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Censura e Censurati

Nuovo documento 2019-08-26 12.18.10

Già da molti anni mi chiedo se non sarebbe se non salutare addirittura drammaticamente necessaria una qualche censura, certamente illuminata e responsabile, che facesse da argine all’alluvione di “fiction” film e documenti che in qualche modo illustrano in modo perlomeno ambiguo il tetro panorama delle disumane depravazioni che,ahimè, inquinano a mio parere, possono o potrebbero inquinare menti deboli o frustrate o già predisposte alla crudeltà.

Non dico che si esalta o si eroicizza in questi filmati lo stupratore o il killer seriale, ma con lo spirito di un guasto appetito si analizza, anatomizza, si penetra nel tunnel dell’orrore con una ostinazione per dettagli e moventi del perverso “dark”, che non può essere giustificato né come studio psicologico della deviazione né come atto di denuncia e di condanna. o meglio, l’intento di condanna dell’abominio nel seguito dell’esposizione narrativa diventa un rovistare nel sudiciume delle oscure profondità che in fin dei conti, nascosto dalle migliori intenzioni, rischia di tradursi in una perversa ammirazione per il diabolico “eroe” solitario.

Temo piuttosto che questo eccesso di produzione “nera” non sia altro che il commercio di una aberrante “offerta” per una “domanda” che in qualche modo, cosciente o meno, il pubblico o “certo” pubblico chiede. Incoraggiare queste tendenze oscure in una società già in qualche modo alienata da fini e modi di una giusta, naturale etica, può volente o nolente ispirare individui già mentalmente predisposti al delitto, o quanto meno incentivare certa inconfessata morbosità piuttosto dilagante.

Qui non si vuole limitare né la creatività né la libertà d’espressione, ma forse molti “addetti ai lavori” della diffusione visiva dovrebbero finalmente capire quanto grande e gravosa è la loro responsabilità divulgativa nell’indulgere spesso eccessivo e deviante nei confronti del “mostro” e delle sue “mostruosità” che forse altro non sono che i frutti disgustosi di una umanità già malata da tempo.

La magia degli Elementi

Sono passati otto anni da quando Cecilia Randall uscì in libreria con il romanzo Gens Arcana, al termine del quale l’autrice mise subito in chiaro ai propri lettori di non aspettarsi seguiti, trilogie o altro in quel momento. Il romanzo ebbe però un buon successo editoriale e i fan da allora non hanno mai abbandonato la speranza di rivedere Valiano e gli altri protagonisti in una nuova avventura, speranza fortemente palesata all’autrice.
E ora siamo qua, otto anni dopo appunto, con il tanto atteso seguito che ha tutti gli ingredienti necessari per fare onore ancora una volta al talento dell’autrice modenese.
Se il tempo è passato per noi lo stesso non vale per i personaggi di questo mondo semi-reale ambientato nella nostra cara penisola nel 1480. I protagonisti Valiano, Selvaggia e Manente li ritroviamo a pochi mesi dai fatti narrati nel primo romanzo, ancora insieme, ma non più in Toscana. Valiano ha infatti deciso di spostarsi momentaneamente a Venezia, luogo da lui scelto per poter esercitare il suo ruolo di primo arcano d’Italia. Chi sono gli arcani? Bè, per rispondere a ciò sarebbe più corretto partire dal primo romanzo, che oltretutto è stato riproposto in libreria con una nuova veste grafica per accompagnare l’uscita del suo seguito. Detto questo però, una risposta può essere semplicemente che gli arcani sono esseri umani dotati di particolari poteri “mistici” che permettono loro di interagire con gli elementi, terra, aria, acqua e fuoco, trasformandoli in armi di notevole efficacia.
La spiegazione, lo ammetto, è un po’ povera e una lettura approfondita del romanzo (o dei romanzi) ve lo confermerà, ma è utile giusto per dare un idea a chi ancora non conosce la saga per sapere bene o male quale è il genere trattato.
Per chi volesse leggere entrambi i libri un breve quadro può essere il seguente: in Gens Arcana il protagonista Valiano non ne vuole proprio sapere dei suoi poteri ed è costretto a difendersi da chi lo vuole eliminare per accaparrarsi il suo diritto ereditario in vetta agli Arcani; in Magister Aetheris invece il cattivo misterioso ha più o meno la stessa ambizione, ma Valiano questa volta è un poco più preparato a combattere.
Non mancano ovviamente i cari vecchi elementali e nemmeno i simulacri, a cui si aggiunge un agguerrita Santa Milizia che ha più meno lo stesso modus operandi dell’Inquisizione.
Le differenze tra i due romanzi non si limitano però alla sola trama: se infatti nel primo era ben chiaro chi fossero i buoni e chi i cattivi e il percorso del protagonista era piuttosto lineare, nel secondo c’è molto più mistero, accentuato da una Venezia che grazie alla sua conformazione non è certo povera di segreti, e in questo l’autrice ha saputo sfruttare la città molto bene. Non spaventatevi quindi se, a più di metà romanzo, ancora non sapete dove si andrà a parare perchè, se c’è una cosa che proprio non manca, è la suspense.
L’intreccio tra i personaggi si rivela ancora una volta avvincente, ed ognuno di loro grazie al suo carattere ben definito riesce a dare il suo contributo ad una storia che scorre veloce tra i capitoli, ricca di colpi di scena e con combattimenti che tolgono il fiato.
L’abilità di Cecilia Randall nel giocare con la storia non è una sorpresa dopo il notevole successo della saga di Hyperversum e, se dopo tanti romanzi, l’autrice riesce ancora a catturare il lettore per il taglio mistico che riesce a dare a periodi così importanti del passato, c’è da sperare che la sua vena creativa abbia ancora in serbo storie del calibro di Magister Aetheris.
Lasciatevi quindi catturare anche voi dal suo mondo partendo magari dal principio con Gens Arcana, potreste finire con il ritrovarvi tra le mani due romanzi di ottima fattura che ben si inseriscono nell’universo fantasy attuale. Non vi piacerebbe forse domare un elementale o scatenare una bella tempesta di fuoco? Scopritelo.

