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Conflitti: Colpire la cultura per cancellare un’identità

Opera di Daniela Passi

In ogni guerra, accanto ai morti e alle macerie, c’è un’altra forma di distruzione: quella della cultura. Viene colpita silenziosamente, ma in modo sistematico. Le bombe spazzano via musei, archivi, monumenti millenari. I proiettili non uccidono solo corpi, ma anche libri, quadri, poesie, memorie. A morire non sono solo i civili, ma anche l’immaginazione e la voce di un popolo. Lo testimoniano con tragica chiarezza le guerre in corso in Ucraina e in Palestina.

La scrittrice ucraina Victoria Amelina è stata uccisa da un missile russo a Kramatorsk nel 2023. Stava raccogliendo testimonianze sui crimini di guerra per un libro intitolato War and Justice. La sua morte ha spento una delle voci più importanti della letteratura ucraina contemporanea, ma non ha cancellato il suo messaggio. Il suo lavoro vive, come vive il dolore che raccontava.

In Palestina, la devastazione non risparmia chi racconta. Il fotografo e regista Ismail Abu Hatab, noto per la mostra Between Sky & Sea, è stato ucciso da un missile israeliano che ha colpito il café al-Baqa a Gaza. Con lui è morta anche la pittrice Frans Al-Salmi, che appena un mese prima lo aveva ritratto. Quel caffè, rifugio di giornalisti e attivisti, è diventato un cratere di morte.

Nel raid è rimasta ferita anche la giornalista Bayan Abu Sultan. Nelle immagini circolate dopo l’attacco, il suo volto è coperto di sangue, la maglietta dice: “Normal is boring”. Un’amara ironia che, in Palestina, è diventata una forma di sopravvivenza.

E poi c’è Refaat Alareer, poeta e docente universitario, ucciso con la sua famiglia. Scriveva:

“Se devo morire, che porti speranza, che sia una storia.”

A dare voce a queste esistenze spezzate è l’antologia “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” (Fazi Editore), con testi di poeti palestinesi scritti in condizioni estreme, molti dei quali sono stati uccisi dopo aver composto i propri versi. Il volume, curato da Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti, contiene una prefazione dello storico israeliano Ilan Pappé e testi introduttivi di Susan Abulhawa e Chris Hedges. Le traduzioni sono a cura di Nabil Bey Salameh, Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni.

Queste poesie, nate nei rifugi, nelle tende dei campi profughi, tra i bombardamenti, non sono solo lamenti. Sono grida di esistenza, amore, memoria. Sono cultura che resiste alla cancellazione. Come dice il traduttore Salameh:

“Queste poesie portano con sé il suono delle strade di Gaza, il fruscio delle foglie che resistono al vento, il pianto dei bambini e il canto degli ulivi.”

Per ogni copia venduta, Fazi Editore devolverà 5 euro a EMERGENCY per l’assistenza sanitaria nella Striscia di Gaza.

Mentre gli artisti vengono colpiti, anche la memoria storica palestinese viene annientata. Secondo fonti internazionali e organizzazioni per la tutela dei beni culturali, dal 7 ottobre 2023 a oggi sono stati distrutti o gravemente danneggiati 186 edifici storici, 39 aree archeologiche, 21 moschee (inclusa la storica Moschea Al-Omari), 26 santuari e cinque chiese e monasteri. La cultura materiale, religiosa e archeologica di Gaza, testimonianza di secoli di storia, viene progressivamente cancellata.

Eppure, in mezzo alle macerie, gli artisti palestinesi non si arrendono: proprio in pieno conflitto, è stata organizzata, virtualmente e in divenire, la Biennale d’arte di Gaza, un atto radicale di speranza e dignità. L’arte continua a parlare anche quando tutto sembra perduto.

Simili devastazioni colpiscono anche l’Ucraina. Oltre agli ospedali, ai teatri e alle scuole, sono stati presi di mira musei, archivi, cattedrali, biblioteche. Ecco alcuni esempi:

  • Il Museo nazionale letterario di Hryhoriy Skovoroda a Skovorodynivka, distrutto da un missile russo.
  • L’Arkhip Kuindzhi Art Museum di Mariupol, ridotto in macerie.
  • Il Museo delle tradizioni locali di Mariupol, incendiato dai bombardamenti.
  • Il Museo di storia regionale di Kherson e la Cattedrale di Santa Caterina, saccheggiati.
  • Il Museo di Lesya Ukrainka a Yalta, completamente devastato.

