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Kabul, la corsa al primato del terrore

Prosegue la gara dell’attentato in una Kabul sfibrata più che blindata. Non c’è check-point, controllo, cinta muraria o ‘cittadella proibita’ che non possa risultare violata da attentati a ripetizione. Stamane la capitale afghana ne registra il terzo in dieci giorni, quand’è ancora mobilitata a tamponare la pesantissima strage di sabato presso l’ospedale Jamhuriat, in pieno centro città, dove le vittime sono salite a oltre un centinaio. All’alba un commando, in quest’occasione dell’Isis che ha rivendicato l’azione  (secondo alcune fonti compiuta di fatto da alleati tattici) ha assaltato l’edificio dell’Accademia militare d’élite ‘Marshal Fahim’, situato nella zona nord-ovest della capitale. L’attacco è durato ore, provocando l’uccisione di 11 militari e 4 assalitori, due dei quali kamikaze. Fra i motivi dell’azione attribuita alla rete di Haqqani, sempre riottosa verso il potere centrale talebano, ci sarebbero “sanzioni” americane verso il gruppo. L’unica sanzione che i comandi del ‘Resolute support’ riservano ai turbanti sono i missili per uccisioni mirate. E nel ‘mors tua vita mea’ tornata a essere unica legge vigente nella quotidianità afghana, talebani ortodossi, dissidenti, miliziani Isis autoctoni e venuti da fuori rivaleggiano a suon di assalti contro militari e civili del luogo. Alla popolazione che ha avuto la fortuna di raggiungere i trent’anni torna alla mente l’assedio di Kabul di inizio anni Novanta, quando a scontrarsi per il potere erano i Signori della guerra, divisi in bande che si cannoneggiavano dai crinali delle montagne attorno alla capitale.

Come allora, e con le diversità apportate dalla tecnologia, i kabulioti girano con dei foglietti infilati nel kurta-paijama. Ci son scritti: numero di cellulare, indirizzo di amici e parenti, gruppo sanguigno. Lo racconta un cittadino afghano a un inviato di Al Jazeera, ricordando come questo appunto potrebbe risultare inutile o essere solo scaramantico. La pesantissima aria che si respira negli ultimi mesi, proprio nel centro città, conduce all’incertezza e al pessimismo cronici. Ci son giovani che confessano di guardare più alla morte che alla vita e c’è chi pensa che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo. Si vive sospesi, fra esplosioni e un ossessivo riecheggiare di sirene. Dopo attentati devastanti, alcuni dei quali anche senza rivendicazione (quello del 31 maggio 2017 che fece 150 vittime), di certe persone si presume la morte perché non è stato possibile identificarle, in più taluni corpi dilaniati non riescono ad avere neppure una degna sepoltura secondo la ritualità islamica. Nello scenario della geostrategia terroristica, che s’interseca con la geostrategia dei Paesi che praticano il terrorismo di Stato attraverso interventi diretti e indiretti, l’attuale conflitto fra talebani e Isis vede sostegni e burattinai nient’affatto sconosciuti. Le intelligence statunitense e pakistana in primo luogo. Quest’ultima s’è trovata scavalcata in molte delle operazioni americane degli ultimi anni, dallo scontro con Qaeda per l’eliminazione di Osama bin Laden ad Abbottabad (2010), alla ripresa dei colloqui coi talebani da parte del governo Ghani, sempre su suggerimento di Washington (2016).

