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Clima: Quando un virus limita l’inquinamento

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Il virus che mette a dura prova le capacità dell’umanità nel fronteggiarlo, porta anche a riflettere su quest’epoca Antropogenica ed al rapporto che le persone hanno maturato in questi anni con la natura. Non si può ignorare che alcune settimane di blocco delle attività abbia ripulito l’aria e che nelle città sia la fauna, più che la flora, a riappropriarsi degli spazi urbani che l’invasività della presenza umana ha relegato nella clandestinità.

Sul Covid-19, più noto come Coronavirus, si sono fatte molte ipotesi sulla sua apparizione nella vita quotidiana delle persone e tra queste quella della ribellione della natura alla prepotenza antropocentrica.

Un’ipotesi da prendere in considerazione dopo che la NASA ha pubblicato delle foto satellitari della Cina di gennaio 2020 che confrontate con quelle di febbraio evidenziano  una nuvola rossa dell’inquinamento che in un mese si è ridotta significativamente.

Una pandemia che ha portato al blocco delle attività, all’isolamento di intere città , con milioni di persone segregate in casa, portando a riflettere sul futuro del Pianeta e fare delle consapevoli scelte per non essere vittime della nostra incapacità di ripensare al modello di vita fino ad ora perseguito.

Qualche anno fa era comparso sugli schermi una serie televisiva della CBS basata sull’omonimo romanzo di James Patterson, dal titolo Zoo. La serie preconizzava una pandemia che infettava gli animali in varie parti del mondo, facendogli assumere comportamenti aggressivi verso l’uomo.

Con gli odierni virus gli animali non aggrediscono, ma fanno da silenti vettori, come monito per un periodo sabbatico da dedicare all’ambiente, perché il problema era la normalità e tornare alla sbandierata normalità non potrà essere uguale a quella sconvolta dal coronavirus.

Basterebbe, senza intraprendere svolte radicali, far tesoro della pubblicazione Laudato si’ che papa Francesco ha dedicato al rapporto dell’uomo con la natura, richiamando alla sobrietà per non essere travolti dal consumismo e dallo spreco.

Per questo sarebbe opportuno tenere presente il punto:

95. L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti. Se non lo facciamo, ci carichiamo sulla coscienza il peso di negare l’esistenza degli altri. Per questo i Vescovi della Nuova Zelanda si sono chiesti che cosa significa il comandamento “non uccidere” quando «un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere».

Non si deve soccombere ad una decrescita imposta da una pandemia, ma essere guidati verso un altro stile di vita, la prossima normalità non sarà come quella passata e dovremmo essere consapevoli delle conseguenze che le nostre azioni avranno sul Pianeta , nel quale vorremmo vivere in un modo diverso.

Un Pianeta che non preveda, come nel documentario“Tiger King”, trasmesso da Netflix, lo sfruttamento degli animali selvatici in via di estinzione ed in particolare il confinamento della Natura in spazi sempre più angusti.

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La Vita cambiata dal Coronavirus

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Le città, con il Coronavirus, hanno svelato una nuova dimensione difficilmente paragonabile a quella vissuta negli anni ’70 con la crisi energetica o le lontane permanenze ferragostane di una metropoli deserta.

Non si tratta di un vigoroso ridimensionamento del traffico stradale o di una presenza pedonale limitata all’essenziale, ma di corpi trasformati in immagini; quello che conoscevamo ha acquisito una nuova presenza, nel tempo che Freud definiva del perturbante, il familiare che si trasforma in estraneo e l’assente che diventa quotidiano.

Cittadini che riscoprono la pazienza e l’educazione di affrontare le file per l’acquisto di alimentari e farmaci, per accedere ai servizi postali e bancari, per una riparazione informatica o nell’acquistare materiale da bricolage e sistemare ciò che l’abitazione attendeva da tempo.

Un periodo sospeso nel tempo da utilizzare per le riparazioni casalinghe da tempo rimandate o un libro che attendeva di essere letto, scoprire la cultura su internet visitando musei o ascoltare musica, guardare film e documentari, sfogliare o gustarsi un romanzo letto con patos.

La società si comprime sui singoli individui, per celebrazioni comunitarie di balconi plaudenti, canterini, in una lontananza che avvicina le persone nell’affrontare un diverso stile di vita che abbatte il consumismo dello spreco, abbracciare l’oculatezza dell’acquisto, dopo un primo momento di panico esternato in acquisti compulsivi da carta igienica e scatolame vario.