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Titolo: Magister Aetheris
Autrice: Cecilia Randall
Anno: 2018
Editore: Giunti Editore (Collana Waves)
Pagine: 592

 

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03a AB Libri magister aetheris 2

Titolo: Gens Arcana
Autrice: Cecilia Randall
Anno: 2018 (2010)
Editore: Giunti Editore (Collana Waves)
Pagine: 752

 

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Radioamatori: Una specie in estinzione

Il Radioamatore è una persona che, debitamente autorizzata, si interessa di radiotecnica a titolo puramente personale e senza scopo di lucro, che partecipa al servizio di radiocomunicazione detto d’amatore, avente per oggetto, l’istruzione individuale, l’intercomunicazione e gli studi tecnici“. G.U. n. 289 del 9/12/1992:

Nel 1995 i radioamatori italiani registrati erano 30.000, e ora? È dal 1995 che con l’avvento dell’internet c’è stato un calo drastico dei radioamatori. Prima dell’era della rete, l’unico sistema per potersi collegare e tenere uno stabile e facile collegamento senza spendere una lira in telefonate da e verso i cellulari era la radio (CB, VHF, UHF) (1), ma il rovescio della medaglia era una confusione generale e la mancanza di qualsiasi protocollo di trasmissione. Chi scrive ricorda i “baracchini”, radio abbastanza economiche in CB (la banda cittadina, senza bisogno di esami o patenti speciali), oggi usate quasi solo dai camionisti. Altro mondo invece quello dei radioamatori, che da sempre devono sostenere un esame presso il Ministero, hanno una regolare patente, un identificativo e sono obbligati a precise regole di comportamento, oltre a essere sempre a disposizione della Protezione Civile. Molti di loro con le radio ci hanno lavorato, quindi hanno una competenza specifica: prima c’erano le stazioni radiotelegrafiche dei porti, i marconisti sulle navi, gli operatori radio delle ambulanze, tutto un mondo superato dalla telefonia cellulare, dalle linee digitali e dal web. Oggi a un giovane non verrebbe mai in mente di spendere migliaia di euro per le apparecchiature, le antenne e le autorizzazioni richieste a un radioamatore, visto che può fare lo stesso con la normale chat di un iphone di seconda mano. E infatti, ad ascoltare le conversazioni dei radioamatori, si nota subito l’età matura se non avanzata di chi si collega la sera. Per parlare di cosa, poi? Per la maggior parte le comunicazioni sono tecniche: si usano sigle (QSO, QRP, etc.) (2), si parla di antenne, impedenze, frequenze, ponti radio; ma spesso si chiacchiera. Ad ascoltarle, le conversazioni tecniche sono utili e fanno da sempre parte della cultura radiantistica, ma le altre sono poco interessanti e tradiscono un basso livello culturale. Meglio a questo punto un web forum o un social. Ma neanche i radioamatori sembrano soddisfatti dell’attuale situazione. Cito da un loro forum:

“Questo pomeriggio facevamo un qso a 145,500 con un amico che mi ha visto crescere sia in sezione che come radioamatore. parlavamo dei nuovi sistemi digitali fm in 2 metri (c4fm, fusion dstar), che stanno creando un isolazionismo per chi non ne possiede una radio. se non hai una radio con questi sistemi (per me del tutto inutile tanto non ce mai traffico in 2 metri nei canali normali), sei tagliato totalmente fuori da questo mondo. il mio amico, radioamatore di vecchia generazione come me, mi ha confessato con tutta sincerità che non trova più lo stimolo di andare in sezione se non si parla di radio, esperienze e cose che accrescono la mente dei nuovi e vecchi radioamatori. brutta cosa. lui è stato Presidente di sezione per 2 mandati, e ne abbiamo avute esperienze assieme sia belle che brutte. suo papà era radioamatore nel 1960, ed è stato socio fondatore della sezione. Noi (i radioamatori) saremo una dinastia in via di estinzione come i dinosauri, spazzati via da nuovi modi di comunicare tra i giovani che cercano il dinamismo della comunicazione.”

I radioamatori hanno comunque una lunga storia. La loro prima epoca è quella dell’autocostruzione. All’inizio del ‘900 un manuale spiegava, in appena 100 pagine, come costruirsi un apparato trasmettitore e un apparato ricevitore per comunicare a distanze di parecchie centinaia di metri a linea di vista. In ogni caso per diversi decenni il radioamatore sapeva assemblare e riciclare parti di altre radio, adattare componenti, e in ogni caso aveva anche buone cognizioni di matematica. Si trasmetteva non sempre in voce, ma più spesso in Morse. La successiva rivoluzione tecnologica (dalle valvole ai transistor e poi ancora ai circuiti integrati stampati) fa sparire già dagli anni ’70-80 del secolo scorso le autocostruzioni e la sperimentazione: era ormai difficile intervenire su sistemi chiusi e assemblati in fabbrica; al massimo si poteva lavorare sugli accessori e sulle antenne. Gli apparati infatti diventano sempre più complessi e costosi, ma più potenti e performanti. Il radioamatore non ha più bisogno di elevate competenze tecniche, e neppure di conoscere il codice Morse. Il boom dei baracchini amplia la base dei radioamatori, ma – come nel turismo – alla quantità non si accompagna la qualità. Oggi infine siamo arrivati all’epoca della SDR, software defined radio. Gli apparati diventano dei computer che convertono la radiofrequenza in un flusso di dati (e viceversa in trasmissione), in modo da lavorare (filtrare, decodificare, ecc.) quasi esclusivamente su quel flusso. In un apparato, il lavoro che prima veniva fatto da un gran numero di componenti elettronici viene fatto ora da un software, con un risparmio notevole sulle parti fisiche e sul lavoro. In pratica, il radioamatore diventa concettualmente un informatico-matematico, e lo scopo non è più il mettere in contatto persone ma il trasferire dati fra computer (dati in cui ci può anche essere traffico voce). Unica discriminante con l’informatico: le antenne, che da sempre hanno acquisito le forme più diverse in funzione delle radiofrequenze. In più, un vantaggio esclusivo: per comunicare non c’è bisogno di un’infrastruttura esterna, e infatti i radioamatori garantiscono le comunicazioni anche quando salta la rete telefonica (si è visto negli ultimi terremoti). Quanto all’interoperabilità con l’internet, per ora è un valore aggiunto.

