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COLLIGITE NE PEREANT (raccoglieteli perché non vadano perduti)

«I musei sono spazi democratizzanti, inclusivi e polifonici per il dialogo critico sul passato e sul futuro. Riconoscendo e affrontando i conflitti e le sfide del presente, custodiscono artefatti ed esemplari nella fiducia della società, salvaguardano memorie diverse per le generazioni future e garantiscono pari diritti e pari accesso al patrimonio per tutte le persone. I musei non sono a scopo di lucro. Sono partecipativi e trasparenti e lavorano in collaborazione attiva con e per diverse comunità per raccogliere, preservare, ricercare, interpretare, esibire e migliorare la comprensione del mondo, con l’obiettivo di contribuire alla dignità umana e alla giustizia sociale, all’uguaglianza globale e al benessere planetario »

Con queste parole ICOM, la principale organizzazione internazionale che rappresenta i musei e i suoi professionisti, annunciava nel 2017 la volontà di ridefinire il suo statuto approvato nel 2007, che definiva il museo nel seguente modo:

    “Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società, e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali ed immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, e le comunica e specificatamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto.”

ICOM Italia aveva partecipato assieme a 115 paesi all’appello del MDPP (Standing Committee on Museum Definition, Prospects and Potentials) proponendo una sua definizione di museo. Ne erano state presentate 269.

    “Il Museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, accessibile, che opera in un sistema di relazioni al servizio della società e del suo sviluppo sostenibile. Effettua ricerche sulle testimonianze dell’umanità e dei suoi paesaggi culturali, le acquisisce, le conserva, le comunica e le espone per promuovere la conoscenza, il pensiero critico, la partecipazione e il benessere della comunità.”

Il finale? Una bufera. La politicizzazione della funzione del museo “per adeguarla al linguaggio del XXI secolo” (Jette Sandhal, direttrice del Museo di Copenhagen e chair del comitato ICOM) non è piaciuta e fra il 70% dei membri ancora non si è trovato un accordo, mentre le dimissioni di molti membri hanno confermato le spaccature interne. Nell’intento di Sandahl e della “sinistra museale” le istituzioni museali dovrebbero aprirsi alle crescenti “richieste di democrazia culturale”, facendo del patrimonio materiale e immateriale accumulato una occasione di critica – e autocritica – delle politiche culturali dominanti. In tal senso, secondo Sandahl, «la definizione di museo deve essere storicizzata, contestualizzata, denaturalizzata e decolonizzata».

Leggendo il testo con gli occhi disincantati di chi nei musei ci lavora, sorprende questo tono messianico, saturo di onnIcomprensive enunciazioni di principio che comunque nessun paese autoritario sarebbe capace di accettare senza chiuder tutto. E se invece dell’ICOM il documento l’avesse stilato papa Francesco? Provate a sostituire “museo” con “chiesa” e non vi accorgerete della differenza. Ma se una definizione circoscritta a un specifico ambito scientifico diventa un’inclusiva frase alla moda, allora vuol dire che qualcosa non funziona. Forse si è messa troppa carne al fuoco: per estendere il senso e  la funzione del museo se ne ottunde il carattere specifico, esclusivo, né questo aiuta un direttore di museo nella gestione ordinaria: al momento di chiedere i fondi o far approvare un progetto, egli potrebbe chieder tutto e il contrario di tutto, ma anche vedersi bloccare un progetto elitario e poco inclusivo, perché tutti i musei dovrebbero dimostrare di rientrare nei criteri della nuova definizione. Vediamoli.

