di Benedetta Mazzanobile Si sente il mare, si ascolta , si annusa . Questa la sensazione entrando nella Capitolium Art Gallery in via delle Mantellate, nel cuore di Trastevere, dove il 12 giugno è stata inaugurata la mostra del pittore Carlo Battaglia . Lo spazio limpido della galleria si presta perfettamente alla forza del colore, convinto del proprio potere dirompente. Ogni tela intrappola lo spettatore facendolo dondolare tra le onde di un mare calmo che sussurra, o sconvolgendo il suo animo in un mare tempestoso senza sosta, o ancora cullandolo con un andirivieni di calma emanata dai toni chiari di “Grando n.1”, a cui si alternano i movimenti tumultuosi dei colori di “Imbre VI”. Girando da una parete all’altra, la galleria si presenta come un caleidoscopio in cui lo spettatore non può che sentirsi parte del meraviglioso paesaggio di Battaglia e di quello reale che ci circonda, provando almeno a pensare di preservarlo. Un inno alla fusione e al recupero della nostra più intima predisposizione verso lo splendore del mare.
CARLO BATTAGLIA Mare Opere dal 1976 al 2001 Dal 12 giugno al 12 settembre 2025
Storicamente i nuovi regimi cambiano i nomi e non certo solo in Italia: Koenigsberg è diventata Kaliningrad, Tilsit è Sovetsk, Pietrogrado si è chiamata ora San Pietroburgo e poi Leningrado e di nuovo San Pietroburgo. Da noi Littoria è diventata Latina e a Roma viale dei Martiri Fascisti è oggi viale Bruno Buozzi, tanto per fare solo un paio di esempi. Solo che si tratta di azioni decise in seguito a un conflitto vinto dal gruppo dirigente della nazione vincente oppure da un governo che si sostituisce a un regime. C’è un consenso collettivo almeno di una parte, e soprattutto sono atti che si fanno subito e sistematicamente e come tali vengono accettati dalla comunità. Qui invece assistiamo allo strano spettacolo di singoli attivisti che dopo ottant’anni dalla fine della guerra e del Fascismo si svegliano e scoprono che al Foro Italico (già Mussolini) c’è una stele con inciso DUX o che Amedeo duca d’Aosta era un colonialista. Ricerca di notorietà o rapido assorbimento di quel conformismo rivoluzionario (è un paradosso, lo so) chiamato Cancel Culture? L’ultimo episodio si registra a Pistoia, dove si è proposto di cambiare nome al locale liceo scientifico, intitolato dal 1942 al Duca d’Aosta, per sostituirlo magari con quello di una donna (Margherita Hack? Rita Levi Montalcini?). Alla fine il Consiglio d’istituto non ha approvato la proposta, ma gli strascichi sono finiti sui giornali per tutto luglio. Pro la cancellazione: il Duca era un fascista, militarista e colonialista. Contro: Amedeo era estraneo al Fascismo, era un buon soldato, eroe di Amba Alagi, oppositore del Duce, buon padre dei suoi soldati. Contro: gli studenti di sinistra, le associazioni partigiane, lo storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena Tomaso Montanari. Pro: gli studenti ed ex studenti di destra, i monarchici e Aimone di Savoia, difensore d’ufficio della dinastia sabauda. Per fortuna nessuno ha messo in mezzo il romano Ponte Duca d’Aosta, magari non sapendo che non è intitolato ad Amedeo ma ad Emanuele Filiberto, generale della prima Guerra Mondiale e capo della “invitta Terza Armata”. In realtà la sua armata era invitta perché l’attacco austro-ungarico-tedesco nel 1917 si svolse più a sud, lungo la valle dell’Isonzo, trascurando dunque il settore nord del fronte. E a dirla per intero, Emanuele Filiberto era anche un mediocre stratega. Amato dai suoi uomini, volle che la sua tomba fosse nel sacrario di Redipuglia accanto ai suoi soldati. E almeno qui il mito non è stato mai intaccato.