La trattativa è stata l’ultima pietra traballante posta dall’amministrazione Obama prima di lasciare la Casa Bianca. E non ha prodotto effetti. L’anno di Trump è stato, come per tante mosse della sua gestione, confuso, tranne vagheggiare ritorni di guerra massicci annunciati con la mega esplosione della Moab. Ma la partita afghana, in ballo da un quarantennio, calamita altri interessi. Oltre quelli delle basi militari statunitensi, il Paese è terreno di conquista fra contendenti regionali, e mentre Iran e Turchia rivaleggiano nel Piccolo Medio Oriente, il Pakistan è il gigante del Grande Medio Oriente. Da parte sua la megalomane monarchia Saud, protettissima dagli Usa, interviene su entrambi i fronti, in genere coi vari volti del jihadismo, Qaeda e ora Isis. Islamabad, l’alleato nucleare che impensierisce Washington, sta sicuramente lavorando con la sua Inter Services Intelligence sul fronte afghano. Lo scorso anno ha ricevuto 1.3 miliardi di dollari statunitensi, li usa anche per foraggiare la galassia talebana, la più difficilmente sradicabile dalla terra dell’Hindū Kūsh. E vuole la sua contropartita, fra l’altro difficilmente identificabile, viste le spinte centrifughe presenti nella più grande nazione islamica (200 milioni di abitanti, in gran parte sunniti, ma anche con tendenze fondamentaliste deobandi, e comunque 30 milioni di sciiti). Ad arricchire il panorama, la ‘protezione’ cinese del sistema pakistano, per gli effetti economici che Pechino conduce nella propria geopolitica, che la vede molto interessata alle miniere afghane, tanto da avere ottenuto da oltre un decennio il primato di ricerca e sfruttamento del sottosuolo, ricco delle cosiddette terre rare (scandio, ittrio, cadmio, ricercate nell’alta tecnologia) e non solo.

Enrico Campofreda

Pubblicato 29 gennaio 2018
Articolo originale
dal blog Incertomondo
nel settimanale Libreriamo

Afghanistan, i pendolari del Jihad

Non è escluso che negli ultimi sanguinosi attentati contro la comunità sciita afghana di Kabul (venti morti il 29 agosto e quarantadue lo scorso 20 ottobre) ci sia la mano dei pendolari del Jihad, quelli che abitualmente attraversano in alcuni punti stabiliti il confine afghano-pakistano, lungo la storica linea Durand. Un tragitto gestito dalla Shura di Quetta e ormai noto alle polizie dei due Paesi, ma da esse ignorato. Le citate stragi sono state rivendicate dall’Isis contro cui la componente ortodossa dei talib si è  apertamente pronunciata. Però in quell’autostrada del traffico di miliziani, armi, droga e commerci vari può essersi inserito anche qualche dissidente sconosciuto perché, a detta di osservatori geopolitici locali, gli attentati rivendicati dalla Stato Islamico sono compiuti da ex talebani che usano il brand del Califfato. Sia costoro (ad esempio il gruppo del Khorasan) sia i più numerosi combattenti talebani fanno di quel confine poroso il proprio territorio. Nessun apparato di sicurezza sembra interessato a fermarne attraversamenti, flussi, scambi, e creazione di basi per addestramento, incontri, riposo e riabilitazione dei feriti. E’ una zona senza controllo terrestre che corre per 2.400 chilometri, toccando un terzo delle province afghane. Chi ha studiato geograficamente l’area cita ben 235 punti di possibile attraversamento, uno ogni 10 chilometri. Quelli usati ufficialmente dai mercanti locali sono una ventina, due con check-point presidiati: la cosiddetta Porta di Torkham, nell’area di Nangarhar e quella di Wesh-Chaman a sud verso Kandahar. Lì c’è dogana con tanto di poliziotti sui due lati inviati da Kabul e Jalalabad; non incorruttibili, ma presenti.