L’esame linguistico del testo individua una serie di termini pertinenti alla vita politica e sociale: il museo è democratizzante (promuove e ostenta sentimenti democratici), inclusivo (valorizza le differenze e offre a tutti le stesse possibilità di crescita civile) , polifonico (unisce voci diverse per suonare e cantare insieme in modo armonico uno spartito condiviso), dialoga criticamente tra passato e futuro,  riconosce e affronta i conflitti e le sfide del presente (obiezione: il museo per definizione conserva testimonianze del passato, il presente non essendo ancora storicizzato). Custodisce artefatti (oggetti prodotti dall’uomo) ed esemplari (campioni, magari da prendere a modello; non è chiaro l’accostamento dei due termini ) “nella fiducia della società” (virgolette mie: il testo inglese recita in trust for society, il che è più chiaro). Diverse sono le memorie per le generazioni future; son garantiti pari diritti e pari accesso al patrimonio per tutti, in linea con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. I musei poi sono partecipativi e trasparenti, quindi gestiti mediante la partecipazione e in modo trasparente (magari! ndr.) e infatti lavorano in collaborazione attiva con e per diverse comunità (il pensiero per il diverso è ossessivo). Il termine collaborazione attiva traduce l’inglese active partnership, ma nei documenti UE non ha una traduzione univoca: partenariato attivo, collaborazione attiva, partnership attiva, sinergie attive, compartecipazione estesa (fonte: eur-lex.europa.eu). Il capoverso finale è prolisso: raccogliere, preservare, ricercare, interpretare, esibire e migliorare la comprensione del mondo (e perché non piuttosto la storia di una cultura, di una civiltà, di una nazione?) con l’obiettivo di contribuire alla dignità umana e alla giustizia sociale, all’uguaglianza globale e al benessere planetario. Premettendo che molti standard ormai erano già realtà (accessibilità, finalità sociale, abbattimento delle barriere architettoniche, funzione didattica), potremmo dire lo stesso parlando di una scuola, di un centro di ricerca sui cambiamenti climatici, della Casa del Popolo, di GreenPeace o di un orfanatrofio femminile in Somalia.  E’ un  problema di semantica: se i termini usati non sono esclusivi della realtà museale, ma comuni ad altri ambiti o istituzioni, dove risiede dunque lo specifico del museo? Per i Greci, era l’istituzione protetta dalle Muse e per questo esclusiva e sacra, mentre la definizione attuale sembra una fuga in avanti verso funzioni alle quali il museo può concorrere, ma snaturando la sua funzione originaria: conservare per valorizzare e trasmettere. Non a caso, a opporsi a questa nuova definizione sono stati soprattutto i musei europei ritenendola troppo ideologica, mentre quelli africani e sudamericani- chehanno poco da conservare ma molto da dimostrarel’hanno promossa, in modo analogo alla Teologia della Liberazione.Purtroppo la definizione proposta non risponde nella forma ai criteri minimi di una definizione circoscritta chiara, breve e applicabile in tutti i contesti culturali e normativi interessati. Una nuova definizione deve ribadire la necessità della conservazione della molteplicità delle esperienze dell’umanità ma al contempo indicare una direzione di sviluppo non tanto “sostenibile”, quanto praticabile.

Per concludere, si pongono almeno due ordini di problemi: l’applicabilità della definizione di museo quale ora definita e la sua stessa base ideologica. Un museo non solo va caratterizzato rispetto ad altri istituti culturali, ma va anche gestito, per cui si deve anche valutare il ruolo che la definizione assume nel momento in cui entra nelle legislazioni nazionali e conduce a conseguenze non sottovalutabili anche dal punto di vista operativo. Il museo è già di suo una macchina di produzione ideologica, e politicizzarlo ulteriormente ne complica solo la gestione. E qui entriamo nel secondo problema: davvero un museo è quell’istituzione inclusiva che contribuisce alla dignità umana, alla giustizia sociale, all’uguaglianza globale e al benessere planetario? Un museo intanto è selettivo per sua natura e deve aver sottesa un’ideologia capace di dare un valore agli oggetti conservati. Questo valore non è univoco: l’ISIS ha distrutto tante opere d’arte in quanto esse per loro erano idoli pagani. Dietro ogni museo c’è uno stato o una nazione, i cui confini sono spesso arbitrari o frutto di guerre. Il destino storico di un popolo è solo un mito politico del nazionalismo di turno: ogni stato nazionale crea artificialmente una propria mitologia delle origini (per noi italiani la Romanità esaltata dal Duce, Alessandro Magno per l’attuale Macedonia del Nord ) valorizzando alcuni episodi, scartandone o rimuovendone altri e negando l’identità delle minoranze. Lo stesso avvenimento storico ha valenze diverse secondo la comunità di riferimento (andate a Vienna al Museo di storia militare: Custoza e Caporetto sono vittorie austriache), niente è scelto a caso: i musei aiutano a costruire l’identità collettiva e quindi non possono essere neutrali. Specialmente i musei di storia moderna sono condizionati dalla politica e quelli di arte antica – spesso frutto di spoliazioni coloniali – danno per scontata la superiorità di un modello culturale sugli altri e il relativismo culturale sposta solo i confini del problema e moltiplica i centri di potere. C’è sempre un conflitto nel modo di interpretare la medesima realtà, e alla fine c’è sempre chi decide per gli altri, quindi nessuno si illuda che il Museo possa essere un’inclusiva macchina per contribuire al benessere planetario. E’ semplicemente uno strumento a cui non deve essere chiesto di cambiare il mondo, ma di trasmetterne la cultura accettandone i compromessi.


