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Mali d’Africa

Illustrazione Gianleonardo Latini

I Francesi sono stati estromessi dal Mali; persino l’ambasciatore è stato cacciato e d’ora in poi la lingua ufficiale del Mali sarà soltanto il Bambara, parlata da circa due milioni e mezzo di abitanti ma facilmente compresa da altri tre. Non sappiamo se sarà anche abolita la valuta CFA (Franco centro-africano), diffuso nell’Africa francofona:  vale un decimo del Franco francese ma è ancorato alla Banca di Francia. In ogni caso il posto dei soldati francesi sarà occupato da almeno 500 miliziani del Gruppo Wagner, quella specie di Legione Straniera russa già presente in Libia e forse ora anche in Ucraina. Quale sia il loro reale valore sul campo piuttosto che come pretoriani di regime è tutto da verificare, ma per la Francia di Macron è uno smacco: il Mali, come il Burkina Faso, era parte delle colonie africane e come tale manteneva forti legami politici e commerciali con la sua antica potenza di riferimento. Nel contratto di assistenza al locale governo era prevista la protezione militare contro attacchi esterni, in questo caso i guerriglieri Jahidisti che premono dal nord del paese. Per chi non conoscesse il Mali consiglio di dare un’occhiata alla carta geografica: è il classico stato africano disegnato con squadra e compasso in maniera assolutamente irrazionale: la parte a sud dei fiumi Niger e Senegal gravita sulla savana ed è la più popolata e coltivata, mentre la parte nord è un’enorme parte del Sahara sagomata geometricamente; è abitata da nomadi Tuareg ed è ricca di risorse minerarie. Ma difficile parlare di confini, di frontiere difendibili: il Mali è per molti versi un’astrazione geografica, come anche altri stati africani derivati dalla decolonizzazione. E come tanti stati africani, non riesce ad avere una dirigenza adeguata alla situazione. Quella attuale, capeggiata da Assimi Goïta, non fa eccezione.

Ora, sono stati fatti facili confronti fra  la disfatta statunitense in Afghanistan e quella francese in Mali, ma la realtà è diversa: l’esercito francese, coadiuvato dalla ben nota Legione Straniera, conosceva da oltre un secolo il terreno e nel corso del tempo aveva ottenuto anche reali successi militari, pur penalizzati dalla vastità del territorio e soprattutto da problemi politici nel rapporto con il governo del Mali. In regime coloniale la potenza occupante gestisce direttamente tutto, laddove ora può solo garantire assistenza alle fragili strutture statuali e ai deboli eserciti delle sue ex-colonie. Di fronte a una minaccia strutturale dovuta essenzialmente a una scarsa coesione sociale e statuale, addestrare le truppe locali non basta e in più un’eccessiva ingerenza esterna da parte di una ex-potenza coloniale viene malvista dalla gente. Esattamente quello che è successo in Mali.

Ma andiamo per ordine: dopo il colpo di stato del 2012 di soldati ammutinati guidati dal capitano Amadou Haya Sanogo e la sospensione della Costituzione, dall’aprile 2012 all’agosto 2013 è presidente ad interim Dioncounda Traoré, designato dalla giunta militare, e Cheick Modibo Diarra Primo Ministro ad interim il 17 aprile 2012 per aiutare il processo democratico fino alle elezioni del dicembre 2013. Nel frattempo riprende la guerra civile che ha portato l’etnia Tuareg (laica) del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, ad allearsi con alcune frazioni fondamentaliste, (gli Ansar Dine) che aderiscono al Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, alias al-Qa’ida nel Maghreb islamico, e a prendere il controllo della regione settentrionale del Paese, l’Azawad, regione che comunque nulla ha che spartire con la parte del Mali a sud dei grandi fiumi. Il 10 gennaio 2013 il presidente Dioncounda Traoré‚ in un discorso alla nazione, comunica di aver chiesto e ottenuto un intervento aereo della Francia, in accordo con l’Ecowas, la comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale, contro i ribelli dell’Azawad (il nord del Paese). L’intervento francese in effetti libera i centri abitati dell’’Azawad cadute in mano ai fondamentalisti islamici, dove le truppe sono accolte con esultanza dalla popolazione. Nei quasi dieci anni successivi la guerriglia continua e i francesi contano alla fine 53 perdite, quante noi italiani in dieci anni in Afghanistan. Senonché il 18 agosto 2020 il presidente Ibrahim Boubacar Keïta assieme al primo ministro vengono tratti in arresto mediante colpo di Stato di una giunta militare. Prende il potere il Comitato nazionale per la salvezza del popolo che nomina il triumvirato Assimi Goïta, Malick Diaw e Sadio Camara fino a nuove elezioni politiche. Goita ha studiato a Mosca, parla russo e sobilla l’ostilità verso i francesi, i quali comunque da giugno di quest’anno avevano deciso di ridurre il loro impegno militare per il costo rispetto ai benefici, portando il proprio contingente da 5000 a 2000 uomini. A meno di non ricolonizzare l’Africa da capo, questo è un problema che assilla tutti gli eserciti occidentali. Ma soprattutto rimane il problema registrato in Afghanistan: non si può gestire una strategia di lungo termine con le risorse locali e i chiari di luna dei colpi di Stato e dei gruppi dirigenti locali, i quali alla fine sono capaci di venire a patti col nemico pur di salvare almeno parte del potere e del territorio. Solo negli ultimi dieci anni l’Africa ha visto una dozzina di colpi di Stato. In più gli eserciti europei alla fine se ne vanno, mentre il nemico è endemico e abita nel paese tuo, quindi meglio parlarci. Quanto a Russi e Cinesi, chiedono la licenza di estrazione delle risorse minerali, ma sono disposti ad aiutarti senza chiederti quelle noiosissime clausole che comprendono un parlamento eletto, l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e il rispetto dei diritti umani. Ma alla fine per gli africani significa passare solo da una potenza post-coloniale all’altra.