Però chi vuole evitare controlli, anche per la semplice merce legale come frutta e verdura, non dunque per oppio e derivati, sceglie altri passaggi. Che poi sono gli stessi da decenni, forse da secoli. Gli ultimi a usarli erano stati i mujahhedin islamici opposti alle truppe sovietiche intervenute in appoggio al governo del Pdpa e trattate da occupanti. Sigillare tanti passaggi significa disporre in quei punti migliaia di soldati e rifornirli periodicamente, esponendoli a quegli attacchi che vengono portati anche in vigilatissime aree urbane, figurarsi in lande sperdute. Perciò i governi dei due Stati non hanno mai imboccato questa strada, restando però tagliati fuori da una presenza sul territorio e da un rapporto con le sue popolazioni. Prevalentemente d’etnia pashtun e in molte aree legate da relazioni tribali centenarie, non a caso il Pashtunistan è considerato da molti clan un’entità assai più credibile degli Stati nazionali afghano e pakistano. Quest’ultimi, lì dove sono presenti con check point e uomini, mostrano verso la ‘lunga linea dello sconfinamento’ un comportamento opposto: tendenzialmente repressivo da parte di Kabul, seppure con risultati di sconsolante incapacità fino a confessarsi riluttante ad affrontare il problema. Benevolente sul lato di Islamabad, i cui agenti sembrano offrire il benvenuto ai turbanti e non solo per la comune fede islamica. Cosicché i transiti proseguono indisturbati con manipoli armati mescolati alla gente che commercia oppure traffica illecitamente.

Essere lì è sicuramente strategico, perché i talib stabiliscono relazioni con la popolazione, l’aiutano nel commercio legale e nel contrabbando, la ‘proteggono’ in cambio di tangenti o favori. I transiti di Bahramcham, a 300 chilometri a sud di Lashkargah, e quello di Badini, in una zona più centrale del confine nel distretto di Zabul, sono da una quindicina d’anni passaggi controllati esclusivamente dai talebani. Nessuna Enduring Freedom o Isaf Mission è riuscita a bloccarne la movimentazione. Solo l’uso dei droni ha raccolto qualche risultato, colpendo il bersaglio prescelto. Nel maggio 2016 c’è stato uno strike significativo quando è stato centrato il pick-up su cui viaggiava il leader Akhtar Masour, neo eletto dopo il lungo periodo in cui la famiglia talebana aveva celato la morte del mullah Omar proprio per superare le divisioni interne. Mansour attraversava il confine come un qualsiasi commerciante, fra gli stessi mercanti della tribù Eshaqzai, e i vertici talib sospettano che la Cia l’abbia individuato grazie alla lucrosa soffiata di uno di loro. Quell’operazione venne definita da Obama “un passo verso la pacificazione del Paese”. Una delle mille boutade del ‘presidente We can’. Dopo neppure due settimane tutti i talebani d’Afghanistan (dalla Shura di Quetta alla rete di Haqqani) eleggevano Hibatullah Akhundzada, un chierico molto più intransigente del precedente capo, che ha accelerato il disegno offensivo interno. Perché, ben oltre i piani della Casa Bianca e i sogni del replicante Ghani, il progetto di pacificare l’Afghanistan con un accordo deve fare i conti col disegno talebano di riconquistare il potere con le armi. Un percorso lungo, al quale comunque credono.

A fronte d’una propria strategia sempre più aggressiva nel Paese dell’Hindu Kush i turbanti si trovano a dover contenere politicamente le fughe verso il Califfato dei dissidenti del Khorasan o i Teerek del Waziristan e altri ancora, più o meno coperti, che seminano bombe firmandosi Isis. I talebani ortodossi, che puntano a un proprio governo, utilizzano la frontiera coloniale Durand, ma pensano alla nazione afghana più che a rincorrere i fantasmi del Pashtunistan. Ultimamente ricevono minor trattamento di favore da parte pakistana, che per anni gli ha consentito di addestrare guerriglieri e riversarli oltreconfine. Una benevolenza non del tutto spassionata da parte di Islamabad, visto che nelle sue mire di potenza regionale persiste l’idea di tenere i vicini nel caos per poterne trarre i vantaggi della possibile disgregazione territoriale. Tuttora permane in territorio pakistano qualche centro di cura per guerriglieri feriti, ma lo stato maggiore talebano per non trovarsi in difficoltà ha cercato alternative creando strutture in Afghanistan. La più adeguata dal punto di vista sanitario è a Nawa, nel distretto di Ghazni. E sebbene permanga il rischio d’essere infiltrati e traditi, come nell’ipotesi fatta sull’eliminazione di Mansour, si è programmato di collocare certe basi di addestramento e casematte non più in aree isolate, che diventano bersaglio facile e sicuro, bensì fra la popolazione usata come scudo umano. Non è detto che si evitino con certezza i raid dell’aviazione Usa, anche per quel che rivelano le accresciute cifre 2016 su vittime e feriti fra i civili, ma la tendenza degli ultimi tempi ha preso questa direzione. In Afghanistan la guerra prosegue, come sempre sulla pelle degli abitanti.