Beni culturali: UN FARO CON TANTI FILTRI
http://www.motodellamente.eu/arte/beni-culturali-un-faro-con-tanti-filtri/

Penne: l’Arte Moderna

Sono capitato a Penne quasi per caso. Sapevo che era stato inaugurato il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea (Mamec). Così appena entrato in questo, apparentemente, piccolo Museo, mi sono subito accorto della sua funzionalità. La gentile Persona che stava alla biglietteria, mi ha fatto da guida. Sono venuto a sapere così che era stato inaugurato nel 2011 dopo una serie di lavori di ristrutturazione, che hanno mantenuto i pavimenti originari attraverso un sistema veramente valido senza per questo operare interventi o demolizioni sulle murature. Così tiranti distribuiti in ogni stanza hanno fatto parte di quella scelta conservativa e, debbo dire, innovativa. Infatti, tutte le integrazioni necessarie hanno trovato collocazione al di sopra dei pavimenti esistenti coperti da una nuova pavimentazione in legno che nasconde tutto. La piattaforma, che è staccata dalle pareti, diventa un elemento aggiunto con parti apribili per la manutenzione. L’allestimento museale ha poi completato l’opera, attraverso elementi scatolari e pannellature idonee. Ogni stanza contiene un sistema di climatizzazione, illuminazione, sicurezza e antincendio. L’ultima stanza, a mio avviso, è particolarmente interessante perché allestita da pannellature scorrevoli con funzione di deposito per i quadri che sono visibili al pubblico. Stesso discorso è stato reso valido per le opere grafiche contenute in apposite cassettiere fruibili al visitatore.

La raccolta comprende pitture che vanno dal vedutismo di fine Settecento fino alla grande pittura napoletana. La ricca collezione Galluppi ci fornisce un quadro importante della pittura dell’Ottocento e della prima metà del Novecento. Tra le opere i fratelli Palizzi, Antonio Mancini, Filippo De Pisis e Mario Mafai. Nelle bellissime sale oggi è possibile ammirare anche le opere di Remo Brindisi e della collezione Fabrizio-Savini. Oltre alle opere già citate risultano esserci i ‘Costumi romani’ di Bartolomeo Pinelli, il ‘Busto di donna’ di Vincenzo Gemito, una ‘Veduta di Orvieto’ di Michele Cammarano e uno scrittoio di Filippo de Pisis. Inoltre una sezione di opere a soggetto religioso tra il XIV e il XVII secolo.

Farebbero bene, architetti e allestitori, in vena di particolari soluzioni originali, cercando con la giusta umiltà, a visitare questo Museo veramente all’avanguardia.

Un Museo dove contenitore e contenuto si valorizzano a vicenda, a differenza di grandi esempi dove il contenitore la fa da padrone sminuendo ciò che contiene. Ma so bene che l’umiltà, a volte, male si sposa con la visione individualista di certi ‘innovatori d’ambiente’ e allora consiglio a tutti voi, persone normali, di andare a visitare questo splendido Museo poco distante da Pescara.

Godibilissima visita a tutti.

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MAMEC – Museo di Arte Moderna e Contemporanea

via Muzio Pansa, 37-39

Penne (Pescara)

Orario:

dal martedì a domenica

dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 18.30

dal lunedì al sabato

dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 18.30

domenica è chiuso

Ingresso:

intero 5,00 €, ridotto 2,50 €

Informazioni:

tel. 085/8210160

Sito web

05 Musei Penne - Museo Arte M Brindisi 05 Musei Penne - Museo Arte M Copertina catalogo 05 Musei Penne - Museo Arte M Mafai

Chieti: una visita al Guerriero

Anni fa (1997) mi recai a Chieti e dopo aver ottenuto le dovute autorizzazioni, mi cimentai nel riprendere, attraverso disegni e pastelli, il Guerriero di Capestrano che aveva stimolato la mia curiosità soprattutto per la sua ieraticità. È infatti una delle opere monumentali dell’arte italica compresa nel Museo Archeologico nazionale d’Abruzzo di Chieti.