File educate di persone con una bassa conoscenza della geometria che sceglie alla linea retta quella a zig-zag o quella sinuosa della serpentina, ponendo i pedoni interessati ad andare oltre lo scendere dal marciapiede o affrontare calcoli algebrici per non entrare in collisione negli spazi altrui.

La speranza è che al termine di questa vicissitudine le persone possano aver acquisito l’educazione necessaria per convivere con le altre persone.

Il rumore delle città ritornerà a coprire il cinguettio e in quel momento è augurabile che persone, al termine della pandemica reclusione, possano aver fatto tesoro dell’esperienza, per un oculato stile di vita e di rapporto con gli altri.

Il Coronavirus come un corso di rieducazione per il rispetto del prossimo, senza dare in escandescenze, nell’uso dei mezzi di trasporto privati per brevi distanze. Le ipotesi di come sarà il dopo comprende anche scenari di una diseguaglianza accentuata e di un accentuato conflitto sociale.

Restare a casa

Cosa dire in questo periodo surreale, con Roma vuota e tutti reclusi ai domiciliari? Cosa fare ogni giorno col coprifuoco di 24 ore? A quali ricordi fare riferimento per affrontare una situazione mai vista se non in tempo di guerra? Come convivere serenamente con chi altrimenti vedevi poche ore al giorno? E quando finirà una situazione che pareva breve? Ogni giorno prendo appunti e come tutti gli altri cerco di capirci qualcosa, di dare un senso a questa reclusione. Non sono originale, però vivo come tutti una strana situazione che mai avrei immaginato possibile; da qui il bisogno di mettere nero su bianco la quotidiana esclusione dallo spazio sociale. Ma dopo venti giorni al telefono ci diciamo tutti più o meno le stesse cose, cioè poco, visto che poco possiamo fare. Chi ha figli può approfittarne per avere con loro un dialogo, un rapporto più stretto; ma noi siamo solo in due e la giornata è lunga, molto lunga. Cristina per fortuna ora può lavorare da casa e lo fa con entusiasmo, per ore. E’ una bibliotecaria come lo sono stato io, quindi spesso collaboro con lei nella revisione delle schede di catalogo. Tutto in linea, ovvio. Ieri sera invece mi sono collegato via Skype con un’associazione, e con mia sorpresa il collegamento funzionava bene. Oggi invece è domenica e la rete è sovraccarica e ricorda i collegamenti di vent’anni fa. Ma sia chiaro: vivo quello che vivono tutti, a Roma la situazione è ancora sotto controllo e io non sono in prima linea come medici, infermieri e volontari. Seguo ogni giorno le notizie e mi chiedo come mai abbiamo oggi più morti dei cinesi (se non hanno barato: ieri sera abbiamo visto tanti, troppi pallets con imballate le urne cinerarie da restituire ai parenti); telefono ogni tanto agli amici del nord e mi rimangono indelebili sia le immagini dei camion militari che portano via le bare che quelle di Papa Francesco che da solo predica in mezzo a piazza san Pietro totalmente vuota, vera Lux in tenebris.

Ma come si svolge la vita quotidiana? Primo consiglio: di questi tempi è meglio la radio. Ogni giorno, su tutti i canali tv e a tutte le ore non solo si parla soltanto di Coronavirus, ma ne parlano anche persone in cerca di visibilità quanto prive di competenza, e il bollettino di guerra della Protezione Civile da solo non dice tutto. Ma l’epidemia di fatto monopolizza l’informazione, al punto che nulla più sappiamo dell’assedio di Tripoli, dei combattimenti in Siria, dei migranti che premono sui confini greci o dei barconi pronti a partire dalle coste nordafricane; forse aspettano che finisca l’epidemia per riprendere le consuete attività. Oppure, i nostri giornalisti hanno sviluppato una sorta di monocultura che esclude tutto il resto.

Qualcuno si è scagliato con violenza contro le metafore di guerra che stanno saturando il vissuto quotidiano e il suo immaginario. Non abbiamo il diritto di paragonare tre settimane sbracati sul divano con quello che patiscono in questo momento i siriani assediati o con gli anni di guerra vera vissuti dai nostri genitori e dai nostri nonni. Per salvare l’Italia nessuno ci ha ancora mandato al fronte e i soldati ora impegnati nell’emergenza sono tutti professionisti. Anche se c’è fila, i generi alimentari non sono razionati e ognuno compra quello che può. Non siamo esposti a bombardamenti e in ogni momento possiamo comunicare liberamente con tutti e ascoltare informazione senza apparente censura. Abbiamo tecnologie che ci permettono di lavorare da casa e restare in contatto con tutto e tutti. Le limitazioni alla nostra libertà individuale sono temporanee e almeno per ora non c’è pericolo immediato di un’involuzione autoritaria delle istituzioni. Strana guerra poi: identificato il nemico, sgombriamo il terreno invece di occuparlo. Eppure le metafore belliche saturano il nostro immaginario e informano il linguaggio dei politici, degli esperti, dei giornalisti, più quello dei presenzialisti da strapazzo che la tv invita ogni momento in studio o in video chat. Il motivo è semplice: esse hanno facile presa su una società che non conosce più privazioni e ha quindi perso il senso della realtà. Sicuramente la doccia fredda nessuno se l’aspettava e le conseguenze le pagheremo per anni, e non solo economiche. In più già si registra una fioritura di testi apocalittici e moralistici, con il supporto dei presunti complotti diffusi via social.