Il Consiglio d’Europa ha condannato queste azioni come atti deliberati di cancellazione culturale, evocando i criteri di genocidio. La distruzione della cultura, ricordano i giuristi, è uno strumento per sradicare l’identità di un popolo.

In Palestina come in Ucraina, la parola, l’immagine, la musica diventano strumenti di lotta, testimonianza e sopravvivenza. Uccidere artisti e distruggere musei significa tentare di cancellare la coscienza collettiva. Ma ogni poesia, ogni dipinto salvato, ogni fotografia sopravvissuta è una forma di resistenza.

Finché la cultura esiste, un popolo non muore. Finché un verso viene scritto, un dipinto completato, una mostra allestita sotto le bombe, la speranza resta viva. E la storia, per quanto offesa, continua a essere raccontata.

Conflitti: L’Infanzia Sotto Assedio

Nel 2023, oltre 473 milioni di bambini vivevano in zone di conflitto, quasi il doppio rispetto agli anni ’90. Il 2024 ha registrato un picco di 41.370 gravi violazioni contro i minori, tra cui uccisioni, mutilazioni, violenze sessuali, reclutamento forzato, rapimenti e attacchi a scuole e ospedali.

La narrazione che considera i bambini come semplici “danni collaterali” è ormai insostenibile. Le evidenze mostrano come i minori siano diventati obiettivi diretti o strategici, colpiti per spezzare il tessuto futuro delle società nemiche. Questa logica spietata si traduce in pratiche sistematiche: rapimenti, rieducazione forzata, uso della fame come arma, reclutamento di bambini soldato e, sempre più spesso, mutilazioni deliberatamente inflitte per terrorizzare e annientare psicologicamente intere comunità.

In Ucraina, migliaia di bambini sono stati deportati in Russia e Bielorussia. Molti di loro hanno subito rieducazione forzata, naturalizzazione e adozioni coatte, in violazione del diritto internazionale. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Vladimir Putin e la commissaria russa per i diritti dei bambini.

A Gaza, la crisi umanitaria ha raggiunto livelli estremi: in soli 18 giorni, oltre 2.300 bambini sono stati uccisi. La popolazione civile, in particolare i minori, soffre gravemente per mancanza di acqua, cibo, cure mediche e rifugi sicuri. Il blocco degli aiuti e l’uso della fame come arma di guerra sono pratiche documentate e condannate dal diritto internazionale.

Il fenomeno dei bambini soldato è in allarmante espansione. Oltre 337 milioni di minori vivono oggi in aree a rischio di reclutamento da parte di forze armate e gruppi armati — un numero triplicato negli ultimi trent’anni. Solo nel 2020, sono stati registrati quasi 8.600 casi di reclutamento e utilizzo di minori. Povertà, guerra e mancanza di accesso all’istruzione rendono i bambini particolarmente vulnerabili. I gruppi armati offrono una falsa promessa di “scuola”, che spesso si rivela essere un addestramento militare con brutalità e indottrinamento politico e religioso. In molti casi, i bambini vengono anche mutilati, come punizione o per impedirne la fuga.

Al di là di Gaza, fame e malnutrizione sono strumenti silenziosi ma letali usati in molti conflitti. In Sudan e Sud Sudan, le crisi alimentari sono aggravate da blocchi degli aiuti e tattiche belliche che colpiscono deliberatamente le scorte di cibo. In Yemen, dopo otto anni di guerra, oltre 11 milioni di bambini necessitano di assistenza, e 1,8 milioni soffrono di malnutrizione acuta. In Afghanistan, il 97% delle famiglie fatica a garantire un pasto quotidiano.

Dalle deportazioni in Ucraina ai blocchi umanitari a Gaza, emerge una strategia cinica: colpire i bambini per distruggere l’identità e il futuro delle popolazioni avversarie. I minori diventano bersagli perché rappresentano la prossima generazione, e il loro annientamento rende ogni prospettiva di pace più lontana.