La stessa atmosfera di anni passati l’ho ritrovata nel visitare oggi (2013) il rinnovato Museo di Chieti. Ospitato in una villa neoclassica fatta costruire dal barone Frigerj intorno al 1830, passò allo Stato nel 1959 divenendo l’attuale sede del Museo Archeologico.

Ma volendo parlare delle opere contenute nel Museo, farei un torto e un grossolano errore se mi concentrassi solo ed esclusivamente sulla nota scultura del VI secolo a.C. eseguita in un unico blocco o monolito di calcare. Infatti il Museo conserva sculture funerarie di età arcaica (VII – VI sec. a.C.). È in quest’ambito che viene esposto il Guerriero di Capestrano, unico esemplare arrivato a noi completamente integro. Raffigura un capo guerriero proveniente dal territorio dei Vestini, indossando armi e oggetti di ornamento. Ma come dicevo poco fa, oltre al famoso Guerriero, sono esposte sculture che provengono dal territorio abruzzese. Significativa è la statua colossale di Ercole della zona delle Terme di Alba Fucens. Siamo ancora al piano terra che comprende una parte della raccolta numismatica della Soprintendenza Archeologica dal IV sec. a.C. al XIX sec. d.C.

Personalmente non sono un cultore di numismatica e spesso ho notato che il pubblico va velocemente avanti per vedere altro. Se posso azzardare un consiglio, questa esposizione, articolata in dodici vetrine con pannelli esplicativi, va vista anche senza soffermarsi su ogni singola moneta; dedicare, infatti, un po’di tempo a questo tipo di espressione artistica serve per meglio comprendere i vari fenomeni storico-economici dell’Abruzzo.

Il Museo comprende anche la collezione Pansa. Archeologo, avvocato e storico italiano, per ben nove anni sindaco di Sulmona. Nella sua collezione, giunta in donazione al Museo nel 1954, figurano gioielli di età imperiale, vetri soffiati e oggetti del mondo femminile. Passando oltre, il Museo comprende anche testimonianze del popolo italico dei Vestini Transmontani della provincia di Pescara e di Penne; dei Vestini Cismontani dell’altopiano di Navelli, tra i massicci del Gran Sasso, della Maiella e della catena Velino-Sirente. Inoltre sono conservate sculture, bassorilievi, vasellame e altro dei Peligni nei territori di Scanno, Popoli, Cansano, Sulmona e altri luoghi; i Marruccini e i Carricini compresi nei territori della Maiella sud-orientale e del mare Adriatico, comprendente anche la stele di Guardiagrele.

Insomma c’è da divertirsi in questo rinnovato Museo, perché anche se ho visto in altri Musei archeologici oggetti simili, qui se vogliamo passare il nostro tempo per comprendere al meglio il territorio abruzzese, riusciamo a trovare tutte quelle fonti e informazioni utili all’accrescimento della nostra Cultura.

Cospicua visita per chi lo vuole.

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05 Museo Archeologico di Chieti Il Guerriero di Capestrano – pastello di Paolo Cazzella
Pastello di Paolo Cazzella del “Guerriero di Capestrano”

05 Museo Archeologico di Chieti GuerrieroMuseo Archeologico Nazionale d’Abruzzo

Villa Frigerj – Villa Comunale

via G. Costanzi, 2

Chieti

Orario:

da martedì a domenica

dalle 9.00 alle 20.00

 

Ingresso:

intero 4,00 €, ridotto 2,00 €

 

Informazioni:

tel. 0871.404392 – 331668

Sito web

http://www.archeoabruzzo.beniculturali.it/manda1.html

Una Galleria nel cuore di Roma

Se per un gioco tutto mio volessi mettere dentro un capiente frullatore:

– soggetti mitologici e biblici, attraverso gli affreschi rappresentanti fauni, pastori, centauri, arpie, grifi, fanciulli, sirene, chimere, tritoni, tori, geni alati, pavoni, cornucopie, sfingi, trofei, vessilli romani, cartigli e candelabri;

– frammenti di marmi e terrecotte, colonne corinzie, marmo greco fasciato, colonne di ametista;