Note:

 

 

 

Le parole e le cose

Per un malinteso, il mio articolo sulle bandiere ha attirato su Facebook le folgori della Folgore. Ma vorrei solo ricordare che proprio i parà nel 2008 in Afghanistan furono coinvolti in un incidente di percorso: un giornalista de L’Espresso notò la palma dell’Afrika Korps dipinta sulla fiancata di un mezzo della Folgore e ciò addirittura provocò un’ interrogazione parlamentare. Per i parà quella palma con A e K ai lati era un riferimento alla battaglia di El Alamein (1942) e alle tradizioni del reparto, ma per gli altri un simbolo nazista. E all’epoca la polemica sui simboli non era ancora così feroce come oggi, quando oltre i simboli del fascismo storico si vorrebbe distruggere l’architettura stessa del Ventennio. E perché non si è fatto in questi settant’anni? Semplicemente perché, cancellati i simboli, gli edifici mantengono comunque una funzione che va oltre la forma. Solo la Roma antica è letteralmente sprofondata sottoterra per essere riscoperta e valorizzata molti secoli dopo.

Ma se le immagini sono metafore, lo sono anche le parole, e anche qui andiamo sul pesante. Mi ha sorpreso l’elenco delle parole che il presidente Trump ha bandito ufficialmente dalla comunicazione sanitaria: transessuale, feto, diversità, vulnerabile, diritto, basato sulle evidenze, basato sulla scienza: sette termini che si vuole proibire nei documenti della sanità, con un approccio ideologico senza precedenti che ha già scatenato forti polemiche nel mondo politico e scientifico. Personalmente, quello che trovo più inquietante è la censura sulle due ultime espressioni: significa dar credito non a Galileo, ma alle chiese evangeliche americane e alle paranoie dei loro predicatori nomadi. Ma – a ben guardare –  la deriva fondamentalista l’hanno a suo tempo promossa proprio i “Liberals” con la loro ossessione del politically correct, di fatto una forma di censura che ormai permea il linguaggio e i rapporti sociali e nella versione italiana scivola facilmente nell’ipocrisia. Chiamare “non vedenti” i ciechi non ne ha migliorato la vista, e infatti l’Unione Italiana Ciechi non ha ancora cambiato nome. Sui rom il discorso è diverso, perché “zingaro” ha effettivamente una connotazione negativa e non definisce l’insieme della comunità (gitani, camminanti, zingari, zigani, sinti, korakanè, etc.). E almeno sui poveracci che sbarcano sulle nostre spiagge finalmente si è arrivati a un termine linguistico condiviso: sono migranti. Trovo invece oziose le discussioni di genere: assessora? sindaca? L’italiano permette di scegliere se privilegiare il sesso o la funzione sociale, il resto è politica, la quale piuttosto dovrebbe star più attenta a cambiare le cose invece dei nomi delle cose. In questo i politici sono ostinati: il geografo Tolomei scelse con cura tutti i nomi italiani per il Tirolo meridionale acquisito dopo la Grande Guerra, nomi che ora i sudtirolesi della Volkspartei cercano in ogni modo di cancellare, salvo far scrivere Alto Adige sulle confezioni di yoghurt da vendere nei nostri supermercati. I nazionalisti sono sempre sistematici poi nel cambiare a forza i cognomi o negare addirittura l’identità di un popolo: fino a pochi anni fa i curdi stanziati in Turchia erano semplicemente “turchi di montagna”. E se noi abbiamo italianizzato i cognomi sloveni in Carnia, chi ai tempi di Tito osava dire Zara e Spalato invece di Zadar e Split doveva comunque litigare con i croati, mentre un francese sa benissimo che la sua capitale noi la chiamiamo Parigi né si offende per questo, ma graziosamente francesizza i nostri nomi e cognomi accentandoli sull’ultima sillaba. E’ evidente che nominare significa comandare, e infatti Adamo nella Genesi dà il nome a piante ed animali, ma non potrà mai pronunciare il vero nome del suo Creatore. Né questo modo di vedere il mondo è un’esclusiva dell’ebraismo, essendo presente in molte religioni e mitologie. Per concludere, è bene ricordarsi sempre della massima del filosofo Wittgenstein: attenzione, perché alle parole corrispondono le cose.