Invece torniamo ad Amedeo di Savoia Duca d’Aosta. Fin dalle elementari ricordo la sua immagine nei libri di scuola: giovane e bello, nella sua uniforme bianca, morto in prigionia, eroe rispettato anche dagli Inglesi, che gli concessero l’onore delle armi . Un mito. E come tutti i miti, costruito ad arte quanto sentito a livello popolare. La realtà ovviamente è sempre diversa. Instradato alla carriera militare fin da giovane – nella scontata tradizione dei Savoia – quando Amedeo fu inviato in Africa Orientale nel 1936 come viceré d’Etiopia, riuscì a rendere meno odiosa la gestione coloniale finora affidata al maresciallo Graziani. Dopo la seconda guerra italo-abissina, il 21 ottobre 1937 Amedeo di Savoia-Aosta fu nominato governatore generale (e quindi comandante in capo) dell’Africa Orientale Italiana e viceré d’Etiopia. Nel 1941, di fronte all’avanzata degli inglesi nell’Africa Orientale Italiana, le poche truppe italiane rimaste al suo comando si ritirarono per organizzare l’ultima resistenza sulle montagne etiopi. Amedeo si asserragliò dal 17 aprile al 17 maggio 1941 sull’Amba Alagi – una montagna tipica dell’Etiopia, alta più di 3000 metri – con 7.000 uomini, una forza che comprendeva un reggimento di fanteria, carabinieri, avieri, marinai della base di Assab, 500 soldati della sanità e circa 3.000 indigeni, più un rteggimento di artiglieria con cannoni vari. Un assedio 6 contro 1, visto che gli inglesi e le loro truppe coloniali assommavano a 40.000 uomini. In realtà non poteva fare altro: una volta chiuso il canale di Suez, l’Africa Orientale Italiana non poteva più essere rifornita (per inciso, nessun Savoia è mai stato un genio militare) e l’esito dell’assedio era scontato. Amedeo morì di malaria durante la prigionia in Kenya il 3 marzo 1942. Aveva 44 anni.
Ora, dire che Amedeo fosse un oppositore del fascismo è un falso storico. Per quanto il Duce potesse essere antipatico al Duca d’Aosta, il Re e i Savoia sono stati organici col Fascismo dal primo all’ultimo giorno, pur sopportandone la volgarità. Ozioso invece accusarlo di colonialismo: un viceré d’Etiopia lo era per forza, per quanto accorta e diplomatica fosse la sua gestione rispetto alle pratiche criminali di Graziani. Il vero problema lo affrontò con ironia Umberto Eco: nelle cattedrali d’Europa sono seppelliti personaggi che nessuno inviterebbe a cena se avesse una figlia minorenne, ma sono prodotti nazionali e come tali te li devi tenere. Anche loro sono avvolti dal mito ed è il mito a essere trasmesso a scuola. Possiamo creare nuovi monumenti, ma dobbiamo tenerci anche quelli esistenti. Non sono monarchico, ma per me il Duca d’Aosta rimane quel bell’ufficiale in divisa bianca al quale gli Inglesi (la perfida Albione) ha concesso l’onore delle armi. In Italia ci vergogniamo delle poche vittorie, ma abbiamo il culto della gloriosa sconfitta, come El Alamein (1942). Infine, una riflessione: se dobbiamo cancellare la memoria del Duca d’Aosta perché fascista e colonialista, allora dobbiamo cambiar nome anche a viale Giulio Cesare: se non era imperialista lui, chi altri? Imperium è anche una parola latina.
“ Il cinema, il mio cinema che tanto amo, fatto di immagini e di mistero è ormai in esilio da più di mezzo secolo, oltre i confini dell’industria e della mediocrità. Lo andremo a riprendere prima o poi con tutti gli onori e allora gli schermi torneranno vivi” (Silvano Agosti)
L’Azzurro Scipioni chiude, come chiuderanno tante altre sale cinematografiche, visto che i decreti del Governo considerano cinema, teatri e musei pericolosi luoghi di contagio. Chi li frequentava sa benissimo che cineclub, teatri sperimentali, filodrammatiche e musei fuori circuito turistico, tutto sono meno che luoghi di pestilenza, anzi garantiscono da soli un’adeguata distanza fra le persone; ma questo Governo sembra sordo alla cultura. Quello che è peggio, mentre il cinema commerciale può estendersi sulle piattaforme digitali, il teatro dal vivo e il cinema indipendente non usciranno vivi da questo periodo, né si riprenderanno più: già erano cambiate alcune abitudini sociali (se il film non ha effetti speciali, basta vedere l’età media degli spettatori davanti al cinema) e lo stesso Azzurro Scipioni ormai programmava i film quattro giorni su sette. Anche se gestito in famiglia, un esercizio commerciale ha bisogno di clienti e il cinema non è solo arte: già uno dei film dei fratelli Lumière mostra gli operai che escono felici… dal loro stabilimento di produzione.