Ma parliamo di noi. La cosa più importante: organizzare la giornata. Uno deve darsi un programma, una disciplina. Come insegna il servizio militare, se la struttura è improduttiva bisogna imporle precisi rituali quotidiani. In famiglia non sempre funziona, nel senso che, convivendo h24 da venti giorni, non sempre tutto procede secondo tabella e se c’è un periodo in cui viene messa alla prova la tenuta della coppia, è proprio questo. Fra qualche mese è scontato che aumenteranno le separazioni e/o i neonati. Molti negozi e alberghi falliranno, ma non gli avvocati e le ostetriche.

Regola due: curare l’igiene personale e il proprio corpo, radersi, mettersi sempre in camicia e cravatta. Questo non solo per mostrare un’immagine decente di se stessi quando ti chiamano via Skype o in videochiamata WhatSapp, ma per mantenere un tono. Ricordo l’immagine di copertina di un romanzo di Evelyn Waugh (mi pare Unconditional Surrender): anche nel campo di prigionia l’uffiziale inglese mantiene la sua dignità, anche se la sua divisa è ridotta a stracci. Niente di peggio che rimanere tutta la giornata in pigiama: di sicuro quello è il sistema migliore per non combinare niente.

Altra regola, guardare la televisione il meno possibile: è ansiogena e invece di comunicare sicurezza riesce a scatenare l’effetto contrario. Un solo argomento occupa tutti i canali a tutte le ore, con la continua presenza di presenzialisti ed esperti che spesso tali non sono. E’ una comunicazione sbagliata. Un mio amico invece mi manda ogni giorno il numero dei bambini nati: almeno è un segnale di vita. Meglio a questo punto la radio: più variata, priva di censura. La radio poi riempie il silenzio della casa nei momenti più noiosi. Personalmente sono da sempre un affezionato radioascoltatore e anche un po’ radioamatore, visto che ogni tanto una radio me la sono anche fabbricata da solo con materiali di fortuna, come nei campi di prigionia. Lavorare alla radio è il mio sogno e presto inizierò a collaborare con una web radio (1).

Ma torniamo alla nostra vita chiusi in casa. Mettiamola in ordine. Io e Cri abbiamo “scoperto” che, uscendo la mattina e tornando solo la sera, casa è incasinata. Morale: è da tre settimane che spostiamo roba, buttiamo borse e buste di plastica, mettiamo altra roba in lavatrice e inscatoliamo soprammobili, ritroviamo collane, cravatte, foto, distintivi, ricette mediche. Ogni giorno si lavano bagno e cucina, si innaffiano piante e si levano foglie secche. La metà di quello che sta nelle case è ripetitivo o non serve a niente. Purtroppo le case sono strutturate in modo irrazionale, almeno in alcune parti: angoli morti e mobili con zampe basse son solo trappole per la polvere; sotto i cuscini il divano cela telecomandi per televisore, telefoni viva voce, penne biro e libri tascabili. In compenso dentro armadi e cassetti ritrovo cavi di prolunga, chiodi e viti, barattoli di vetro vuoti e quant’altro “potrebbe servire”: in tempi normali è l’anticamera del barbonismo, ma non potendo uscire tutto è utile; in più realizziamo la quantità e varietà di detersivi e detergenti che la parossistica colf ci ha fatto ricomprare ogni settimana. Tocca poi ai flaconi di shampoo, ai medicinali scaduti, ai dopobarba svaniti, agli alimenti dimenticati nel frigorifero, ai verbali del condominio di due anni fa… e così via. Per poi passare a borse, scarpe e vestiti. Un capitolo a parte meritano i capi di vestiario militari o compatibili: prima o poi sparirebbero se non riuscissi a convincere mia moglie che gli ho trovato posto, il che naturalmente non è vero.

