danno oggi rinnovato spazio a queste forze, che solo pochi anni fa erano ridotte a relazionarsi con i vari governi, come coloro che, magistralmente rappresentati da Ken Kalfus nel suo romanzo “Il compagno Astapov”, aspettavano la morte di Tolstoj per riuscire ad accaparrarsi qualche briciola del suo testamento.
Gli episodi di Treviso e di Roma Nord, come altri che l’avevano preceduto (assalto al centro rifugiati di Tor Sapienza a Roma nel novembre 2014; caccia all’uomo a Corcolle, sempre Roma, nel settembre 2014), sono sì il prodotto dello sfaldamento sociale e identitario (in termini di appartenenza di classe) del mondo del lavoro autoctono, nel quale però le bande neofasciste e xenofobe spadroneggiano, grazie alle “larghe intese” delle forze filo-austerità e all’inanità delle residue e sempre più assottigliate forze della cosiddetta “sinistra radicale”, e col sostegno ponziopilatesco dei dirigenti del M5S, come testimonia l’intervista a Di Battista del 18 luglio .
Non nutro alcuna fiducia, tanto per sgombrare il campo da possibili fraintendimenti, in eventuali provvedimenti del Governo, che anzi ha dimostrato, in epoca recente, dall’aggressione agli attivisti del Centro Sociale Dordoni di Cremona alle medaglie d’oro assegnate “per errore” agli ufficiali repubblichini, la sua continuità coi governi precedenti in tema di rimozione della memoria della Resistenza e di sostanziale impunità del neofascismo.
Il mero antifascismo e antirazzismo, sebbene condizione necessaria, è però, per quanto scritto all’inizio, non sufficiente. Esso non ci mette al riparo dalle drammatiche conseguenze della macelleria sociale operata nei confronti di un mondo del lavoro ormai profondamente diverso e molto più sfaccettato e (attualmente) debole di quello novecentesco. Distruzione della domanda interna fa rima con austerità, alla quale dobbiamo saper rispondere con nuove rivendicazioni e con un nuovo modello di welfare riappropriandoci, come ha detto Toni Negri sempre nel festival di Chieri, del “comune” (inteso come sostantivo e non come aggettivo) che ci appartiene. Per fare ciò, però, dobbiamo avere chiaro che lottare contro il “nostro” Governo non sarà sufficiente e che oggi ci troviamo di fronte un soggetto – l’Unione Europea e le sue strutture, dall’Eurogruppo alla Commissione, dal Consiglio d’Europa alla BCE – che costituisce il sistema europeo dell’austerità. D’altronde, per tornare al tema iniziale, è lo stesso sistema che blinda i suoi confini e i suoi mari (dal Mediterraneo alle Alpi, dalla Manica ai Carpazi), col terrificante e vergognoso corollario di morti migranti, di pogrom razzisti, di populismo xenofobo che, come è sotto gli occhi di tutti, non riguarda solo l’Italia.
Lotta contro xenofobia, razzismo e neofascismo e lotta contro l’austerità sono quindi aspetti inscindibili, e la dimensione nazionale, sebbene immediata e inevitabile, rischia di essere depotenziante se non si inscrive nel contesto più ampio di un movimento di opposizione politica e sociale a livello europeo, se non anche mediterraneo. Di questo compito urgente non possiamo illuderci si facciano carico le continue riorganizzazioni dei settori della sinistra istituzionale eredi della tradizione del PCI (ex PD, SEL, PRC, ecc.), che, sebbene impegnati in un eterno rimescolamento delle (poche) carte che ormai hanno a disposizione non hanno alcuna intenzione di uscire dalla logica politica che vuole ricercare a tutti i costi una compatibilità fra i nuovi assetti imposti dall’austerità e dalla democrazia totalitaria e le prospettive di liberazione sociale per quel “nuovo proletariato” precario (autoctono, meticcio o immigrato che sia) che proprio dell’austerità è la prima vittima.
In ballo c’è molto e le prospettive sono francamente fosche al momento: la guerra civile in Ucraina, la destabilizzazione in tinta islamista dei Paesi del lato sud del Mediterraneo (Libia, Tunisia, Egitto), ed infine il terribile diktat imposto dall’Eurogruppo a guida germanica alla Grecia di un (alla fine) pavido Tsipras sono inquietanti avvisaglie di un processo politico in cui, nel nome della stabilità e della crescita finanziaria, si destabilizzano non solo società e popolazioni ritenute subalterne ed “inferiori”, ma si fomenta un nuovo nazionalismo che oggi assume i contorni delle contraddizioni franco-italiane a Ventimiglia o britannico-europee sull’immigrazione, oppure della follia ungherese del muro contro l’immigrazione serba, ma che, in un ipotetico quanto probabile peggioramento delle generali condizioni economiche e sociali nel continente europeo – dovute sempre a quella “distruzione della domanda interna” che sembra diventata la nuova religione del mercato – potrebbero non tardare a far deflagrare conflitti molto ben peggiori di quelle attuali.
Ecco, oggi in Italia ci si trova ad una svolta molto grave della nostra vita sociale, politica e culturale, senza avere gli strumenti necessari per capire cosa fare e come farlo. Gli avvenimenti ucraini, greci, nordafricani, ecc. sono rimasti conoscenza solo di pochi “addetti ai lavori” o militanti generosi, come testimonia la insufficiente partecipazione di massa alle manifestazioni o attività di sensibilizzazione che in questi mesi sono state organizzate.
Come ha giustamente scritto la redazione di Effimera qualche giorno fa, l’Europa è in guerra . Non solo una guerra economica “civile” dichiarata dalle élites finanziarie agli abitanti dell’UE, ma anche una guerra “di civiltà” dichiarata di fatto ai Paesi nordafricani e mediorientali, e una guerra di espansione dichiarata a Est contro la Russia attraverso la guerra civile in Ucraina. Una guerra che però si sta già ritorcendo contro la stessa fortezza Europa (come dimostrano i sanguinosi fatti di Parigi) e che potrebbe in breve, medio periodo deflagrare nel cuore stesso dell’UE, qualora la questione greca (come io credo) non dovesse risolversi per il “meglio”.
Conclusione? È sicuramente necessaria quella razionalità e quella profondità di comprensione degli avvenimenti che eviti di farci scivolare dentro una nazionalistica “opposizione anti-tedesca” (pur essendo la Germania la prima protagonista della macelleria sociale europea). Al tempo stesso è però necessario rimettere in moto intelligenza, passione e generosità per riconnettere i fili di un’opposizione politica e sociale all’austerity (e alle recrudescenze razziste e fasciste che ne sono uno dei prodotti) non solo sul piano nazionale, ma quanto meno europeo. Avendo, infine, presente che di fronte ci troviamo (e ci troveremo) un potere oligarchico continentale (e le sue propaggini nazionali) oramai divenuto una perversa commistione di potere pubblico e privato che ha di fatto svuotato, come aveva già denunciato qualche anno fa Colin Crouch, le già traballanti democrazie tradizionali attraverso una prassi politica autoritaria.

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