Un anno con due guerre

L’anno che si è appena chiuso sarà ricordato come il peggiore di quelli recenti: alla guerra in Ucraina iniziata nel febbraio del 2022 si è aggiunta nell’ottobre 2023 quella fra Hamas e Israele. Due guerre molto diverse tra di loro, una fra nazioni e l’altra fra una nazione e un gruppo terroristico difficilmente inquadrabile in un’ottica tradizionale: Hamas: per la sua capacità organizzativa e logistica, per il raggio di azione delle operazioni militari del 7 ottobre e per il supporto che riceve da alcuni stati esterni alla Palestina non è inquadrabile come gruppo terroristico di capacità e obiettivi limitati. Piuttosto è l’esercito di uno stato nello stato. In più c’è l’appoggio di Hezbollah dal Libano e degli Houthi dallo Yemen. I primi per ora conducono azioni di disturbo dal sud del Libano, gli altri cercano di disturbare o impedire il traffico navale nel Mar Rosso, per ora contrastati da alcune navi da guerra francesi, inglesi e statunitensi: è impensabile che qualcuno si permetta di sabotare il 12% del traffico merci navale mondiale senza essere prima o poi preso a cannonate.

Un’altra osservazione: tutti sono rimasti sorpresi dalle due impreviste operazioni militari. Ebbene, mi permetto di dire che a guardar bene, l’aggressione russa all’Ucraina e il conflitto fra Hamas e Israele, pur avendo colto di sorpresa gli analisti, rientrano in una continuità storica prevedibile: l’Unione Sovietica / Russia ha sempre impedito con la forza l’attrazione delle nazioni vicine per l’Occidente, mentre Israele è da sempre in guerra con chi vuole distruggerlo. Nel primo caso in quasi cento anni ne hanno fatto le spese i Paesi Baltici, l’Ucraina, la Polonia, la Germania Est, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, praticamente tutti tranne la Bulgaria e la Romania (anche se per motivi diversi). Occupare la capitale altrui per impiantare un proprio governo di fiducia ha funzionato per anni a Berlino, a Budapest, a Varsavia e a Praga, e nei piani di Putin avrebbe funzionato anche nell’Ucraina di Zelensky. Il passaggio dall’Unione Sovietica alla Russia di Putin non ha rotto la continuità di una politica estera, almeno una volta ripreso saldamente il timone del potere. Per certo si è sottovalutata la capacità russa di riprendere in mano una situazione di egemonia, ma non si credeva possibile una guerra ad alta intensità in Europa. Era un calcolo sbagliato ma razionale: almeno sul breve periodo, una guerra costa più di quanto puoi guadagnare sul terreno e la globalizzazione del commercio. Si è persino arrivati al paradosso di aggirare l’embargo da una parte e l’altra semplicemente perché l’economia non può fermarsi. Nulla di nuovo: nel ‘600 Spagnoli e Olandesi si facevano la guerra nelle Fiandre ma lasciavano aperto il commercio navale con cui finanziavano i propri eserciti. Anche Venezia e l’Impero Ottomano non bloccavano mai del tutto il traffico navale pur essendo spesso in conflitto aperto.

La guerra in Ucraina ha invece tutti i carismi della guerra classica, del conflitto ad alta intensità, della guerra lampo impantanata in trincee che mio nonno troverebbe familiari. Tipica “Materialschlacht”, attrito di materiali, dove vincerà chi avrà ancora qualcosa da mandare al fronte, sia mezzi materiali che soldati addestrati, ma è verosimile che si verrà a un armistizio: la guerra ha un costo che alla lunga è difficile sopportare per tutti. Ogni giorno si sono scambiati 5000 colpi di artiglieria e tra morti e feriti è verosimile calcolare 300.000 perdite per parte. Una guerra di posizione è come la prima guerra mondiale e come tale finisce per esaurimento di uno dei contendenti o per lo sfaldamento delle alleanze. Ma almeno finirà perché gli obiettivi sono limitati e razionali, mentre il conflitto fra Israele e Hamas con i Palestinesi in mezzo sa il cielo dove porterà: nessuno dei due contendenti è disposto a limitare i propri obiettivi e il conflitto potrebbe allargarsi in modo imprevisto. Difficilmente p.es. si permetterà alle batterie di missili dei ribelli Houthi di disturbare o interrompere il traffico navale nel Mar Rosso, dove passa il 20% di quello che arriva in Europa. Quanto alle Nazioni Unite, si è visto quanto valgono.