Da ragazzino – intendo fino a dieci anni – stavo spesso a casa, come tanti altri. La mattina a scuola, ma il pomeriggio a casa. Di giocare a pallone per strada non se ne parlava, eravamo borghesi. Quindi, fatti i compiti, molto modellismo Airfix e letture di ogni tipo, più i giochi insieme ai miei fratelli: Meccano, Lego, soldatini e giochi da tavolo, forse oggi rivalutati. In più il teatrino dei burattini – ma mia sorella aveva il Pollock’s Toy Theatre, un teatrino inglese con figure in cartoncino che ancora è in commercio (2). E sentivo molto la radio, visto che il televisore è entrato a casa nostra quando ormai avevo quindici anni. Mia madre fu chiamata dalla maestra che le disse “suo figlio è un bugiardo”. Nel tema sui programmi preferiti avevo infatti scritto che nulla avevo da dire perché a casa nostra il televisore non lo avevamo proprio, e questo negli anni del boom era impossibile. In compenso, a casa nostra siamo cresciuti in piena autonomia di pensiero.

Uscire per fare la spesa sembra un film di Tarkovskij: strade deserte, macchine ferme, pochi sopravvissuti al disastro di Chernobyl, tutti attrezzati con mascherine, sciarpe e occhiali scuri. Come gli asiatici, ormai ci si saluta solo con un inchino e abbiamo capito perché. Nei negozi c’è la fila come nella Jugoslavia di Tito; si entra uno per uno, mentre passa qualcuno che porta il cane a pisciare per la dodicesima volta. Si ricontrolla il modulo di autocertificazione, giunto già alla quarta edizione in due settimane. Passa un autobus che trasporta aria e nel frattempo vediamo uscire un cliente con cinquanta rotoli di carta igienica e litri d’acqua, mentre la lista della spesa noi l’abbiamo dimenticata a casa. Una volta entrati, fa un certo effetto vedere alcuni scaffali vuoti. Penuria? In realtà la logistica della filiera alimentare è regolare, ma la gente compra tutto a carrello pieno. I supermercati e negozi di quartiere sono forse le uniche imprese che guadagnano più di prima. Per gli altri saranno mesi molto duri: niente clienti ma l’affitto corre e i lavoranti saranno mandati a casa. Dopo la pandemia la carestia. Alla faccia dell’estetica: le città italiane  – stupende ma vuote – ricorderanno pure le foto di Alinari e hanno sicuramente il loro fascino, ma con negozi, uffici, ristoranti e alberghi chiusi sono città morte. Perlomeno un mio amico cineasta ne ha subito approfittato per girare un incisivo cortometraggio, che consiglio a tutti:

In mancanza di un pianoforte (mentre mia suocera ne ha due), altra attività quotidiana è la lettura. In molte case è impossibile concentrarsi, e anche per questo esistono le biblioteche pubbliche. Casa nostra è invece adatta per leggere, scrivere e studiare: abbastanza grande e silenziosa, piena di libri ma senza bambini, con vicini educati e cantieri fermi. E’ anche il momento di ricomporre le collezioni e dedicarsi a un hobby arretrato. Un bel tavolo napoletano d’antiquariato è diventato lo smart office, ma nel tempo libero (!) anche le affollate foto scattate a inizio marzo sembrano appartenere a un’altra epoca. Si riprendono i contatti con amici, parenti, compagni di scuola e di naja e persone che non chiamavamo da mesi. Si cerca di interpretare i comunicati del Governo, lunghi e prolissi, che rimandano ad almeno altri dieci tra leggi e comunicati precedenti, come se a casa avessimo uno studio legale. Ricordo invece le poche, scarne regole che Churchill fissò nel 1940 per la stesura dei documenti e che anche oggi dovrebbero esser rese obbligatorie: la materia va divisa in scarni paragrafi puntati; analisi dettagliate e statistiche vadano in allegato; si presenti solo un promemoria con  intestazioni, da espandere a parte o verbalmente; evitare giri di frase inutili e dire le cose con poche parole, prese anche dalla comune lingua parlata. Questo intervento s’intitolava molto  opportunamente “Brevity” (3).