Pubblicato giovedì 26 ottobre 2017
Articolo originale

 

Islamia: Un Buco Nero che non si è ancora richiuso

Improvvisamente, alla fine del giugno 2014, Al-Baghdadi si incorona califfo ed annuncia la creazione dello Stato islamico, così l’Occidente si accorge che a cavallo della frontiera iracheno-siriana è comparso un buco nero.

Un buco nero che in tre anni ha sconvolto la vita di centinaia di migliaia di persone, intere famiglie distrutte, testimonianze di antiche culture ridotte in polvere, una generazione di minori traumatizzata.

Ora quel buco nero si sta per richiudere, ma la sutura sembra che non stia riuscendo, i vari affiliati si stanno disperdendo come un virus che non si è arrivati a circoscrivere. Si riconquistano i territori del fantasioso IS come Mosul, ma rimangono altri villaggi e città che continuano ad essere occupati con  popolazioni tenute in ostaggio.

Il premier iracheno Haider al-Abadi si congratula con le forze irachene, cantando vittoria sui terroristi “nemici di tutti i popoli civilizzati”, ma a Mosul sono presenti ancora alcune sacche di resistenza e ci sono 3mila civili, in gran parte bambini separati dai genitori, bloccati dai Foreign Fighters, da quei combattenti stranieri che non si sono potuti mescolare tra la popolazione per sfuggire alla cattura, facilmente riconoscibili per i caratteri somatici differenti ed ora votati alla morte.

Per evitare la nascita di una versione 2.0 del gruppo jihadista dell’Isis/Daesh, come suggerisce il generale statunitense Stephen Townsend nell’intervista rilascia alla BCC, il governo di Bagdad dovrà procedere ad una riappacificazione nazionale, dimostrando con la sua opera di voler rappresentare non solo la maggioranza sciita del paese, ma anche la minoranza sunnita.

Non si può cantare vittoria per una città liberata con le macerie e diventata una trappola esplosiva non solo per le bombe nascoste, ma anche bersaglio per gli attacchi con lancio di razzi, come viene evidenziato nel rapporto del CTC di West Point (Combating Terrorism Center at West Point).

Altri territori rimangono sotto il controllo dell’IS in Iraq: Hawija, a 130 km a sud-est da Mosul intorno a Tal Afar, a 65 km ad ovest ed a 250 km a sud-ovest, da Ana a Al-Qaim, nella valle del fiume Eufrate.

Mentre in Siria, sempre lungo l’Eufrate, una serie di città rimangono, oltre la roccaforte di Raqqa, dominio del fanatismo.

L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni dell’ONU (UN’s International Organisation for Migration) ha stimato che più di un milione di persone sfollate da Mosul est e ovest e più di 800.000 persone vivevano nei campi.

Una liberazione quella di Mosul, come di Aleppo prima, che ha rimaneggiato struttura urbana, lasciando ben pochi edifici ancora spettralmente in piedi, ben poco rimane riconoscibile tanto da poter essere ancora un punto di riferimento per non scambiare la città con un’altra.