Ora qualche osservazione. Lo scopo di una guerra è impadronirsi delle risorse di un altro stato o nazione. L’ideologia crea una giustificazione emotiva più che razionale,, ma alla base le motivazioni sono sempre economiche. Se le guerre non sono frequenti (almeno in Europa) è perché nell’analisi costi-benefici condurre una guerra comporta spese maggiori di quanto si può guadagnare sul campo. La guerra è la continuazione del processo politico con altri mezzi (cito Karl von Clausewitz, un classico), ma altri mezzi possono appunto conseguire gli stessi obiettivi in modo più economico. Questo lo pensavamo ancora due anni fa, ora dovremo rivedere meglio i nostri parametri e le nostre sclerotizzate abitudini mentali

Due eserciti son troppi

Lo confesso: questa storia del comandante della Wagner che guida un ammutinamento contro l’esercito regolare russo mi tiene sul  filo, sia perché dicevo da mesi che due eserciti sono troppi anche in tempo di pace, sia perché è come ripercorrere la storia del tardo Impero Romano, quando il potere dell’Imperatore era prima o poi messo in discussione da qualche generale delle legioni stanziate nelle province più remote dell’Impero, le più combattive ma scontente del Potere centrale. Imperium significa comando e come tale il termine indicava la delega riservata al comandante, che almeno fino in età repubblicana non era un militare di carriera come lo intendiamo oggi, ma un funzionario (console, magistrato, tribuno) investito temporaneamente delle funzioni di comando. Le guerre essendo stagionali, non trasformavano la funzione di comando in modo permanente. Solo dopo le prolungate guerre sociali l’esercito romano si è professionalizzato, mentre prima i soldati-contadini potevano tornare al lavoro dei campi dopo l’estate. Caio Mario è sicuramente il primo comandante che poteva contare su truppe a lui devote, mentre Scipione l’Africano resta l’esempio retorico del militare fedele alla Res Publica e pronto a ritirarsi a vita privata. Caio Mario fu anche il primo a riconoscere nell’aquila il simbolo dell’esercito, tradizione che tuttora segue il nostro Stato Maggiore. Nel frattempo Giulio Cesare aveva varcato il Rubicone e Augusto riusciva infine a stabilizzare per secoli l’equilibrio fra potere politico ed esercito, almeno fino alla crisi del III secolo (grosso modo tra il 235 ed il 284), tra il termine della dinastia dei Severi e l’ascesa al potere di Diocleziano. Senza entrare in dettaglio, fu un’epoca dove le legioni più combattive e lontane da Roma erano legate più al proprio comandante che alla Res Publica e spesso lo proclamavano Imperatore. Una dinamica simile si sarebbe poi ripetuta negli ultimi due secoli dell’Impero Romano d’Occidente. Ho tra l’altro riportato alla memoria tutte le mie letture di storia romana, accorgendomi che gli studiosi hanno affrontato la materia da un punto di vista storicistico, ma senza mai approfondire la vera natura del problema; il controllo politico delle proprie forze armate.

Passando ai nostri giorni, mi accorgo che anche l’analisi italiana del problema è partita in ritardo: gli unici studi seri escono tra  il 1982 e il 1984 e sono un articolo di convegno di Falco Accame, ammiraglio e politico italiano, e un saggio scritto dall’analista Sergio Bova per i tipi di Einaudi nel 1982 (1). Sono guarda caso anni difficili per la nostra democrazia. Nel frattempo la bibliografia internazionale – su cui sorvolo – si occupava dell’ingombrante ruolo dei militari in Africa e in America Latina e anche del controllo politico delle forze armate in Russia dopo la fine del Comunismo. Fino a quel momento il PCUS aveva mantenuto su di esse un controllo continuo, capillare e il commissario politico era una figura onnipresente anche se impopolare. Con Putin assistiamo a un fatto nuovo: accanto all’Armata coesiste una sorta di Legione Straniera; difficile parlare di mercenari nel senso stretto, visto che questa formazione militare dipende strettamente da Putin stesso.