* Abbiamo anche tempo per meditare, per pregare. In fondo si viveva così d’inverno in un villaggio in montagna. Non si poteva uscire né fare i lavori agricoli, a parte la cura del bestiame. I social erano le osterie, le birrerie e i pub, oppure la parrocchia. In val Gardena tutta la famiglia d’inverno si dava alla lavorazione creativa del legno, in campagna la sera si raccontavano storie, e sicuramente Omero aveva più da spartire con loro che con noi. La mia famiglia non ha comunque origini contadine, quindi sull’argomento non ho nulla da dire. Ricordo invece quando mia madre mi parlava del coprifuoco nella Roma occupata dai Tedeschi, del razionamento e della fila davanti ai negozi. Papà ogni tanto citava “er beciainigung” (= Bescheinigung, il lasciapassare rilasciato dalle autorità militari tedesche) che aveva indosso come Guardia Palatina di Sua Santità e che ho pure ritrovato tra le sue carte. Ma sono ricordi scarsi, visto che della guerra a casa mia si parlava poco: piuttosto ero io, per i miei interessi storici, a sollecitare la loro memoria. E fu così che nonno mi affidò in vita le foto e i diari di guerra, che a suo tempo ho fatto anche pubblicare (4). E se continua così, di libri ne scriverò altri.


NOTE:
(1) https://www.bibliolorenzolodi.it/radio-giano/
(2) https://www.pollocks-coventgarden.co.uk/categories/toy-theatres/
(3) http://executivesummary.it/siate-brevi-please/
(4) Soldati e cannoni : diario e fotografie di un ufficiale di artiglieria / a cura di Enrico Acerbi e Marco Pasquali . 1996

CinemaVirus

In questo momento le sale cinematografiche sono vuote per paura del Coronavirus, ma di film con epidemie è piena la storia del cinema. Scarto però in anticipo le trasposizioni da grandi opere letterarie: spesso illustrano, non interpretano; trovano già tutto pronto per esser messo in scena, sfruttando le enormi potenzialità del mezzo cinematografico nel ricostruire ambienti e scatenare emozioni. Non parlerò quindi delle varie edizioni dei Promessi Sposi o della pur stupenda Morte a Venezia di Luchino Visconti (1971) o ancora de L’amore ai tempi del colera (2007). Detto questo, quali sono i soggetti originali per una rassegna di cinema “epidemico” ? Sono per la maggior parte film di fantascienza, il vero, esplicito aggregatore della paranoia, dove virus e batteri sono varianti di marziani e ultracorpi invasori. La gente andava a vedere L’ultimo uomo sulla TerraThe Omega Man, che ha visto ben tre adattamenti per lo schermo (1964, 1975, 2007). Scritto nel 1954 da Richard Matheson col titolo Io sono leggenda (1954), narra di un’epidemia causata da un batterio che trasforma tutti gli umani in vampiri. Il solito meccanismo degli Zombie. Unico non infettato è Robert Neville, che si barrica e si difende a modo suo. Una curiosità: la prima versione fu girata all’EUR. Ma parlavamo di Zombie, quindi abbiamo evocato George Romero: La città verrà distrutta all’alba (1973) è un suo classico. Evan’s City, la città in questione, è stata contaminata da un’arma batteriologica chiamata Trixie e gli abitanti diventano pazzi omicidi, per cui si crea un cordone sanitario in attesa che lo sterminio abbia fine. Nel 1995 invece, sulla scia del virus Ebola, ecco a noi Virus letale del regista Wolfgang Petersen. Il virus nasce in Africa e si trasforma, ma solo quando aggredisce gli Stati Uniti si reagisce con energia (più chiaro di così..) e parte la caccia per rintracciare la “scimmia zero” da cui è partita l’infezione e così produrre il vaccino. E sempre le scimmie le rivediamo ne L’esercito delle 12 scimmie del visionario regista Terry Gilliam (1995). Ambientato nel 2035, vede l’umanità residua a far vita da talpe dopo la pandemia. Cosa ci s’inventa? Si rispedisce l’eroe (Bruce Willis) nel 1995, a pochi mesi dall’inizio dell’epidemia, in modo che prevenga e riferisca. Nel film si vede anche Brad Pitt nella parte dell’attor giovane. Appena due anni dopo esce Il Quinto Elemento di Luc Besson e ricompare proprio il nostro Bruce Willis, stavolta nell’impresa di salvare il mondo dal Male Supremo, evocato da uno sconsiderato scavo archeologico. Il film è intricato e mischia anche linguaggi diversi, ma si allinea bene al genere catastrofico, dove l’elemento di base è che la minaccia letale per gli umani proviene sempre da fuori. Andiamo avanti con Cabin Fever (2002), del giovane Eli Roth. Qui un gruppo di ragazzi ubriachi fa fuori un uomo sconvolto e malato, senza pensare che può contagiare loro e gli abitanti del villaggio. Tipico film horror a basso costo, come 28 giorni dopo (2003), di Danny Boyle, dove stavolta il virus è stato creato in laboratorio e sperimentato su scimpanzé che scappano in giro (ancora scimmie, ma che fantasia!). Manco a farlo apposta, in quell’anno scoppiò l’epidemia di Sars. E finiamo con Contagion (2011) di Steven Soderbergh, vero uccello del malaugurio: il nuovo virus colpisce neuroni e sistema respiratorio e si trasmette velocemente con una stretta di mano…