Ora, parlare del Cinema Azzurro Scipioni e del suo fondatore, animatore e padrone Silvano Agosti per me è come raccontare una parte della mia vita. Non mi dilungherò quindi a descrivere la sua produzione letteraria e cinematografica, con frequenti trasferimenti dalla carta alla pellicola: potete trovarla completa in rete; meglio parlare della mia lunga frequentazione di quella che prima erano i Quiriti, una vecchia sala parrocchiale trovatasi un bel giorno prossima a una fermata della metro e di fronte alla casa di un geniale artigiano del cinema dall’insolito accento, d’estate curiosamente circondato da pigre mosche svolazzanti e capace di farti inaspettate domande personali. Per chi non fosse mai entrato in quel piccolo paradiso del cinema che è l’Azzurro Scipioni, da fuori sembra una bottega artigiana e di fatto lo è: alla cassa è facile trovare lui, il regista / scrittore/ editore / produttore / sceneggiatore / esercente. Dopo aver letto Marx, Silvano aveva capito l’importanza di controllare per intero tutto il ciclo produttivo di un film e si era ingegnato di conseguenza. Né si perdeva mai l’occasione di proporti un suo libro (quanti ne ha scritti?) o di programmare uno dei suoi tanti film, che alla fine non ti perdevi mai e amavi rivedere. Comodissime le sue poltrone (che ora mette in vendita a 5 euro l’una), recuperate a Fiumicino da un aereo Alitalia in disarmo, quasi un anticipo della saga della nostra compagnia di bandiera. Suggestivi i vecchi proiettori esposti nel vestibolo, che amavo per essere stato io stesso un proiezionista. Non ho mai seguito i suoi corsi di cinema (economici al massimo) ma devo riconoscere che i suoi allievi non sono mai stati affetti da precoce commercializzazione. Questo vuol dire che Silvano ha sempre avuto un’etica, al punto di aver sempre restituito fino all’ultima lira i soldi dell’articolo 28, quel dettato di legge che attraverso il credito cinematografico finanziava il cinema d’autore, ma che fin troppo spesso è stato concesso a chi non manteneva le promesse o era meglio si dedicasse ad altre forme d’arte. Silvano era il primo a dire che i contributi statali non migliorano la qualità dell’arte, e che i film si possono fare con pochi soldi, cosa vera soprattutto da quando la pellicola è stata sostituita dal video e dal digitale.
Sul cinema di Silvano si può scrivere molto, visto che copre già oltre cinquant’anni di lavoro, iniziato con i cinegiornali del ’68 e continuato sia con film di impegno civile (Il giardino delle delizie, D’amore si vive, L’addio a Giovanni Berlinguer, Matti da slegare, etc.) che puramente personali e poetici (L’uomo proiettile, Uova di Garofano, La ragion pura, Quartiere). Si va dal documentario (quasi una ventina) al cortometraggio e al lungometraggio a soggetto, uno dei quali – Uova di garofano – fu presentato nel 1992 alla Mostra del cinema di Venezia; naturalmente l’ultimo giorno, quando i critici sono ormai sfiancati e i giornalisti ripartiti: ricordo ancora il successivo incontro con attori/parenti, di cui poco capivo la parlata bresciana. Ora va di moda l’aggettivo “inclusivo”, ma il cinema di Silvano lo è sempre stato, accogliendo umanamente degenti psichiatrici, trans, disabili, barboni e quant’altro. Dico accogliendo e non “descrivendo”, visto che Silvano ha dato a tutti la dignità di personaggio e il diritto di esprimersi e godere dei diritti civili. “Proclamare l’essere umano patrimonio dell’Umanità” è una frase sua.