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Qualcosa di più:

Islamia: accoliti con benefit

Medio Oriente: un buco nero dell’islamismo

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Curdi: Il difensore di ben altre frontiere

Nella guerra civile spagnola del ’36 e durante la Resistenza migliaia di giovani sono partiti come volontari per combattere armi alla mano il Fascismo e il Nazismo, ma oggi un giovane che rischiasse la propria vita per fare lo stesso sarebbe considerato uno spostato, un instabile mentale o nel migliore dei casi un disadattato sociale. Purtroppo la prima impressione è quella che conta, e Karim Franceschi – che pur ammiro – non riesce a convincermi: le sue purissime motivazioni ideologiche di figlio tardivo di un partigiano toscano classe 1927 sposato con una donna marocchina e amante della democrazia contro ogni fascismo sono qualcosa di anacronistico. Sia chiaro: ho il massimo rispetto di chi rischia di persona la propria vita invece di fare inutili cortei o firmare inutili petizioni, ma la sua esperienza resta ancora un caso isolato, visto che a fare la guerra noi ci mandiamo gli altri, e visto pure che i giovani non riescono ancora a odiare i tagliagole dell’ISIS più di quanto non sappiano fare con romanisti e laziali.

In realtà Karim, classe 1989, non ha mai fatto il militare e neanche si è iscritto a un poligono: tutto quello che sa sulle armi lo ha imparato sull’Internet. E’ sportivo, attivo nel sociale e in contatto con gruppi politici che aiutano i profughi e la resistenza dei curdi, di cui esalta il progetto politico democratico, egualitario e federalista. Vede nell’ISIS (che lui chiama IS o Daesh) una forza politica contraria alla pace, alla democrazia e alla tolleranza, e fin qui nessuno gli darebbe torto. Ma da qui a partire volontario per combattere in prima linea a Kobane assediata ce ne corre, e Karim lo fa. Non sa il curdo ma parla inglese e arabo (è nato e vissuto a Marrakech prima di tornare con la famiglia a Senigallia) e in fondo è una personalità borderline: troppo italiano in Marocco, troppo marocchino in Italia, ma difensore di ben altre frontiere. Varcare quella fra Turchia e Siria è facile, si direbbe che è fin troppo porosa, mentre quella vera passa per Kobane assediata, città fin troppo vicina al confine turco ma difesa dai soli curdi, visto che al governo turco fa comodo che qualcuno elimini sia i curdi che il governo siriano. Ma i guerrieri di Al Baghdadi a Kobane hanno trovato pane per i loro denti. A suo tempo ho descritto in un mio articolo il modo di fare la guerra degli arabi: tattica fluida gestita da piccoli gruppi ben addestrati, mobili e determinati, organizzati sulla base di rapporti personali. Ma è esattamente quello che fanno anche i curdi nei cui ranghi si arruola il nostro eroe. Al fuoco di copertura ci pensano gli aerei e i droni americani, mentre i collegamenti sono assicurati da radio, telefoni cellulari e staffette. L’organizzazione dell’Ypg (la milizia curda) è informale ma efficiente: le squadre dipendono da un capo e sono coordinate a livello superiore da un ufficiale esperto, ma è normale il passaggio di combattenti da un gruppo all’altro secondo le esigenze del momento. Le donne combattono da sempre come gli uomini e sono rispettate da tutti. Gli arabi le temono, anche perché essere uccisi in combattimento da una donna significa perdere il “bonus” delle vergini a disposizione in paradiso. L’armamento è buono – comprende anche visori notturni per i fucili – ma non ci sono mezzi pesanti, mentre Daesh ha pure cannoni e carri armati di fabbricazione russa. E la situazione a Kobane è disperata, tant’è vero che Karim viene addestrato in una settimana (!) e mandato in prima linea. I volontari stranieri non tengono famiglia, quindi sono i più esposti da entrambe le parti. Fatto sta che Karim se la cava sia nelle guardie che nel combattimento, anche se un fucile vero l’ha visto solo pochi giorni prima. Sente freddo, ha fame e dorme poco come tutti i soldati, ma dimostra di saper combattere e di essere disciplinato. Vede cadaveri ovunque, spesso mutilati dagli arabi (lo facevano anche i marocchini sul fronte italiano, ndr.). Ha comunque fortuna, perché alla fine tutto quello che ha visto può raccontarlo.

