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MEDITERRANEO, un mare di molti altri

Si può parlare del Mediterraneo senza pregiudizi, tenendo conto di tutte le dinamiche che lo agitano – esattamente – da migliaia di anni? Ovviamente no, ma si può provare a superare schemi acquisiti e aprirsi a nuovi linguaggi. Ci provano Iain Chambers e Marta Cariello, entrambi attivi negli atenei di Napoli scrivendo a quattro mani La questione mediterranea. Trattandosi di un testo universitario, un editing più rigoroso avrebbe aggiunto una bibliografia e soprattutto avrebbe livellato lo stile, involuto e ideologico e forse anche tradotto male quello di Chambers, più agile quello della Cariello, a cui sicuramente si devono nel capitolo “Memorie e archivi” le belle pagine sulle poetesse e sulla donna mediterranea in generale, storico spartiacque tra la donna emancipata (Europa) e quella velata (Islam). Ma lo stesso discorso europeo non è univoco, su di esso convergono tante storie, ideologie e culture alle quali il testo cerca di dare eguale dignità, smontando nel contempo le strutture di potere che strutturano la geografia e le gerarchie fra culture, senza per questo arrivare a professare un comodo relativismo. L’impostazione ideologica è anticolonialista, al punto di definire Israele “una colonia residenziale”, senza peraltro riconoscere nelle culture non europee gli stessi meccanismi di pratica della violenza. Davvero la conquista araba dell’Egitto o l’espansionismo dei turchi Ottomani verso l’Ungheria e nei Balcani si è svolto secondo dinamiche diverse da quelle dei Francesi in Algeria? Alla base di un’espansione militare, politica e religiosa c’è sempre un’idea di superiorità, un razzismo giustificato da una religione o semplicemente dal successo sul terreno. Si cita Anna Arendt e le sue origini del totalitarismo:  l’Iliade è “ il poema della forza” e i Greci sbarcati a Cuma hanno ucciso gli indigeni, ma ogni migrazione dell’antichità era armata, e per dire che Enea è un migrante ci voleva solo Papa Francesco. Il cosmopolitismo di alcune metropoli – Costantinopoli, Alessandria – nascondeva anche gerarchie, spazi esclusivi e quartieri “europei”, anche se il nazionalismo turco e panarabo fanno rimpiangere la realtà descritta da Orhan Pamuk. Ma se la multiculturale Salonicco è stata ormai “grecizzata”, perché allora non parlare del pogrom di Instanbul del 1955 contro i residenti greci e armeni? Poco invece si parla di alcune forze che hanno invece favorito lo scambio tra civiltà diverse: a parte gli ebrei nel medioevo, neanche una parola viene spesa per l’Impero Romano d’Oriente, che è durato mille anni e ha fatto da ponte per tre continenti. Comunque ha ragione Chambers quando nota che parlare di Medio, Vicino ed Estremo Oriente significa parlare da Londra. Anche nomi più recenti sono prodotti del Potere (1). La geografia è espressione dello Stato e forse per questo in Italia non viene più insegnata a scuola.

Fanno però bene gli autori a fare il punto sugli studi classici sul Mediterraneo, che conta autori del rango di Henri Pirenne, Predrag Matijevic, Fernand Braudel, David Abulafia, (2). Puntuale l’analisi e anche la critica: Abulafia p.es. conta solo l’apporto dei Fenici e trascura altre culture. Ormai pochi credono ancora agli Ariani che con armi di bronzo e cavalli al galoppo hanno invaso l’Europa (3): sappiamo che la civiltà è arrivata lentamente dall’Asia e dall’Africa trasformandosi (il Ratto di Europa ne è la metafora perfetta) ed è un peccato che gli autori non citino Atena Nera di Martin Bernal (1987), una brillante anche se discutibile (sul piano della filologia) critica dell’Eurocentrismo. Citano comunque Giovanni Semerano (pag. 47 e nota 36), studioso dalla solida cultura linguistica (vedi nota 3) e attento analista di nomi e toponimi mediterranei. Certo, ancora fino alla seconda Guerra Mondiale ammettere che la civiltà europea doveva qualcosa a semiti ed africani era una bestemmia anche pericolosa per chi la pronunciava, ma oggi per fortuna i tempi sono cambiati e l’apporto di nuove scienze – penso all’analisi genetica – lascia meno spazio all’ideologia. Ma c’è sempre lo spettro dello storicismo razzista ad agitare le acque di un mare di fatto colonizzato dall’Europa, almeno da quando i cannoni delle navi inglesi e olandesi hanno ridotto nel XVII secolo l’egemonia ottomana e la Francia si è dedicata alla sponda africana. L’Italia purtroppo ha perso la sfida con la Storia: superata l’epoca dell’Impero Romano, poteva diventare egemone ma non lo è mai stata e resta subalterna, pur avendo una posizione geografica la cui importanza strategica è intuitiva. Ma anche adesso assistiamo da parte della politica italiana a goffi tentativi di arginare un esodo epocale che porterà comunque a nuovi equilibri. Napoli in questo senso può essere un interessante laboratorio: è una città del Mediterraneo ma non gravita come Genova o Trieste verso l’Europa continentale.