– opere del Settecento romano, dipinti di Sebastiano Conca, Pierre Subleyras, Michele di Ridolfo del Ghirlandaio, Paolo Veronese, Jacopo Tintoretto, Guido Reni, Girolamo Muziano, Guercino, Pietro da Cortona, Salvator Rosa, Claude Lorrain, Annibale Carracci, Cosmè Tura;

– colori come giallo di Siena, rosso di Francia, verde Alpi, giallo antico;

– grandi specchiere con putti e fiori di Carlo Maratta e Mario dei Fiori (Mario Nuzzi), cornici intagliate e dorate, numerosi topazi, granati, ametisti, grisoliti, cammei antichi.

Musei Una Galleria nel cuore di Roma Galleria ColonnaPoi toccando un pulsante facessi girare il tutto e ripremendo lo stesso pulsante, come per incanto, ritornasse tutto a posto, mi ritroverei in quell’atmosfera gioiosa e solenne che risponde al nome di Galleria Colonna.

La storia del Palazzo Colonna, va dal XII al XV secolo attraverso il potere politico, militare e ecclesiastico, nelle figure di senatori e cardinali.

I Colonna, infatti, vengono creati marchesi poi vir princeps, Principi di Salerno, Duchi e Principi di Paliano, Duchi di Zagarolo, Principi di Galateo, Principi del Sacro Romano Impero e infine Grandi di Spagna.

Lo stemma del Palazzo e Galleria Colonna è proprio una colonna. Questa, infatti, collega il cielo e la Terra oltre a simboleggiare la potenza, la Vittoria e l’immortalità.

La Colonna del Palazzo Colonna, è presente fisicamente nella Sala della Colonna Bellica, eseguita su marmo rosso del Tenaro (fine sec. XVI), ma non solo, anche negli affreschi e in alcuni dipinti (“Allegoria della Forza” – Sebastiano Ricci), nonché in decorazioni parietali.

Ma per raccontarvi lo splendore, il fascino, il completo stordimento che danno le sale e gli appartamenti del Palazzo e della Galleria Colonna, proverò a fare alcune similitudini.

Quando entrerete nel cosmo dei Colonna, verrete attratti e vi stupirete come il bambino che vede per la prima volta il mare; come chi conosce per la prima volta la montagna.

Infatti, quando si viene a visitare la Galleria Colonna (nel pieno centro di Roma, vicino Piazza di Venezia), non solo bisogna munirsi di tanta pazienza ma soprattutto si deve essere consapevoli che una visita non basterà. Il consistente patrimonio artistico, vi dimostrerà il fascino di questa Galleria sita nel Palazzo Colonna.

Dottissima visione a voi tutti.

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Musei Una Galleria nel cuore di Roma A.Carracci

Galleria Colonna

Roma

Piazza SS. Apostoli, 66

Tel. 06/6784350

Aperta ogni sabato mattina dalle 9 alle 13,15 (ultimo ingresso)

via della Pilotta, 17 Roma (chiusura agosto)

Visita guidata facoltativa inclusa nel biglietto d’ingresso: alle ore 11,00 in lingua italiana e alle ore 11,45 in lingua inglese

Visite private su prenotazione

sette giorni su sette Tel. 06/6784350

Una Fondazione, un raro esempio di conservazione

L’ultimo discendente della Famiglia Querini Stampalia, il Conte Giovanni (1799 – 1869), lasciò in eredità, alla sua Venezia un anno prima di morire, lo storico palazzo.

Si realizzò, così, un raro esempio di conservazione dei beni di una famiglia di antichissime e nobili origini.

La Famiglia Querini, occupò ereditariamente l’area del potere perché faceva parte dei governanti, del patriziato, annoverata tra le dodici casate apostoliche fondatrici della città lagunare.

Il Titolo di Stampalia deriva dall’acquisto di un feudo dell’isola di Astipalea nell’Egeo nel XVIII secolo. Ma solo dal 1808 venne usato da Alvise Querini e da allora il doppio cognome è rimasto ad indicare prima la Famiglia, oggi la Fondazione.

La Fondazione ha allestito nel palazzo la Biblioteca, il Museo e un’area per esposizioni.