Già, ma come si combatte a Kobane? Il libro ci fornisce informazioni precise: nella città distrutta la linea di demarcazione fra le fazioni è labile e tra le macerie si combatte benissimo: il panorama è un continuo di cecchini in agguato, punti di osservazione, pattuglie di esploratori, guardie fisse. Di giorno e di notte vanno prevenute le infiltrazioni, mentre un attacco nemico (numericamente superiore) va contrastato immediatamente. E qui, dove non arrivano le bombe americane, è un frenetico spostamento da una zona all’altra, dove squadre coordinate via radio aggirano i palazzi o ci passano dentro per prendere il nemico alle spalle o dar man forte alla squadra in difficoltà. Nessuno sembra mai aver problemi di munizioni e tutte le armi a disposizione sembrano funzionare sempre. Ciononostante anche i nostri amici hanno perdite e anche Karim scopre cosa significa perdere un commilitone. Al resto si direbbe che faccia il callo, anche se non sempre va d’accordo con tutti. In fondo il suo reparto è stato messo su in pochi giorni e non sempre le motivazioni e le personalità del gruppo sono coerenti con le sue. Per fortuna i capi sono esperti e sanno trattare con i loro uomini: come in tutte le milizie tribali, le gerarchie nascono sul campo e non esistono sergenti. In più, ci sono forme assembleari dove tutti i guerrieri riuniti in circolo discutono dei problemi, una specie di consiglio degli anziani allargato. Sono tradizioni ancestrali, ma funzionano anche oggi.

Il salto di qualità Karim lo fa quando gli viene proposto di diventare un cecchino. Sull’argomento c’è ormai una ricca letteratura e cinematografia, quindi inutile dilungarsi, com’è inutile riportare le pagine dove si parla di munizionamento, tacche di tiro e correzioni balistiche. Karim è comunque freddo e preciso nel suo lavoro. Rimorsi? Pochi. Ecco un suo commento: “così il nazista domani non ucciderà il bambino ebreo”. E vai!

Alla fine, alla scadenza del visto turistico di tre mesi, “Marcello” (il suo nome di battaglia) potrà riavere il suo cellulare (intasato di messaggi) e riprenderà l’aereo da Istanbul. Tanto abbiamo capito che quella frontiera è un colabrodo a corrente alternata. Come abbiamo capito che – volontario per la libertà, mercenario, contractor o foreign fighter – chiunque può comprare un biglietto low cost e andare a combattere per qualche mese le guerre che gli eserciti regolari non sanno o non vogliono fare. Che armi e munizioni non mancano da nessuna parte, e in questo papa Francesco ha ragione da vendere. Ragione che sembra ormai merce sempre più rara.

Nota: l’autore donerà parte dei proventi del libro alla ricostruzione di Kobane. Il sito di riferimento, www.helpkobane.com non funziona, ma cercando “help Kobane” su google ci sono siti alternativi.

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Il combattente. Storia dell’italiano che ha difeso Kobane dall’Isis
Karim Franceschi, Fabio Tonacci
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2016, pp. 350.

Prezzo: € 17,00

EAN: 9788817085540

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L’ISIS e i gatti

olo-isis-e-i-gatti-gatto-islamMai più gatti in casa. La notizia di una fatwa – sentenza religiosa – emessa dallo Stato islamico a Mosul, roccaforte irachena del Califfato ora sotto assedio, arriva dal giornale inglese Daily Mail, che cita la tv satellitare Al Sumaria, che la riprende a sua volta da Iraqi News. Andiamo dunque alla fonte.