Ma a questo punto il pregio del libro è di averci aperto comunque un mondo, non solo invitandoci a rivedere le nostre categorie culturali – il migrante è il simbolo del Mediterraneo, non lo scarto –  ma parlando anche di autori mai tradotti in italiano, al massimo in francese, il che dimostra ancora una volta il nostro provincialismo. A pag. 70 si parla di centinaia di poetesse nel canone letterario arabo. Ma si parla diffusamente anche di tanti altri autori, come lo storico arabo Ibn Khaldoun (1400), la berbera (pardon, tamazight) Fatima Sadiqi. Si citano anche film poco o per niente noti sull’emigrazione (il regista Dagmawi Yhmer, chi è?), la cui conoscenza potrebbe integrare il nostro punto di vista – penso a Io Capitano di Garrone –  con quello loro. Purtroppo la mancanza di una bibliografia generale non aiuta il lettore.

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Note:

  1. Vedi p.es. L’invenzione del Sahel.Narrazione dominante e costruzione dell’Altro /  Jean-Loup Amselle. Meltemi editore, 2023.
  2. Ma stranamente non viene citato Luciano Canfora e il suo Mediterraneo, una storia di conflitti. Castelvecchi editore, 2016
  3. La favola dell’indoeuropeo / Giovanni Semerano. Bruno Mondadori, 2005.

La questione mediterranea / Iain Chambers, Marta Cariello


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di Iain Chambers e Marta Cariello
Mondadori Università, 2019