Cosa resta allora che non sia film di genere? Beh, nel Settimo sigillo di Ingmar Bergman (1957) siamo in piena epidemia di peste nera, tant’è che il cavaliere (Max von Sydow) gioca a scacchi proprio con la Morte. E proprio la Morte mi suggerisce di affrontare l’argomento in modo meno schematico. In Orfeo negro (1959) di Marcel Camus, Euridice è inseguita proprio dalla Morte, e il contrasto dinamico col mondo dionisiaco del Carnevale di Rio ha prodotto uno dei film più stupendi della storia del cinema. Mi sono poi rimasti impressi nella memoria due film che ci proiettarono a scuola, alle elementari. Il primo era avventuroso: Alaska, 1925; staffette di slitte trainate dai cani devono correre nella tormenta per portare ai bambini dei villaggi il vaccino contro la difterite. Non ricordo il titolo, ma ho scoperto che Balto, uno dei leggendari husky della muta, si è meritato un film di animazione nel 1995 e ha persino un monumento al Central Park di New York. L’altro era un tetro film giapponese del dopoguerra: Una lettera per Tezuò. Parlava di un bambino orfano e devastato dalla poliomelite e giuro che ancora mi viene da piangere. Oggi quella malattia è stata debellata, ma chi è cresciuto negli anni ’50 viveva nell’incubo, e non c’è no-vax che oggi possa convincermi a cambiare idea sui vaccini.

Mi piace però concludere in modo ancor più indiretto: con un film ungherese che di epidemie non parla affatto, nemmeno in modo simbolico. Alludo a Il tempo sospeso di Péther Gothar (1982, ma da noi giunto nel 1993). Lo cito perché ricostruisce in modo palpabile cosa significa il rallentamento della vita sociale urbana dovuto a un traumatico evento esterno, in questo caso il controllo sovietico successivo alla fine della rivolta di Budapest (1956). Ma la vita alla fine non si può fermare.

Quando la letterature è un Virale virus

Un preside ha invitato gli studenti a rileggersi le pagine manzoniane sulla peste a Milano e questo mi ricorda i classici temi del liceo (la peste in Tucidide, in Lucrezio, nel Decamerone e nei Promessi Sposi, col primato manzoniano nell’umanità delle descrizioni) ma anche letture meno scolastiche, non tanto The Journal of Plague Year di Daniel Defoe (1722) o La Peste di Camus (1947), quanto piuttosto L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez (1985), dove l’epidemia ostacola ma non scoraggia affatto chi ama la vita. Già, perché l’epidemia scatena l’angoscia di massa (basta vedere ora i supermercati presi d’assalto come in guerra o la diffidenza dei passeggeri in metropolitana), ma anche frenetiche reazioni vitali: ogni giorno in mail o whatsapp mi arrivano scherzi, barzellette e vignette sul coronavirus, che subito ritrasmetto in modo virale (!) agli amici. Questo almeno compensa i frequenti consigli di chi ti suggerisce di lavarti spesso le mani, di non tossire in faccia agli altri, di sanificare water e lavandini, cioè quello che una persona civile dovrebbe comunque fare ogni giorno senza aspettare un’infezione. L’epidemia diventa sempre una metafora: ora castigo divino, ora segno di malessere o degenerazione politica, ora prova del complotto internazionale o dei cambiamenti climatici. Una letteratura che va dalla Bibbia a Manzoni, da Thomas Mann ad Albert Camus fino a Saramago, ma non disdegna inverosimili rivelazioni del Mossad (che non rilascia mai dichiarazioni, ndr.) o profezie apocalittiche. Ma gli antichi erano in parte giustificati: privi di microscopio e di antibiotici, non avevano idee migliori che relegare in isole lazzaretto le navi provenienti dall’Oriente o le carovane con cui viaggiavano insieme uomini, merci, animali, virus e batteri. Soprattutto gli intellettuali francesi  – alludo ai Nouveaux Philosophes degli anni ’70 del secolo scorso – hanno scritto colti volumi sulla strategia dell’isolamento e della reclusione ed esclusione del malato infetto, sia esso appestato o psichiatrico, ma i pragmatici Veneziani di cinque secoli fa certi problemi non se li ponevano proprio e quindi provvedevano a isolare – esattamente – gli infetti. Ricordo anni fa di aver trovato un teschio scavando in un campeggio nell’isola di Osljak (in veneziano: Calugerà) davanti Zara, in Dalmazia. L’isola naturalmente si chiamava anche Lazaret. Le navi di un tempo viaggiavano comunque lente e così le carovane, quindi le epidemie non si spargevano rapidamente come ora, dove bastano un aereo o una nave da crociera per creare il panico mondiale. Ne La morte a Venezia di Thomas Mann l’impiegato inglese dell’agenzia di viaggio spiega al prof. Aschenbach il lento itinerario del colera di cui nessuno deve parlare: alla fine dalla Turchia è arrivato a Venezia, dopo aver fatto per anni il giro di altri porti. Quell’epidemia non se l’era inventata Thomas Mann, ma si è saputo dopo: la censura sull’informazione era stretta, tant’è vero che pochi sanno che l’epidemia di febbre spagnola del 1918 fu introdotta in Europa dai soldati americani inviati in Francia contro i Tedeschi. La chiamiamo universalmente “spagnola” perché la Spagna era un paese neutrale e quindi solo i giornali iberici ne parlavano senza censura militare. In realtà il focolaio si era sviluppato tra le reclute del Kansas che lavoravano negli allevamenti dei maiali e si sparse in Francia fra la truppa ammassata nelle retrovie del fronte occidentale. Il tentativo di dar la colpa agli operai cinesi non regge: erano stanziati lontano, sulla costa californiana (1). Ma come sempre, il Male lo porta sempre lo Straniero. L’epidemia fece 100 milioni di morti, di cui 20 solo in Europa, più dei 17 milioni di soldati caduti al fronte, anche se bisogna mettere in conto una popolazione indebolita da quattro anni di guerra e dalla mancanza di antibiotici, inventati e diffusi vent’anni più tardi. Ma la memoria della spagnola si è spenta con i nostri nonni, i veri sopravvissuti a tutto quanto può essere accaduto nel Secolo Breve.