Lunga è la storia della sistemazione del Palazzo, sia nel suo interno che al suo esterno. Dal XVI secolo in poi, il Palazzo ebbe una serie di migliorie che crebbe, si sviluppò, si riarticolò e si abbellì nel tempo con annessioni di proprietà contigue e sopraelevazioni. Ma per arrivare più alla storia recente, tra il 1959 e il 1963, l’architetto Carlo Scarpa eseguì al piano terra un celebre restauro, la realizzazione di una sala per mostre, conferenze e un piccolo giardino interno.

È interessante, è doveroso venire alla Fondazione Querini Stampalia, per assaporare questo silenzioso angolo veneziano, per scoprire, anche, l’ulteriore riqualificazione dell’architetto ticinese Mario Botta avvenuta nel 1993. Mario Botta, molto legato alla Fondazione che passava, infatti, intere giornate in Biblioteca come fanno molti studenti, decise di donare il suo progetto.

Il suo intervento rinnovò profondamente la sede, spostando l’entrata al Palazzo da campiello Querini a campo Santa Maria Formosa. Così, mentre con il restauro del sottotetto e del terzo piano sono stati ricavati degli uffici e un’area per mostre e seminari, al piano terra sono stati creati spazi per un insieme di funzioni come bookshop, caffetteria, guardaroba, un’area per ospitare bambini e un auditorium.

Insomma una vera Perla, all’interno di quella magnifica Perla che è la città di Venezia.

Ma ora, vi voglio parlare del Museo. Ebbe origine attraverso l’esecuzione dei ritratti che Jacopo Palma il Vecchio fece ai nubendi Francesco Querini e Paola Priuli nel 1528. Seguiranno ritratti, tutti presenti nel Museo, di Marco Vecellio e di Sebastiano Bombelli, pittore questo di crescente successo chiamato anche a Palazzo Ducale. E poi, gruppi di busti marmorei ad opera di Michele Fabris detto l’Ongaro. Il soffitto della Galleria è di Sebastiano Ricci oltre a due nuclei, forse i più significativi della collezione, di Pietro Longhi.

Ma il Museo conserva ben sessantasette tele di Gabriel Bella, un pittore minore che tanto lavorò a Treviso.

So bene, che quando si parla di pittori minori l’interesse va scemando e non si ha la curiosità, invece, di scoprirne quelle qualità, che hanno lasciato un segno particolare, nella storia documentale di un luogo e anche nell’Arte.

Porre, infatti, interesse in Gabriel Bella vuol dire rivivere, attraverso le sue tele, le feste popolari, i balli, i teatri, le cerimonie ufficiali della Repubblica. E tutto questo nel Museo della Fondazione Querini Stampalia, la quale vedendo crescere i debiti del suo patrimonio, dalla metà del Settecento, si vedrà costretta ad una serie di disinvestimenti fino a costringere i proprietari a rendersi disponibili per la vendita. Intorno, però, al 1830 Giovanni sarà colui che risolleverà le sorti, creando la Fondazione.

Nel Museo sono conservati mobili settecenteschi e neoclassici, porcellane, biscuit, sculture e dipinti dal XIV al XX secolo, soprattutto di scuola veneta, tra specchi, lampadari di Murano e stoffe tessute su antichi disegni. Oggi il Museo offre al pubblico una dimora storica che ha mantenuto l’atmosfera di un tempo, aprendo anche ad iniziative come concerti ed esposizioni sia di arte antica che di arte contemporanea.

Le sale della Biblioteca mettono a disposizione dei lettori oltre trentaduemila volumi e quattrocento periodici correnti, anche se l’intero patrimonio bibliografico è costituito da oltre trecentoquarantamila volumi. Quattordici sono le ore di apertura, anche per onorare le volontà del conte Giovanni.

Ancora tanto altro sarebbe da descrivere, sull’intera Fondazione, come le Sale affrescate dal Guarana, la Sala di Giovanni Bellini, quella delle tavole antiche dipinte anche da Jacopo Negretti detto Palma il Vecchio, la Sala della Maniera, quella della Musica con le opere di Pietro Longhi, quella dei ritratti, la Sala dell’Ottocento e altre Sale ancora. Ma la descrizione non farebbe giustizia rispetto ad una visita personale.

Una visita felice e ricca a tutti.

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Fondazione Querini Stampalia Onlus

Santa Maria Formosa – Venezia

Tel. 041/2711411

http://www.querinistampalia.it/