Pagine: VIII-152 p.
EAN: 9788861847002

Prezzo: € 12,00


Mediterraneo: Egemonia dell’Egeo

In questo momento la Turchia di Erdogan è in piena politica di espansione geopolitica nel Mediterraneo e l’Italia sta a guardare, rimproverando all’attuale ministro degli Esteri l’abbronzatura piuttosto che la sua inconsistenza. Eppure c’è stato un periodo in cui l’Italia non solo ha combattuto una prima volta  l’Impero Ottomano con la guerra di Libia e l’occupazione del Dodecaneso (1911-12), ma nel 1919 ne ha addirittura occupato una parte in Asia minore, ritirandosene solo nel 1922. Una proiezione di potenza impensabile oggi, dovuta a circostanze eccezionali, ma tutto sommato una pagina di storia italiana poco nota, che vale invece la pena di riesumare per la sua attualità. La storia ci riporta alla fine della Grande Guerra, con la disgregazione di tre imperi: germanico, austro-ungarico e ottomano. Quest’ultimo, pur difendendosi bene sui Dardanelli, alla fine della guerra perse le sue componenti arabe e africane, più l’Armenia cristiana ed era quasi sul punto di veder nascere alle frontiere uno stato curdo. In sostanza gli equilibri post-bellici seguivano il patto segreto Sykes-Picot (dal nome dei due negoziatori, uno inglese e francese l’altro), che assegnava il mandato sulla Siria alla Francia e la Palestina più la Mesopotamia agli Inglesi, tradendo di fatto il nazionalismo panarabo pur appoggiato dagli inglesi stessi (ricordate Lawrence d’Arabia?). Segreto e discutibile, era un patto che comunque avrebbe regolato per un secolo l’equilibrio del Medio Oriente, assente in questo caso il presidente americano Wilson, che ben altri guai avrebbe causato con le sue confuse idee in materia di nazione e autodeterminazione dei popoli. Le pretese italiane nell’Adriatico e in Asia minore risalivano comunque al Patto di Londra (1915); davano per scontata lo smembramento degli imperi centrali, ma non potevano prevedere l’intervento del presidente Wilson, l’ostilità franco-inglese verso un Mediterraneo “italiano”, e soprattutto nessuno metteva in conto il peso dei futuri nazionalismi: slavo, albanese e turco. La politica estera italiana alla fine riuscì solo a ottenere il Brennero, giustificato da reali motivi strategici (ancora nel 1943 i tedeschi occuparono l’Italia passando da quel valico), mentre poco o nulla ottenne in Adriatico. Il controllo sul Dodecaneso garantiva invece una buona base per la costa turca, e infatti da lì partì il corpo di spedizione che occupò la zona di Adalia, dove era registrato un interessante bacino carbonifero. Anche se prevista dal Patto di Londra del 1915, l’iniziativa italiana apparve come un colpo di mano per compensare la “vittoria mutilata” in Dalmazia; irritò Francesi e Inglesi e soprattutto il governo greco, estraneo a quel patto e che aspirava ad occupare parte dell’Anatolia. In assenza della delegazione italiana capeggiata dal presidente del consiglio Orlando, alla conferenza di pace di Parigi, la Grecia riuscì ad ottenere dal Consiglio Supremo il permesso di intervenire sulla costa egea dell’Anatolia. Il 15 maggio 1919, pertanto, l’esercito greco operò uno sbarco a Smirne. L’attrito con l’Italia fu risolto con un accordo segreto (ancora un altro!) sottoscritto il 29 luglio 1919 dal nostro Tittoni e dal greco  Venizelos, in cui l’Italia rinunciava a Adalia e alle isole del Dodecaneso salvo Rodi, in cambio dell’appoggio greco a un mandato italiano sull’Albania. Tale accordo, peraltro, fu denunciato dal successivo Ministro degli esteri italiano Carlo Sforza (giugno 1920), né gli Albanesi (mai chiamati in causa) lo volevano. La Conferenza di Pace di Parigi per queste zone si risolse nel Trattato di Sèvres (10 agosto 1920), che riconosceva all’Italia una zona di penetrazione economica su Adalia e dintorni, oltre al possesso del Dodecaneso, e l’occupazione greca di Smirne e i suoi dintorni. Era un altro trattato di carta: i nazionalisti turchi guidati da Kemal Atatürk dichiararono defunto l’Impero Ottomano, nulle le sue firme e passarono alla riscossa, costringendo entro il 1922 i Greci a ritirarsi da Smirne. Il governo italiano dal canto suo utilizzò la base di Adalia per armare e addestrare le truppe di Atatürk contro i Greci, intuendo da che parte stava la vittoria e sperando in futuri vantaggi non ben definiti. Il contingente italiano fu ritirato entro il 1922 e il Trattato di Losanna (1923) sottoscritto con la nuova Repubblica Turca confermava all’Italia il possesso del Dodecaneso e riconosceva per la prima volta la sovranità italiana sulla Libia, ma non le accordava nessuna zona di influenza economica né di occupazione militare in Anatolia. Come si vede, le potenze vincitrici della Grande Guerra avevano fatto i conti senza l’oste, in una proiezione di potenza imperialista che sottostimava l’ascesa dei nazionalismi che il dopoguerra stesso aveva esasperato dalla disgregazione degli Imperi centrali. La stessa Italia irredentista alla fine si comportava esattamente come i suoi alleati imperialisti, senza che all’epoca nessuno notasse la contraddizione. Forse anche per questo, di questa italica avventura nella memoria resta poco o niente. Gli unici che la ricordano con orgoglio sono i Carabinieri: inviati sia ad Adalia che a Costantinopoli in collaborazione con la gendarmeria turca, esercitarono in modo imparziale le loro funzioni e contribuirono a evitare scontri etnici e vendette private. Responsabile dei Reali Carabinieri in organico alla spedizione italiana era un nobile fiorentino, il colonnello Balduino Caprini. Un nome da ricordare.

Le origini della cristianità

Per la prima volta, in seguito all’approfondimento degli studi e a delicate operazioni di restauro, è stata possibile una pregevole esposizione che favorisce una migliore conoscenza dell’arte cristiana delle origini.

Verso la fine del IV secolo, l’accresciuta consapevolezza della comunità ecclesiale romana viene implicitamente comunicata anche attraverso opere d’arte che celebrano il trionfo glorioso di Cristo.