 

Dunkirk, il primo film della Brexit

Dunkirk (Dunkerque per i francesi) è il luogo dove nell’estate del 1940 i 400.000 soldati del corpo di spedizione inglese si ritirarono in massa in attesa dell’imbarco, dopo essere stati tagliati fuori dall’offensiva tedesca in Francia. Avevano ormai solo i fucili, avendo perso tutto il materiale pesante nella ritirata. Dal canto loro i Tedeschi incalzarono gli Inglesi senza usare Panzerdivisioni o artiglieria, ma limitandosi a martellare uomini e navi con Stukas e bombardieri Heinkel. Potevano far di peggio, ma Hitler nel 1940 sperava in una pace separata con gli Inglesi, a cui si oppose fermamente Churchill. Ma il grosso dei soldati inglesi fu recuperato non tanto dalle navi della Marina, ma da una miriade di pescherecci e imbarcazioni private mobilitate in fretta e condotte da comuni cittadini britannici che accolsero l’appello. Il pescaggio delle coste era infatti troppo basso per le grandi navi, le quali – lo dice un ammiraglio nel film – avrebbero poi difeso l’Inghilterra dall’invasione.

Come suggerito dal regista stesso, il film si espande in tre elementi: Terra, Mare, Aria. Nel primo elemento sopravvive la fanteria in attesa d’imbarco, inquadrata in ordinate file lungo chilometriche spiagge sabbiose ma tormentata dagli Stukas. In mare fanno invece la spola le navi che cercano di imbarcare più gente possibile, colpite dai siluri degli U-Boot e martellate quanto i soldati a terra dai bombardieri Heinkel. E qui entriamo nel terzo elemento, l’Aria, spazio per spettacolari duelli tra i mitici Spitfire (originali, ndr.) e i loro degni rivali, i Messerschmit della Luftwaffe. Il film è girato con lo stile del documentario, quindi nessun personaggio sovrasta l’altro e molti attori, pur famosi, recitano sottotono. In questo grande affresco alla fine il protagonista è il soldato semplice con l’elmo a padella, il marinaio comune, il pilota dell’aereo, il privato cittadino britannico che fa vela verso Dunkerque con la sua barchetta. In fondo non c’è neanche una vera trama, risultando il film una serie di episodi collettivi o individuali orchestrati con la classica tecnica del montaggio alternato. Certo, alla fine i fanti bagnati fradici si somigliano tutti e lo spettatore finisce per confondere le linee narrative, ma è ben resa la paura del soldato davanti agli attacchi dal cielo e dal mare, quando a farti resistere è il puro istinto alla sopravvivenza. Belle le scene di duello aereo, condotte con grande professionalità e sicuramente più spettacolari delle claustrofobiche scene girate dentro le navi, dove troppe volte si rischia di fare la fine del topo. Eroici nella loro semplicità i cittadini britannici che per puro amor di patria misero a disposizione le loro barche e barchette, yacht compresi, per accogliere a bordo i soldati rimasti a terra. In questo modo si salvarono più di 300.000 uomini, pronti per le successive battaglie.

Un’impressione però ci è rimasta: questo film è figlio primogenito della Brexit. Anche se all’epoca gli inglesi uscirono dall’Europa perché espulsi, il messaggio profondo è: noi inglesi ce l’abbiamo fatta da soli nel 1940 e possiamo dunque farcela da soli anche ora.

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Dunkirk
di Christopher Nolan
con: Tom Hardy, Cillian Murphy, Mark Rylance, Kenneth Branagh, James D’Arcy, Harry Styles, Aneurin Barnard, Jack Lowden, Barry Keoghan, Fionn Whitehead, Charley Palmer Rothwell, Elliott Tittensor, Brian Vernel, Kevin Guthrie
USA, Gran Bretagna, Francia
2017, 106 min
Distribuzione: Warner Bros.

http://www.warnerbros.it/speciali/dunkirk/sito/

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