Ma chi è realmente Evgenij Prigozhin, indiscusso comandante della compagnia di ventura statale Wagner? Non è un militare di carriera e neanche il reduce di una guerra, ma un avventuriero e un delinquente: nel 1990 a trent’anni ha iniziato come venditore di hot-dog a San Pietroburgo non appena uscito dal carcere dopo aver scontato una pena detentiva per una rapina compiuta a 17 anni. Il lavoro rende bene (1000 dollari al mese, a parte il “pizzo”) e lo estende ai locali con strip-tease e alla ristorazione di lusso. Nel 2014 riesce a ottenere l’appalto per le forniture alimentari alle forze armate. In seguito l’ex detenuto imprenditore del cibo, estende i suoi interessi economici ai mercenari che mette a disposizione del Cremlino e delle sue avventure nel mondo, offrendo alla politica estera della Russia una sorta di legione straniera svincolata dalle leggi di guerra. Poi ha fatto fortuna con una catena di negozi alimentari, il catering per le scuole e l’esercito. I suoi ristoranti a San Pietroburgo hanno più volte ospitato le cene del capo del Cremlino con i leader stranieri, da Jacques Chirac a George W. Bush, al punto da valergli il soprannome di «cuoco di Putin». E quando gli si chiede l’altr’anno di reclutare anche i delinquenti dalle patrie galere, lui che ci è stato è sicuramente molto persuasivo: come si è riabilitato lui lo possono fare anche gli altri. Prigozhin comanda 25.000 mercenari decisi e spietati, ma non viene dalla scuola di guerra e spesso ha forti perdite. Ma accumula anche oro e valuta in Africa in cambio del suo aiuto ai regimi locali. Per noi sarebbe impossibile accettare un simile individuo, ma le modalità del sistema di potere di Putin – e l’abbiamo già analizzato – ricordano quelle di un clan mafioso, o almeno quelle tipiche di una ristretta oligarchia, per cui c’è spazio anche per milizie private ma di fatto armate, organizzate e pagate da Putin, lo dimostrano gli standard di armi ed equipaggiamento. Resta da capire quale sia l’appoggio reale delle forze armate russe verso Putin e i suoi oligarchi, visto che il paese ha sentito l’esigenza di avere due eserciti invece di uno. Ora Prigozhin si è ribellato al suo padrone (a meno che non sia una manovra concordata per favorire il pugno di ferro), ma in un paese europeo chi si sarebbe mai fidato di un delinquente comune uscito di galera? Prigozhin avrà anche i suoi motivi per attaccare i generali russi, ma quelli sono comunque soldati di un esercito regolare fedele allo Stato e sta alla politica o allo stato maggiore decidere quando e perché sostituirli. Se Putin finora non era intervenuto avrà avuto il suo utile e avrà fatto i suoi calcoli, anche se li aveva già fatti male un anno fa. Difficile che 25.000 uomini potessero conquistare Mosca, ma gli applausi della gente a Rostov sul Don ai mercenari della Wagner sono un campanello d’allarme. Saranno gli storici del futuro a capire i motivi e le ricadute di avere due eserciti invece di uno, con buoni rapporti solo finché erano distanti uno dall’altro: procedure e mentalità sono molto diverse e le rivalità reciproche erano facili da intuire, gli attriti prevedibili. E’ ancora presto per capire cosa è realmente successo e soprattutto quello che succederà. Ma è facile immaginare un quadro di instabilità politica.

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Note:

  1. Il controllo politico delle forze armate in Italia / Falco Accame, in: Pace e sicurezza : problemi e alternative / F. Accame … \et al.! , p. 173-190. Milano : Franco Angeli, 1984; Il controllo politico delle forze armate : l’organizzazione della difesa nello Stato repubblicano / Sergio Bova. Torino : Einaudi, 1982

Diga russa

La centrale idroelettrica di Kakhovka sul fiume Dneper (Nipro nei nostri vecchi atlanti) è stata gravemente danneggiata il 6 giugno scorso da un’esplosione, causando l’allagamento di vaste zone vasti allagamenti in vari insediamenti della regione di Cherson occupata dai Russi e mettendo a rischio lo stesso approvvigionamento idrico della Crimea. Gli effetti del disastro ambientale avevano subito portato gli analisti a pensare che l’operazione sia stata organizzata dall’esercito russo  per impedire o rallentare la controffensiva ucraina. D’altro canto, non si segnalavano attacchi notturni di aerei o di droni o di artiglieria in zona. In più, il 9 giugno l’intelligence ucraina ha intercettato una conversazione tra militari russi, in cui si afferma che la centrale idroelettrica è stata fatta saltare in aria da un loro gruppo di sabotaggio «Nella notte del 6 giugno, gli invasori russi hanno fatto saltare in aria la centrale idroelettrica di Kakhovskaya , distruggendo  la sala macchine e la diga, la centrale  non può essere ripristinata”. A darne notizia è il giornale online ucraino “Ucraina Pravda”. L’11 giugno l’esercito russo ha poi fatto saltare in aria una diga sul fiume Mokry Yaly, nella regione di Donetsk, causando inondazioni su entrambe le sponde del fiume. Avendo rivendicato la distruzione della seconda diga, è istintivo pensare che anche la diga Kakhovskaya sia opera loro. Ora un’inchiesta del New York Times, affidata a ingegneri e tecnici, ha stabilito che inequivocabilmente sono stati i Russi a sabotare la propria diga.