In particolare, durante i pontificati di Damaso e Siricio (fra 366 e 399), la figura del Salvatore è protagonista di una serie di sarcofagi che prende il nome dalla raffigurazione centrale della guarigione del paralitico alla piscina di Betzatà o Bethesda in Gerusalemme (Gv 5, 1-18), presentata su un prezioso sfondo architettonico.

Attorno, si riconoscono altre scene evangeliche: la guarigione di due ciechi a Cafarnao (narrata unicamente in Mt 9, 27-31), la guarigione dell’emorroissa (cfr. Mt 9, 20-22 e paralleli), la chiamata di Zaccheo (cfr. Lc 19, 1-10) e, infine, l’ingresso di Gesù in Gerusalemme (cfr. Lc 19, 29-38 e paralleli).

L’insieme di queste scene compone un chiaro programma iconografico, nel quale la narrazione evangelica del Signore taumaturgo che percorre le strade della Galilea e della Giudea «beneficando e risanando tutti» (At 10, 38) si attualizza, per il fedele, nella “guarigione” dalla morte. L’evento salvifico è illustrato dalla figura del paralitico dormiente sul lettuccio, per cui giunge il “tempo favorevole” della risurrezione, evocato sul sarcofago dalla presenza della meridiana che affianca la persona di Gesù.

Questa tipologia di decorazione dei sarcofagi, ideata a Roma, conobbe una significativa diffusione sulle sponde del Mare nostrum, con l’esportazione soprattutto verso i centri della Gallia, della Penisola Iberica, sulla costa africana e in Italia, ad Ischia, dove un prezioso esemplare fin dal 1866 è stato murato in una parete del Palazzo Vescovile.

La recente fortunata opportunità del distacco del sarcofago ischitano (in vista di una sua futura musealizzazione) e del suo restauro, ha fatto nascere l’idea – condivisa generosamente dal Vescovo d’Ischia Mons. Pietro Lagnese con la Direzione dei Musei Vaticani, guidata da Barbara Jatta – di presentare il sarcofago in una esposizione che s’inaugura dapprima in Vaticano, per poi esser proposta anche al Museo Diocesano di Ischia a partire dalla primavera del 2020.

In mostra esso è eccezionalmente esposto a fianco di un altro dei rari sarcofagi di Bethesda giunti fino a noi ancora sostanzialmente integri, quello rinvenuto in Vaticano nei lavori per la costruzione della cinquecentesca Basilica di San Pietro, anch’esso intriso di storia e di percorsi antiquari, nonché oggetto di settecenteschi restauri e oggi vanto della raccolta di sarcofagi paleocristiani dei Musei Vaticani.

La loro esposizione congiunta consente finalmente di raffrontare dal vivo due esemplari del medesimo “tipo” e, contestualmente, di riflettere sul commercio di tali manufatti lungo le coste dell’Impero. Attraverso le rotte marittime, i “sarcofagi di Bethesda” non sono più solo tombe lussuose da esportare: le loro immagini suggellano il diffondersi di una nuova concezione cristiana della morte (il dies natalis) ed echeggiano l’annuncio dell’avvento del Salvatore, nel suo propagarsi «fino agli estremi confini» (At 1, 8) e nel richiamare «le isole più lontane» (Ger 31, 10) a far parte del nuovo Mondo cristiano.

In occasione della mostra, la generosa collaborazione della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, cui spetta la tutela delle catacombe cristiane d’Italia, consente eccezionalmente l’apertura al pubblico del Museo della Catacomba di Pretestato sulla Via Appia Pignatelli a Roma, dove i visitatori potranno ammirare un singolare esempio dei sarcofagi “di Bethesda con la fronte parzialmente occupata da una lunga iscrizione poetica (per informazioni: www.catacombeditalia.va). Quest’ultimo, non facilmente trasportabile, è rievocato in mostra attraverso una riproduzione fotografica al vero, così come un altro celebre esemplare della stessa tipologia, affisso fin dal Medioevo sulla facciata della Cattedrale di Tarragona, in Spagna.


TEMPO DIVINO
I Sarcofagi di Bethesda e l’avvento del Salvatore nel Mediterraneo antico
Dal 7 dicembre 2019 al 29 marzo 2020

Museo Pio Cristiano
Musei Vaticani

A cura di Umberto Utro e Alessandro Vella (Musei Vaticani) con la collaborazione di Don Emanuel Monte (Museo Diocesano di Ischia)

Con il patrocinio dell’Istituto Patristico Augustinianum
nell’ambito dei cui “Incontri di studiosi delle Antichità Cristiane” il tema è stato per la prima volta presentato.