Testo: (IraqiNews.com) Nineveh – Al Sumaria News reported on Tuesday that ISIS issued a fatwa in Monsul <sic> to forbid indoor cat breeding. Al Sumaria News stated, “The so-called Islamic State’s Central Fatwa Committee issued a fatwa (Islamic legal decree) prohibiting the breeding of cats inside houses in Mosul.” “ISIS called on the residents of Mosul to obey the fatwa and not violate it,” Al Sumaria explained. “ISIS issued dozens of fatwas in Mosul based on its vision, ideology and beliefs,” Al Sumaria added. The Islamic State group (ISIS) relies on a central committee to issue fatwas; it is comprised of influential clerics and figures from the terrorist group.

Dunque la notizia l’ha data per prima la rete televisiva Al Sumaria, la quale ha un sito ufficiale in arabo e in inglese.

Questa rete televisiva è molto professionale e relativamente liberale:

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le speaker p.es. non sono velate, e solo a scorrere i titoli scopriamo che il mondo islamico è molto meno schematico e rigorista di quanto siamo abituati a pensare. Inoltre, il sito è pieno di servizi giornalistici trasmessi da zone dove noi occidentali abbiamo pochi corrispondenti, quindi anche in futuro vale la pena di seguire questa rete simile ad Al-Jazeera. Non sono riuscito però a trovare la notizia sui gatti, anche se è registrata una buffa fatwa dell’Arabia Saudita che vieta dal 2015 i pupazzi di neve perché simili a idoli antropomorfi. Dove trovano la neve per farli non lo spiega. Questo però dà l’idea dello spirito che anima la rete televisiva: rispetto della religione islamica ma spirito liberale. Per saperne di più sulla proprietà, sulla redazione e sui paesi coperti c’è Wikipedia (voce solo in inglese e arabo)

E a rileggere il comunicato riportato da IraqiNews si dice che di fatwe l’Isis ne ha sfornate a dozzine e che a deciderle è un ristretto gruppo di chierici e capi terroristi.

Le principali testate italiane hanno quindi amplificato la notizia, parlando di caccia e sterminio felino dopo la direttiva impartita dagli uomini del califfo Abu Bakr al Baghdadi. In realtà Mosul è sotto assedio e a pochi giorni dalla battaglia finale gli uomini dell’Isis hanno ben altro da pensare che andar per gatti.

olo-isis-e-i-gatti-schermata-2014-08-26-alle-14-15-13-770x721-copiaAllora è una bufala? Visto che nessuno può andare oggi a Mosul a controllare, proviamo a ragionare. Intanto si parla di divieto ma non di strage felina. Strano: il gatto non è per l’Islam un animale impuro, come il cane o il maiale. Il presidente afghano Karzai si lamentava con i soldati americani perché entravano a rastrellare le case introducendo i cani, un’offesa grave per loro ma incomprensibile per noi. Purtroppo non m’intendo di teologia o diritto islamici e quindi non posso dire nulla sui gatti, ma è anche vero che l’Isis ha p.es. trasformato quest’anno il ramadan, mese della preghiera, del digiuno, della meditazione e della purificazione in un mese di guerra santa agli infedeli. E’ una radicale innovazione – eretica o fondamentalista – che dovrebbe aver suscitato anche discussioni all’interno dell’Islam stesso. E i gatti? Non è rara all’interno dell’islam la tendenza a smorzare quei tratti culturali che possono essere sentiti come identità altra rispetto alla loro. E qui più che il Corano conta la stratificata tradizione del diritto consuetudinario islamico, fatto di migliaia se non milioni di sentenze, detti, prese di posizione dei saggi e leggi tribali.

Ma il problema è che l’informazione da noi si è fatta subito propaganda: delle vittime civili nello Yemen o ad Aleppo o a Mosul infatti poco ce ne cale, ma guai a toccare gli animali. E qui voglio aprire una parentesi forse sgradita.