Anche se poi non ho mai fatto l’alba con le sue maratone cinematografiche di Capodanno, devo sempre a Silvano la possibilità di aver potuto partecipare a eventi unici, come un incontro con Helmut Berger. Ma ho anche presentato a Silvano un regista armeno di cui neanche ricordo il nome, il quale sotto braccio aveva le pizze di un suo film girato nel Nagorno-Karabach, zona che per me era familiare quanto la Jakuzia di Risiko o la Kirghisia… di Silvano Agosti. Quel regista sarebbe poi espatriato dai parenti in Francia, ma per fortuna Silvano parlava russo correntemente, forse da giovane aveva studiato cinema al Goskino. In quel caso era stato un ottimo studente di un’ottima scuola, attualmente frequentata dalla figlia di un mio amico finlandese.
Un’amica mi dice ora che suo nipote era rimasto affascinato dal film Hugo Cabret proiettato all’Azzurro Scipioni. Glielo aveva fatto vedere per fargli capire chi era George Meliès e alla fine il nipote ci ha addirittura scritto la tesi di laurea. Ma sulla magia del cinema ricordo proprio la figura dell’ebreo con la lampada magica o il proiettore che inizia un bambino alla magia del cinema in Uova di Garofano, più tutte le volte che ho visto Nel corso del tempo di Wim Wenders. Sempre di Wenders è lì che ho visto Pina Bausch e Il Sale della terra. Ma è senza conto l’elenco dei film visti e rivisti nelle due sale Chaplin e Lumière. Chi veniva per la prima volta aveva diritto al rimborso del biglietto qualora il film non gli fosse piaciuto, ma penso che pochi abbiano mai richiesto indietro i soldi.
Proprio l’esempio della mia amica che ha portato il nipote all’Azzurro Scipioni la dice lunga sul rapporto tra i giovani e la sala cinematografica. Se vedi i film ti viene voglia di farli, di capire come si scrivono e si producono. Personalmente non amo vedere i film in tv e su DVD, a meno che me li sia persi o debba studiarci sopra. Ma quanti ragazzi sono mai entrati in una sala cinematografica che non proietti film di avventura pieni di effetti speciali (che non disdegno, sia chiaro: l’importante è non trasformare in discorso un film per ragazzi). Il cinema vive, ma non c’è stato ricambio in sala, è mancata la trasmissione fra generazioni, complice anche il costo dei biglietti e l’offerta stratosferica sulle varie piattaforme digitali. Una volta attenuata l’attuale pandemia, mi piace pensare che l’Azzurro Scipioni possa sopravvivere anche senza l’aiuto del Comune di Roma. Intanto è tutto da vedere, vista la fragile posizione attuale dell’Assessore alla crescita culturale, come si fa chiamare Luca Bergamo. E poi il cinema esiste finche ci sono i film e gli spettatori.
Già da molti anni mi chiedo se non
sarebbe se non salutare addirittura drammaticamente necessaria una qualche
censura, certamente illuminata e responsabile, che facesse da argine
all’alluvione di “fiction” film e documenti che in qualche modo
illustrano in modo perlomeno ambiguo il tetro panorama delle disumane
depravazioni che,ahimè, inquinano a mio parere, possono o potrebbero inquinare
menti deboli o frustrate o già predisposte alla crudeltà.
Non dico che si esalta o si eroicizza in
questi filmati lo stupratore o il killer seriale, ma con lo spirito di un
guasto appetito si analizza, anatomizza, si penetra nel tunnel dell’orrore con
una ostinazione per dettagli e moventi del perverso “dark”, che non
può essere giustificato né come studio psicologico della deviazione né come
atto di denuncia e di condanna. o meglio, l’intento di condanna dell’abominio
nel seguito dell’esposizione narrativa diventa un rovistare nel sudiciume delle
oscure profondità che in fin dei conti, nascosto dalle migliori intenzioni,
rischia di tradursi in una perversa ammirazione per il diabolico
“eroe” solitario.
Temo piuttosto che questo eccesso di
produzione “nera” non sia altro che il commercio di una aberrante
“offerta” per una “domanda” che in qualche modo, cosciente
o meno, il pubblico o “certo” pubblico chiede. Incoraggiare queste
tendenze oscure in una società già in qualche modo alienata da fini e modi di
una giusta, naturale etica, può volente o nolente ispirare individui già
mentalmente predisposti al delitto, o quanto meno incentivare certa
inconfessata morbosità piuttosto dilagante.