Naturalmente nel momento della disgrazia collettiva saltano fuori il meglio e il peggio del Genius Loci. I Cinesi hanno dimostrato ancora una volta una grande organizzazione collettiva, ma anche la differenza tra un ordine che parte dall’alto e una comunicazione che dalla periferia deve raggiungere il centro. Noi italiani abbiamo finora scoperto che la frettolosa e sgangherata riforma del Titolo quinto della Costituzione ha portato allo scoordinamento totale tra Stato e poteri locali. Voluta qualche anno fa per contrastare il federalismo e il pericolo della secessione, ha precluso al Ministero della Salute la possibilità di imporre standard sanitari coerenti su tutto il territorio nazionale. Ma neanche l’Europa brilla per capacità organizzativa: non si è stabilito un protocollo comune per stabilire il grado di contagio; si permette ai singoli stati di decidere chi entra e chi esce, senza neanche avvertire i viaggiatori e le ambasciate. E se da noi abbiamo scoperto tanti casi, è anche perché abbiamo fatto un controllo con 10.000 tamponi invece dei 1000 come in Germania. Ma anche la chiusura dei voli con la Cina è stato un atto unilaterale italiano e forse anche dannoso: chi voleva entrare da noi magari ha fatto scalo a Monaco e poi ha preso un Flixbus, eludendo i controlli e diventando il Paziente 1 (una volta si diceva Untore). Infine, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ancora non ha deciso se è pandemia o no.

Nel frattempo è sparita l’Amuchina, insieme ai partiti politici in continua lite fra di loro. Forse per senso civico, ma anche perché il Coronavirus ha – come direbbero  i pubblicitari – vampirizzato la comunicazione, complice anche una tv che mobilita un esercito di esperti – virologi, ospedalieri, volontari, ricercatori a tempo pieno. Momenti di Gloria. Nel frattempo finalmente anche in Italia si scopre lo smart working, lavoro agile, quello che anni fa si chiamava telelavoro ma non poteva ancora valersi delle linee veloci, di whatsapp e della logistica in stile Amazon. Ma ci voleva la Peste Nera per modernizzare l’Italia?