“Poche idee, primitive, ma ripetute di continuo e amplificate dai moderni mezzi di comunicazione”. Non è la descrizione dell’ISIS ma del nazismo, fatta a suo tempo da George Mosse, il maggiore storico della moderna storia politica tedesca. Mentre verso il nazismo la gente normale prova una repulsione istintiva (perlomeno dopo aver visto le immagini dei campi di sterminio o di altri crimini di guerra), lo stesso non si può dire delle violenze perpetrate dal c.d. Califfato nelle zone occupate. C’è da parte della gente comune un atteggiamento misto d’indifferenza, rassegnazione e paura, ma non odio o rigetto. Eppure in televisione e in rete abbiamo visto di tutto, dagli sgozzamenti degli infedeli alla distruzione dei villaggi, dai proclami violenti alla guerra santa, dall’addestramento dei bambini alle bandiere nere. Forse che una parata della Hitlerjugend era diversa? Eppure le reazioni non sono le stesse, anche se è vero che il nostro odio verso il nazismo è maturato dopo una guerra europea e settant’anni di educazione scolastica e civile. Si direbbe invece che l’islamismo radicale non sia stato ancora metabolizzato al punto di creare anticorpi.

Uno dei motivi è sicuramente la distanza culturale. L’Islam è l’ultima grande religione monoteistica e si pone come superamento dell’ebraismo e del cristianesimo, ma delle tre è in realtà la più arcaizzante, e il tentativo dell’ISIS di riportare l’Islam alle sue origini – in realtà è un mito politico – peggiora le cose, visto che la modernità non può essere governata con le leggi che si erano dati gli allevatori nomadi mille se non duemila anni fa.

L’altra osservazione è che il dissenso non ha la reale possibilità di esprimersi in modo corretto. Partiamo dall’espressione “islamofobia”. Perché mai un atteggiamento politico dev’essere ascritto a categorie legate alla psichiatria? Chi dissente è forse un instabile mentale o un “asozielle Element”, come dicevano i nazisti? Nessuno ha mai definito Togliatti e Pertini “fasciofobi”. Come si vede, etichettare il dissenso non porta molto lontano ma fa comodo. Ma nel momento in cui i vari governi occidentali mantengono una sostanziale ambiguità verso chi finanzia il terrorismo internazionale o temono per l’incolumità dei depositi bancari prima ancora che di quella dei cittadini, mantenere basso il livello della polemica è strategico.

Terzo elemento, l’ambiguità di una certa “intelligencija”. I movimenti islamisti sono nati come anticoloniali, a cominciare dai Fratelli Musulmani, che in Egitto sono attivi e ben strutturati almeno dagli anni ’30 del secolo scorso, quindi hanno avuto la benedizione delle forze democratiche internazionali. La rivolta antioccidentale usa la religione in realtà da pochi anni, ma qualcuno sembra essersi dimenticato del laico marxismo-leninismo e sottovaluta l’estraneità della strumentalizzazione religiosa nella costruzione della modernità. In più, l’Islam tutto è meno che una cultura subalterna da proteggere. E’ una contraddizione dalla quale non si è ancora usciti.

Infine, i sensi di colpa per gli errori culturali e strategici recenti: cosa vuole dire “Islam moderato”? E in Siria chi sono realmente i guerrieri finanziati dagli USA? Tutti sappiamo che i Talebani sono stati creati proprio da loro per combattere i sovietici, salvo poi pentirsene amaramente. Se dalla Siria all’Iraq è saltato l’equilibrio raggiunto negli anni ’20 del secolo scorso – equilibrio fissato dalle potenze europee – questo si deve anche all’invasione dell’Iraq e l’incapacità di governarlo realmente o di renderlo autogovernabile. Anche le primavere arabe hanno visto troppi attori esterni entrati in massa e male. Quindi per ora nessuno sembra legittimato a dire l’ultima parola.

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Qualcosa di più:

Islamia: accoliti con benefit

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Un anno di r-involuzione araba

Primavere Arabe: il fantasma della libertà

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Donne e Primavera araba. Libertà è anche una patente

Mediterraneo megafono dello scontento

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