Clima: Una buona pratica verde

Solo un anno fa l’adolescente svedese Greta Thunberg stazionava davanti al parlamento di Stoccolma con lo slogan Skolstrejk för klimatet (Sciopero della scuola per il clima) col suo cartello per stimolare i politici svedesi ad una svolta ambientalista ed ora esiste una rete globale che mette in contatto milioni di giovani impegnati sulle tematiche climatiche.

Salvaguardare l’ambiente e la degenerazione climatica non è una scoperta del 2018, ma un processo che va avanti da una quarantina d’anni con avvertimenti di scienziati e sparuti politici: ora si è arrivati probabilmente alla maturazione oppure era necessaria una voce nuova per echeggiare in ogni angolo della Terra la richiesta di un futuro per le nuove generazioni.

Da anni nei parlamenti dei paesi nord europei le istanze ambientaliste hanno rappresentanza, mentre nel bacino del Mediterraneo solo pochi politici hanno trovato ospitalità nelle formazioni politiche per mettere in guardia l’umanità dall’inquinamento della terra, dell’acqua e dell’aria, dal progresso che produce nuovi prodotti chimici per l’igiene e per la produzione agricola, oltre che per il trasporto.

A 40 anni dalla Prima Conferenza mondiale sul clima (Ginevra 1979), dove gli scienziati di 50 nazioni si sono incontrati e hanno riscontrato nel clima cambiamenti preoccupanti e la necessità di prendere dei provvedimenti, 11 mila scienziati hanno firmato un documento, pubblicato sulla rivista Bioscience, sul fallimento dell’umanità nel contenere le emissioni di gas serra e sulla necessità di azioni adeguate alla sfida.

In 40 anni si sono susseguiti vertici e conferenze con documenti finali che ribadivano la necessità di un cambiamento energetico, rendendo obsolete le fonti da idrocarburi, modificando lo stile di vita dei paesi “sviluppati”, senza penalizzare le comunità disagiate del resto del Mondo che subiscono le carestie e i cambiamenti meteorologici sempre più frequenti.

Avvertimenti rimasi inascoltati o insufficienti progressi che alla del Climate Change Conference COP 25 2019 https://unfccc.int/cop25 di Madrid (2 – 13 dicembre), inizialmente programmata a Santiago del Cile, verranno ribaditi e forse questa volta, sotto una maggior pressione dell’opinione pubblica, potrebbe portare ad una presa di coscienza, senza contare sugli odierni Stati uniti, da parte dei Governi e di un senso di responsabilità delle singole persone, per un differente approccio culturale alla vita, non limitandosi  al rapporto dell’umanità con la natura, ma anche tra le persone come tra quello dell’uomo con la donna.

Qualcosa certo sembra stia cambiando, forse perché la politica si è accorta che gli adolescenti di oggi saranno gli elettori di domani o perché quelle rare voci nei partiti hanno saputo parlare ai loro colleghi. Comunque sia ora la salvaguardia dell’ambiente e l’influenza dell’uomo sul clima sono le tematiche sulle quali la politica si deve confrontare con le nuove generazioni e con gli scienziati che da anni studiano e redigono rapporti dell’impatto dell’uomo sul Pianeta.

Un impatto che non si limita all’essenzialità della vita quotidiana, ma trasborda nel superfluo come il godere dei gioielli sottratti alla Terra, con le miniere realizzate senza riguardo dell’ambiente e della salute delle popolazioni.

Una mega miniera a cielo aperto in Argentina, l’abbattimento di centinaia di alberi in Turchia o radere al suolo, come in Germania, un villaggio di 900 abitanti per far posto a miniere di rame, carbone, oro e argento.

Disboscamenti non solo per le miniere che feriscono l’Europa come l’Amazzonia e le foreste africane, ma anche per la cellulosa e il legname pregiato per arredi che minano l’habitat della flora e della fauna, spingendo gli animali verso le zone urbane.

Per ora è difficile convertire lo stile di vita della maggioranza abituata all’uso dell’auto anche per spostamenti brevi, al turismo veloce, alle tavole imbandite di ogni leccornie proveniente da ogni luogo del Mondo, alle bevande plastificate e a tutto quello che sino ad ora crediamo ci risolva la quotidianità o ci faccia  sembrare più “fichi” agli occhi degli altri e sicuramente non possiamo tenere la gran parte degli abitanti del Pianeta lontani dai gadget contemporanei, sperando di non vedere i cambiamenti climatici che sono in progressione.