Qui non si vuole limitare né la
creatività né la libertà d’espressione, ma forse molti “addetti ai
lavori” della diffusione visiva dovrebbero finalmente capire quanto grande
e gravosa è la loro responsabilità divulgativa nell’indulgere spesso eccessivo
e deviante nei confronti del “mostro” e delle sue
“mostruosità” che forse altro non sono che i frutti disgustosi di una
umanità già malata da tempo.
Sono passati otto anni da quando Cecilia Randall uscì in libreria con il romanzo Gens Arcana, al termine del quale l’autrice mise subito in chiaro ai propri lettori di non aspettarsi seguiti, trilogie o altro in quel momento. Il romanzo ebbe però un buon successo editoriale e i fan da allora non hanno mai abbandonato la speranza di rivedere Valiano e gli altri protagonisti in una nuova avventura, speranza fortemente palesata all’autrice.
E ora siamo qua, otto anni dopo appunto, con il tanto atteso seguito che ha tutti gli ingredienti necessari per fare onore ancora una volta al talento dell’autrice modenese.
Se il tempo è passato per noi lo stesso non vale per i personaggi di questo mondo semi-reale ambientato nella nostra cara penisola nel 1480. I protagonisti Valiano, Selvaggia e Manente li ritroviamo a pochi mesi dai fatti narrati nel primo romanzo, ancora insieme, ma non più in Toscana. Valiano ha infatti deciso di spostarsi momentaneamente a Venezia, luogo da lui scelto per poter esercitare il suo ruolo di primo arcano d’Italia. Chi sono gli arcani? Bè, per rispondere a ciò sarebbe più corretto partire dal primo romanzo, che oltretutto è stato riproposto in libreria con una nuova veste grafica per accompagnare l’uscita del suo seguito. Detto questo però, una risposta può essere semplicemente che gli arcani sono esseri umani dotati di particolari poteri “mistici” che permettono loro di interagire con gli elementi, terra, aria, acqua e fuoco, trasformandoli in armi di notevole efficacia.
La spiegazione, lo ammetto, è un po’ povera e una lettura approfondita del romanzo (o dei romanzi) ve lo confermerà, ma è utile giusto per dare un idea a chi ancora non conosce la saga per sapere bene o male quale è il genere trattato.
Per chi volesse leggere entrambi i libri un breve quadro può essere il seguente: in Gens Arcana il protagonista Valiano non ne vuole proprio sapere dei suoi poteri ed è costretto a difendersi da chi lo vuole eliminare per accaparrarsi il suo diritto ereditario in vetta agli Arcani; in Magister Aetheris invece il cattivo misterioso ha più o meno la stessa ambizione, ma Valiano questa volta è un poco più preparato a combattere.
Non mancano ovviamente i cari vecchi elementali e nemmeno i simulacri, a cui si aggiunge un agguerrita Santa Milizia che ha più meno lo stesso modus operandi dell’Inquisizione.
Le differenze tra i due romanzi non si limitano però alla sola trama: se infatti nel primo era ben chiaro chi fossero i buoni e chi i cattivi e il percorso del protagonista era piuttosto lineare, nel secondo c’è molto più mistero, accentuato da una Venezia che grazie alla sua conformazione non è certo povera di segreti, e in questo l’autrice ha saputo sfruttare la città molto bene. Non spaventatevi quindi se, a più di metà romanzo, ancora non sapete dove si andrà a parare perchè, se c’è una cosa che proprio non manca, è la suspense.
L’intreccio tra i personaggi si rivela ancora una volta avvincente, ed ognuno di loro grazie al suo carattere ben definito riesce a dare il suo contributo ad una storia che scorre veloce tra i capitoli, ricca di colpi di scena e con combattimenti che tolgono il fiato.
L’abilità di Cecilia Randall nel giocare con la storia non è una sorpresa dopo il notevole successo della saga di Hyperversum e, se dopo tanti romanzi, l’autrice riesce ancora a catturare il lettore per il taglio mistico che riesce a dare a periodi così importanti del passato, c’è da sperare che la sua vena creativa abbia ancora in serbo storie del calibro di Magister Aetheris.
Lasciatevi quindi catturare anche voi dal suo mondo partendo magari dal principio con Gens Arcana, potreste finire con il ritrovarvi tra le mani due romanzi di ottima fattura che ben si inseriscono nell’universo fantasy attuale. Non vi piacerebbe forse domare un elementale o scatenare una bella tempesta di fuoco? Scopritelo.
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