Africa: Attaccati al Potere

Africa Attaccati al Potere-velazquez-papa-innocenzo-xIl cammino per una Democrazia diffusa in Africa è pieno di insidie, indire delle elezioni non significa che poi i risultati possono essere accettati pacificamente da tutte le parti.

In Gambia si è prolungato il balletto del “me ne vado” o “resisto” del presidente uscente, Yahya Jammeh, che dopo aver governato per 22 anni in modo autoritario, sembrava volersi farsi da parte dopo il risultato a lui sfavorevole, ma ecco che annuncia di non accettare il responso delle urne e il CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) si attiva per convincere il presidente ghanese a lasciare il potere.

La risposta di Jammeh, a due giorni dell’insediamento del presidente eletto Adama Barrow, si annuncia decretando lo stato di emergenza e l’Onu risponde con l’autorizzare l’Ecowas a intervenire militarmente per affermare la legittimità delle elezioni ed ecco che, sotto la pressione internazionale, Jammeh dichiara alla televisione di stato che lascerà il potere, prima però deve decidere dove andare, magari trasferirsi in Mauritania o Qatar, anche il Marocco si è offerto a dargli ospitalità, ma la sua meta finale è stata la Guinea Equatoriale, portando via con sé auto e preziose suppellettili su di un aereo cargo fornito dal Ciad, per un esilio dorato, garantito da una “buona uscita” di una decina di milioni di dollari delle casse dello Stato, e soprattutto lontano da qualsiasi commissione d’inchiesta che possa indagare sulle violazione dei diritti umani del padre-padrone del Gambia.

Mentre si consumava la sceneggiata di Jammeh che poteva portare ad un conflitto regionale, Adama Barrow, il nuovo e terzo presidente del Gambia, prestava giuramento nell’ambasciata del suo paese a Dakar (Senegal), un escamotage per non considerarsi in esilio.

Ora la situazione in Gambia, anche se Adama Barrow si è insediato, non è tranquilla con la difficile convivenza tra i soldati “fedeli” a Jammeh e le truppe dell’ECOWAS CEDEAO che sfocia in un continuo fronteggiarsi con scambio di colpi mentre le prigioni ospitano ancora gli oppositori della precedente amministrazione. Amnesty International chiede di indagare sulla morte di Solo Sandeng, esponente del Partito Democratico Stati (UDP), avvenuta dopo l’arresto e invoca la libertà per tutti i manifestanti fermati mentre chiedevano riforme elettorali, per una prova delle urne e della democrazia.

Un altro “attaccato” alla poltrona è il presidente Joseph Kabila, della RD Congo, che non sembra neanche voler indire le elezioni mentre il 92enne Mugabe si candita a succedersi, nel 2018, alla guida dello Zimbabwe.

La famiglia Kabila, in oltre dieci anni, ha creato un impero economico Africa Attaccati al Potere Kabila REUTERS1885896_Articoloche abbraccia tutti i settori dell’economia congolese e perché allora rischiare di perdere il potere sul Congo detto democratico e il controllo sull’estrazione dell’oro, diamanti, rame, cobalto e quant’altro è celato sotto la terra congolese, dando l’addio alla gratificante consuetudine di utilizzare una nazione come personale bancomat?

In Ciad il Presidente Idriss Déby per non lasciare la poltrona conquistata nel 1990 con un colpo di stato e consolidata nel 1996 con elezioni “costituzionali”, ha rimosso nel 2005 la limitazione a due mandati per poter mungere “ad libitum” le casse. Nell’aprile del 2016 è stato confermato per un quinto mandato per garantire la stabilità nell’area e combattere, grazie ai soldati della forza interregionale africana e le truppe francesi di stanza nel Ciad, i miliziani jihadisti che scorrazzano a nord sul confine libico, mentre imperversano a sud-ovest, tra Niger e Nigeria, gli integralisti islamici di Boko Haram, ma anche a est il confine con il Sudan non si può definire tranquillo.