Si potrebbe, se ci resta difficile fare dei cambiamenti nella nostra vita, appoggiare chi si impegna nel rimboschimento, singoli e organizzazioni, per riequilibrare il saccheggio perpetrato da incapaci di vivere in armonia con l’ambiente, riversando tutto il loro essere alla ricerca del vivere bene e non del “Buon vivere”.

Il Sinodo dedicato all’Amazzonia è stata l’occasione per riflettere anche sul nostro rapporto con la Natura, da non circoscrivere ai soli 9 paesi del bacino del Rio delle Amazzoni e da tutti i suoi affluenti, ma a tutto il Pianeta.

Il rimboschimento è in atto da anni in Africa non solo come argine alla desertificazione, ma anche come rapporto vivo con la Natura.

La keniana Wangari Maathai, Nobel per la pace 2004 e scomparsa nel 2011, ha sempre contato di dare l’esempio, con l’ effetto emulazione, effettuando in 27 anni, con Green Belt Movement http://www.greenbeltmovement.org/, la messa in dimora di 30 milioni di alberi.

Nel 2016, a Dadouar (Ciad), 150 bambini hanno ricevuto 15 mila alberi da innaffiare e proteggere dalla voracità di capre, bovini e cammelli, per essere piantati in un solo giorno, dimostrando di essere più bravi degli adulti e per questo premiati con penne e quaderni.

Mentre questo luglio in Etiopia, nell’ambito del Green Legacy Initiative, sono stati 350 milioni gli alberi piantati in 12 ore, battendo il precedente record dell’India, quando nel 2016 erano stati piantati 50 milioni di alberi in mezza giornata. L’iniziativa del primo ministro etiopico Abiy Ahmed, con l’obiettivo di contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, ha coinvolto 1000 luoghi del Paese.

In Irlanda, per i prossimi 20 anni, il Climate Action Plan https://www.dccae.gov.ie/en-ie/climate-action/publications/Pages/Climate-Action-Plan.aspx prevede di piantare 22 milioni di alberi all’anno, 1 milione di auto elettriche entro il 2030 e l’efficientamento di 50mila abitazioni all’anno.

Per moda o per sensibilità ambientalista non è poi importante se i milioni di alberi piantati in Italia riducono l’anidrite carbonica o se si realizzano orti e giardini verticali come quelli di Patrick Blanc e Jean Nouvel o foreste urbane come delle Fabbriche dell’Aria proposte dal neurobiologo Stefano Mancuso, autore del recente La nazione delle piante, e dal collettivo PNAT (designer, architetti e biologi), durante il Festival God is Green a Firenze.

Non solo gli scienziati e gli ambientalisti sono impegnati a sollecitare una riflessione sui cambiamenti climatici, ma anche i giornalisti offrono degli spunti sulle ripercussioni di un odierno stile di vita con Adaptation https://www.adaptation.it/, un progetto di constructive journalism, per raccontare con un webdoc le nuove strategie di adattamento al cambiamento climatico.

In Italia sono state coinvolte 3.000 classi, in occasione della Giornata degli Alberi 2019, con oltre 60mila studenti, per piantare 3.500 piante e Teresa Bellanova, la ministra delle politiche agricole alimentari, ha piantato un leccio, nell’aiuola di fronte al Ministero.

Una buona pratica quella di piantare alberi che potrebbe essere fonte d’ispirazione per Greta Thunberg per passare dai cortei del Fridays For Future all’azione collettiva e essere d’esempio sul palco madrileno del Climate Change Conference https://unfccc.int/cop25 COP 25 (2 al 13 dicembre), dove si discuteranno le strategie anti global warming.

Non il solo pungolare le istituzioni, con i Global Climate Strike https://www.fridaysforfuture.org/, ma un differente visione del futuro, con un vigoroso sollecitare la cura della Natura come unico immediato argine all’aumento dell’anidrite carbonica, per poi programmare la conversione delle fabbriche e dei mezzi di trasporto.

La folla dei Fridays for Future torna in piazza per sollecitare delle buone pratiche per buone azioni contro il consumismo che coinvolgerà l’Albero di Natale, abbandonato dopo le feste, e la smodata febbre dell’acquisto promosso dal Black Friday e da ogni periodica campagna di promozioni e saldi.