E sempre a proposito della Peste, mi piace essere originale e di parlare di un libro tradotto solo nel 1940 da Elio Vittorini e di cui ho fatto cenno all’inizio: A Journal of the Plague Year (Diario dell’anno della peste o La peste di Londra ) pubblicato nel 1722 anonimo, ma riferito all’epidemia che falciò la popolazione di Londra nel 1665. Presentato come cronaca autografa di un testimone oculare dell’epidemia e integrato da documenti originali, era stato in realtà scritto da Daniel Defoe, l’autore di Robinson Crusoe, pubblicato anch’esso come reale autobiografia. Fake news? No, il nostro autore sapeva far bene il suo mestiere di scrittore e pioniere del giornalismo. La critica italiana preferisce naturalmente Manzoni: «Nel libro di Defoe c’è meno arte, meno maestria, meno meditazione e più peste» , scrive Vittorini. Sarà, ma io provo una profonda ammirazione per i grandi falsari, e Daniel Defoe lo era (2). Alieno da sentimentalismi e sovrastrutture morali, ha confezionato una vivida e accurata cronaca fingendosi testimone oculare.

Tutti gli altri scrittori hanno esteso invece la descrizione dell’epidemia proiettandola in una dimensione morale, metafisica. Lucrezio nel sesto e ultimo libro del De rerum natura descrive la peste di Atene del 430 a.C. sulla scia di Tucidide (3), il quale notava la destrutturazione morale della società colpita dal morbo, il che non sfugge neanche a Boccaccio nel Decamerone. Se gli dèi non ti proteggono, l’etica non paga. Ma è proprio Lucrezio a suggerire che l’epidemia è un fenomeno naturale e gli dèi poco c’entrano: proprio i santuari sono pieni di cadaveri e la malattia non distingue tra buoni e cattivi. Sarà piuttosto Manzoni ad affidare alla peste il compito di punire Don Rodrigo e il Griso, anche se sapremo solo dopo anche della morte di Fra’ Cristoforo nel Lazzaretto, dove prestava aiuto agli altri. Epidemia invece tutta laica, decadente e tardo romantica ne La Morte a Venezia di Thomas Mann (1912), libro noto anche per l’interpretazione cinematografica di Luchino Visconti (1971). Peste che Albert Camus interpreta invece come metafora del Nazismo, anche se la dinamica resta la stessa: all’inizio si sottovaluta il contagio, poi non si deve creare allarmismo e in questo modo la situazione peggiora; quindi si ordina un rigido cordone sanitario attorno alla città e si studia il vaccino. Qui siamo a Orano, in Algeria, forse nel 1940 o comunque sotto il governo di Vichy (1940-44), e a descrivere tutto è un medico. La trama è abbastanza nota, quindi non la riassumo, come nota è la morale: bisogna vigilare perché solo la prevenzione può evitare il ritorno del flagello. Ma che si parli di Nazismo è solo sottinteso, visto che i topi neri che hanno invaso Orano non portano incisa la svastica. In fondo, il romanzo di Camus potrebbe essere reinterpretato di continuo, come certe opere di Brecht.

Mi piace però terminare questo excursus con Cecità di José Saramago (1995). Questa improvvisa cecità che si espande a macchia d’olio fra gli abitanti di una città non definita è inspiegabile, come non si capisce il motivo per cui nel finale tutti i ciechi guariscono senza alcuna ragione apparente, proprio come all’inizio della vicenda era sopraggiunta improvvisa l’epidemia. Nel libro non manca niente: la sofferenza collettiva, i morti per le strade, una protagonista immune dal contagio, la strategia della reclusione dei malati, il crollo della morale e l’affermarsi della legge del più forte. E’ un romanzo complesso e va letto per intero, ma ha una precisa chiave di lettura, espressa da uno dei personaggi, più precisamente la moglie del medico: «Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono». E’ quindi un j’accuse all’indifferenza, il nuovo male del secolo.

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NOTE

  1. Laura Spinney, 1918. L’influenza spagnola. L’epidemia che cambiò il mondo. Trad. di Anita Taroni, Stefano Travagli. Nodi editore, 2018. Prezzo: 20 euro, 7.99 ebook
  2. Defoe è considerato il padre del moderno romanzo, ma è stato anche un giornalista, e il suo stile realistico lo dimostra. Tutte le sue opere narrative (Robinson Crusoe, Capitan Singleton, Memorie di un Cavaliere, Moll Flanders, Lady Roxana) si presentano come autobiografiche e lasciano poco spazio al sentimentalismo che avrebbe imperato dopo.
  3. Dai sintomi, gli specialisti hanno ipotizzato che si trattasse in realtà di tifo esantematico. Vedi: Manolis J. Papagrigorakis, Christos Yapijakis, Philippos N. Synodinos e Effie Baziotopoulou-Valavani, DNA examination of ancient dental pulp incriminates typhoid fever as a probable cause of the Plague of Athens, in International Journal of Infectious Diseases, vol. 10, nº 3, 2006, pp. 206–214