Intanto, l’uso strategico dell’acqua ai fini difensivi non è una novità; Ravenna è stata capitale dell’Impero romano d’Occidente (402-476), del Regno ostrogoto (493-540) e dell’Esarcato bizantino (584-751) proprio perché circondata da paludi malariche. In tempi più recenti Cavour allagò nel 1859 le risaie del Vercellese per ritardare l’avanzata degli Austriaci nella seconda Guerra d’Indipendenza. Tutti poi ricorderanno se non il libro di James Holland (1951), almeno il film Dam Busters (I guastatori delle dighe, 1955), dov’è realisticamente ricostruito il raid del 16-17 maggio 1943 noto come Operazione Chastize (Castigo), l’attacco contro le dighe tedesche dei fiumi Eder, Ennepe, Sorpe e Möhne condotto dai bombardieri Avro Lancaster del 617° squadrone del Bomber Command della RAF. Impresa memorabile per vari motivi: l’alto tasso di rischio (8 aerei persi su 19, 53 piloti morti e 3 prigionieri su 133 totali) e l’uso di bombe speciali, che a vederle sembrano grossi bidoni di petrolio. Queste “bouncing bombs”, bombe a rimbalzo, dovevano essere sganciate in velocità dopo che le tre ondate dei Lancaster avrebbero navigato a 450 mt. di quota per evitare i radar tedeschi. Queste bombe, progettate apposta, pesavano 4 tonnellate circa, di cui 3 di esplosivo T4 e dovevano rimbalzare rotolando sull’acqua in modo da evitare le reti antisiluro e arrivare alla parete della diga, per poi esplodere a tempo ad alcuni metri di profondità. L’altezza giusta per lo sgancio – 18 metri – era calcolata collimando due fari puntati sullo specchio d’acqua. Come si vede, era un’impresa temeraria e infatti lo squadrone, assieme al suo comandante Guy Gibson, fu insignito della Victoria Cross. La distruzione delle dighe comportò danni enormi: due dighe distrutte, una terza danneggiata, almeno 1000-2000 annegati e 30 km² di territorio tedesco sommersi dall’acqua con almeno 125 fabbriche, 25 ponti e alcuni nodi ferroviari. Dalla sola diga del Möhne erano fuoriusciti 210 milioni di tonnellate d’acqua.

Questo nel 1943. Due anni prima – il 18 agosto 1941 –  invece Stalin fece sabotare coscientemente la centrale idroelettrica del Dnepr vicino Zaporižžja, denominata ufficialmente Dniprovs’ka HES (DniproHES o Dneproges secondo le fonti) e fatta saltare in aria nel 1941. Restaurata in parte dai Tedeschi con l’aiuto di prigionieri di guerra sovietici, fu distrutta di nuovo nel 1943 durante la ritirata e rimessa in funzione nel 1947. Furono usati dai tedeschi 3 kg di tritolo e 500 bombe da 100 kg. ciascuna, il che è grosso modo un indicatore di quanto esplosivo è necessario per distruggere una diga, in questo coerente con la carica delle “bouncing bombs” inglesi prima descritte,  anche se la centrale idroelettrica Kakhovskaya è molto più piccola del Dneproges e gli esplosivi moderni sono molto più efficaci della dinamite e del TNT usati nella seconda G.M. Riesce però difficile pensare che una squadra di incursori ucraini potesse portarsi dietro a spalla tanto peso e che un impianto del genere non fosse presidiato. E’ vero che nei mesi precedenti la diga era stata oggetto di lancio di missili Himars, ma l’Istituto di sismologia norvegese (Norsar) ha rilevato un’esplosione proveniente dalla regione della diga ucraina di Kakhovka prima del momento del crollo. Questo dato non attribuiva un’origine all’esplosione, ma supportava l’idea che la diga idroelettrica, situata in un’area sotto il controllo russo, non avesse ceduto a causa dei danni subiti durante i bombardamenti dei mesi precedenti. Almeno dalle foto aeree sembra che la sala macchine non è stata danneggiata dall’esplosione, la distruzione è iniziata con le valvole, e poi l’acqua ha spazzato via tutto ciò che incontrava. Si dirà che bastava aprire le valvole invece di metterci la bomba e i Russi ancora insistono con la loro versione. Ma va detto che i Russi sono convinti fin dai tempi di Napoleone se non prima ( Carlo XII di Svezia invase nel 1709 la Russia fino alla Poltava, un fiume dove si combatte anche oggi) che distruggere un paese arretrato – per giunta il proprio paese – sia grande strategia.