Con Ursula von der Leyen, la nuova Presidente della Commissione Europea, l’Europa potrebbe intraprendere la strada del “Green New Deal”, con un piano da 1.000 miliardi di euro, come motore di crescita per un futuro che possa sostenere la presenza di un’umanità in crescita su di un Pianeta che dovrà sfamarla.

Un ambizioso progetto che la von der Leyen, probabilmente, lo presenterà il prossimo 11 dicembre per una nuova strategia di crescita, per portare l’Europa alla neutralità climatica entro il 2050.

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Qualcosa di più:

Greta Thunberg | Un Clima che cambia le generazioni
Europa: Il clima delle nuove generazioni
Migrazione | Conflitti e insicurezza alimentare
Trump: i buchi del Distruttore
Trump: un confuso retrogrado
Trump: un uomo per un lavoro sporco
Clima: Parole che vogliono salvare la Terra
Conferenze su internet e sul clima nei paesi del Golfo: sono il posto giusto?
Il 2012 è l’anno dell’energia sostenibile. Tutte le iniziative a sostegno dell’ambiente
Festeggiamo le foreste: abbattiamo gli alberi
Immondizia e sud del mondo: un’umanità celata dalle discariche
Un’economia pulita
Il Verde d’Africa: sul rimboschimento nel continente
Cibo: senza disuguaglianze e sprechi
Spreco Alimentare: iniquità tra opulenza e carestia
Gli orti dell’Occidente
Ambiente: Carta di origine controllata

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Europa: identità per esclusione

Molto prima delle elezioni europee la comunità del web si è interrogata sul senso dell’identità europea, a prescindere dall’immagine negativa percepita da chi vede nella UE solo un’eletta di burocrati e tecnocrati concentrati sull’economia e sulle regole, ma poco comunicativi con l’Europa dei popoli. Ma nei siti diciamo identitari l’immagine dell’Europa è mitica più che storica, icona di una comunità più sognata che reale, legata a una società preindustriale. A guardare anche superficialmente questi siti, intanto si direbbe che il Mediterraneo è totalmente escluso da un’Europa nordica e continentale. Volti, paesaggi, usi e costumi rimandano al repertorio del Sacro Romano Impero o del Reich millenario, dimenticando un grande imperatore come Federico II di Svevia, l’unico che ha realmente cercato di integrare nord e sud d’Europa. Vero è che nell’UE egemonia franco-tedesca si è sempre imposta sugli altri paesi, ma questa visione mitologica non fa altro che marcare l’esistente invece di ricrearlo. Il messaggio è emblematico: il sud dell’Europa non partecipa da protagonista all’identità europea, il che dimostra che certi pregiudizi datano dai tempi dei Franchi e Longobardi. Eppure la parola Europa parte da sud, è fenicia (Ereb, occidente). Europa era la figlia di Agenore re di Tiro, città fenicia oggi in Libano. Zeus, innamoratosi di lei, decise di rapirla e si trasformò in uno splendido toro bianco. Mentre coglie i fiori in riva al mare, Europa vede il toro che le si avvicinava. E’ spaventata ma il toro si sdraia ai suoi piedi ed Europa, tranquilla, vi sale in groppa. Ma il toro si getta in mare e la conduce fino a Creta, dove Zeus si ritrasforma in dio e le rivela il suo amore. Avranno tre figli: Minosse, Sarpedonte e Radamanto. Il senso del mito è che la civiltà arriva dal Medio Oriente, ma una volta traversato il mare quella cultura si sviluppa con una vita propria.

Ora, se il mito di Europa è greco, il concetto di Europa risale al medioevo; prima era tutto Imperium Romanum e il termine geografico per i greci indicava in modo generico una terra a nord del Mediterraneo, dai confini ancora indefiniti. Il primo a usare il termine è a fine del VI secolo l’abate irlandese San Colombano, futuro fondatore dell’abbazia di Bobbio, che lo cita (tutus Europae) in una delle lettere al papa Gregorio Magno. Il termine lo usa anche il monaco Isidoro Pacensis, per indicare i soldati di Carlo Martello che avevano combattuto a Poitiers (prospiciunt Europenses Arabum tentoria, nescientes cuncta esse pervacua). La battaglia aveva assunto infatti un grande valore simbolico: l’Occidente cristiano, idealmente rappresentato dall’Europa, aveva fermato l’espansione araba; e quindi Isidoro usa l’aggettivo “europeo” per attribuire un’identità collettiva ai guerrieri franchi che avevano fermato gli invasori musulmani. E infatti l’Europa politica nasce con l’impero di Carlo Magno, all’inizio del IX secolo, realtà che riunisce simbolicamente popoli romani, celti e germanici, sotto la guida dell’Imperatore e del Sommo Pontefice. Peccato che si ignorasse l’Impero Romano d’Oriente, che pur è durato mille anni ed era ben più solido del Sacro Romano Impero.

Tornando però ai nostri siti web, alcuni vanno più indietro: la vera Europa non è cristiana, ma pagana, ancestrale. L’iconografia è un misto di Nibelunghi e Trono di Spade, fra rune naziste, rudi guerrieri e bionde fanciulle in un paesaggio cupo e boscoso che fa rimpiangere il trascurato Mediterraneo. E se l’Europa è un continente che possiede una massima diversità culturale in distanze geografiche minime, questi siti misticheggianti esaltano l’identità europea non accogliendo o assimilando la varietà, ma operando solo per esclusione, esaltando un cupo nordismo e mostrando famiglie patriarcali, guerrieri scorciati dal basso, uomini inseriti in un’economia contadina e una cupa vegetazione forestale, in mezzo a simboli runici ossessivamente ripetuti. Da un punto di vista elettorale, ci si può anche chiedere quanta presa possono avere queste immagini sulle masse inurbate che vivono nelle periferie delle metropoli piuttosto che nelle province del continente o nelle comunità locali isolate, serbatoio di voti per i partiti c.d. sovranisti (1). Sui motivi di questa immagine neopagana e paleoecologista in stile Frei Korps Kultur si potrebbe discutere, ma è probabilmente anche una reazione alle politiche cattoliche di accoglienza dei migranti e di dialogo con l’Islam che papa Francesco porta avanti quasi in modo ossessivo, provocando l’ostilità o almeno la diffidenza dei cristiani più conservatori e non solo di quelli, visto il successo dei partiti europei “sovranisti”.

Si è parlato di Islam. Ebbene, abbiamo scoperto che per ogni sito razzista europeo che incoraggia la maternità ariana ce n’è parimenti uno islamista o africanista che sogna unioni con bionde fanciulle da usare come fattrici per sommergere la vecchia Europa con nidiate di bimbi musulmani e donne convertite al velo. Gli stilemi ricordano una certa pornografia e sono anche pieni di minacce e profezie, le quali danno solo una giustificazione o almeno un appiglio ai teorici del complotto della sostituzione razziale e religiosa, altro mito che fa tutt’uno con il complotto mondiale dei banchieri. Ma si sa, in rete tutto è permesso. L’importante è che chi vota usi anche il proprio cervello

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NOTE

  1. La differenza fra nazionalismo e sovranismo potrebbe essere così definita: il nazionalismo tende ad aggregare popoli etnicamente e culturalmente affini, mentre il sovranismo crea un’identità mitologica esclusivamente per sottrazione, escludendo non solo i diversi ma persino gli affini.

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Qualcosa di più:
Migrazione: Europa, Europa
14 Lug 2018
Mediterraneo, una storia di conflitti
01 Ago 2017
L’Italia e l’Europa
2005
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Inoltre:

Europa: una speranza di Unione
Europa: Il clima delle nuove generazioni
Europa e la geopolitica
Europa che si emancipa
L’Europa in cerca di una nuova anima
Europa: anche i tecnocrati sognano
Migrazioni, cooperazione Ue-Libia | L’ipocrisia sovranazionale
Migrazione | Conflitti e insicurezza alimentare
Migrazione in Ue: il balzello pagato dall’Occidente
Macron: la Libia e un’Europa in salsa bearnaise
L’Europa e la russomania
Europa: Le tessere del domino
Europa: ogni occasione è buona per chiudere porte e finestre
Migrazione: il rincaro turco e la vergognosa resa dell’Ue
Europa: cade il velo dell’ipocrisia
Arroccarsi nell’Arrocco: la posizione dell’Europa sull’immigrazione
Europa: i nemici dell’Unione
Russia: dalle sanzioni al tintinnar di sciabole
Europa: la confusione e l’inganno della Ue
Europa, fortezza d’argilla senza diplomazia
Erdogan, il pascià autocrate
Tutti gli errori dell’Unione Europea
Un’altra primavera in Europa

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