Ancora più ad est è l’Eritrea ad essere governata con pugno di ferro da Isaias Afewerki, primo e unico presidente dal 1993, due anni dopo che il paese del Corno d’Africa conquistò l’indipendenza dall’Etiopia, che un rapporto della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, pubblicato l’8 giugno 2016 a Ginevra, lo ritiene autore di numerosi crimini contro l’umanità, come la riduzione in schiavitù della popolazione non solo per servire sotto le armi la dittatura, reclusione, sparizioni e tortura oltre a persecuzioni, stupri e omicidi.

Sulle coste del Mediterraneo è Abdelaziz Bouteflika che, nonostante le sempre più insistenti voci sul suo precario stato di salute, ad essere presidente dell’Algeria dal 1999 e a non voler scendere dalla poltrona, ma è forse solo il Fronte di Liberazione Nazionale, il suo partito, a detenere il potere e decidere i cambi di dirigenza. Le elezioni del 4 maggio potranno dare un’indicazione sulla stabilità dello stato tra i più estesi dell’Africa, e il decimo del mondo, come “baluardo” alla diffusione di un islamismo integralista.

Anche in Tanzania non è il presidente a avere una continuità, ma il Partito della Rivoluzione che dal 1964, anno della fusione di Tanganika e Zanzibar, non ha permesso ad altre formazioni politiche di intromettersi nella gestione del potere.

Pierre Nkurunziza, in Burundi, ha giurato nel 2015 per il terzo mandato come Presidente, in elezioni giudicate non regolari dagli osservatori internazionali, che hanno causato veri e propri scontri tra l’opposizione e i governativi, portando l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon a recarsi nel paese africano per avviare un dialogo. Una crisi politica che vive a tutt’ sospesa nella speranza di una ripresa di dialogo tra governo e oppositori.

Nel vicino Ruanda è Paul Kagame, presidente dal 2000, ad annunciare la sua candidatura per un terzo mandato alle elezioni del 2017. L’accesso ad un terzo mandato possibile con la modifica costituzionale, ottenuta con la vittoria del referendum popolare, del 18 dicembre scorso, così non potrà solo rimanere al potere per altri dieci anni, ma potrà successivamente ricandidarsi ancora per altre due volte! Quindi Kagame potrebbe rimanere al potere fino al 2027, forse fino al 2034, diventando praticamente un presidente a vita. Ecco chi ha ispirato il turco Erdogan a plasmare la costituzione, ma forse lo si può perdonare nel suo farsi re, visto il ruolo svolto nella conclusione del genocidio ruandese del 1994 e, anche se non sempre positivo, nella seconda guerra del Congo.

Charles McArthur Ghankay Taylor ha governato sulla Liberia per soli sei anni, ma in compenso ha fatto danni non solo nel suo paese, ma ha messo lo zampino anche nella Guerra Civile nella vicina Sierra Leone per assicurarsi i blood diamonds (diamanti insanguinati) e per questo venne dimissionato nel 2003 per poi essere il primo ex presidente africano ad essere condannato dalla Corte Speciale per la Sierra Leone (SCSL) e dalla Corte per i Crimini internazionali de L’Aia, con sentenza definitiva 2013, a cinquant’anni di reclusione.

Il destino di Charles Taylor potrebbe essere condiviso dall’attuale presidente sudanese Omar Hasan Ahmad al-Bashīr, accusato dalla Corte Penale Internazionale per i crimini in Darfur, e sulla cui testa pende una mandato di cattura internazionale. Al-Bashīr, presidente del Sudan dal 1989, ha potuto contare su di una sorta di sbadataggine o magari della negligenza di altri governi non solo africani per sfuggire al mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità emesso nel 2009 e da difese fantasiose come quella di Erdoğan basata su “un musulmano non può compiere un genocidio”.

In Mauritania Mohamed Ould Abdel Aziz è stato confermato, dopo un colpo di stato, presidente dal 2009 e nuovamente nel 2014. Ora si appresta ad indire un referendum costituzionale magari non solo per abolire il Senato, modificare la bandiera e l’inno nazionale, ma anche per trovare un escamotage per prorogare la sua presenza alla guida del paese, anche se privilegiando l’etnia arabo-berbera a cui appartiene lo stesso Abdelaziz, discriminando le etnie africane, puntando sul fatto di aver garantito sino ad ora la sicurezza del paese nonostante si trovi al centro di un’area instabile, come dimostrano le vicissitudini del vicino Mali, dove operano jihadisti di Al Qaeda nel Maghreb Islamico, formazioni indipendentiste Tuareg e criminalità comune.

Per fortuna l’Africa non è solo di governanti intenti a fare soldi e conservare ad ogni costo la poltrona, ma anche di presidenti come il namibiano Hifikepunye Pohamba che, allo scadere del suo mandato nel 2015, si è aggiudicato il premio Mo Ibrahim per il suo buon governo. Il premio è stato istituito nel 2007 dalla fondazione del milionario sudanese Mo Ibrahim ed è una speranza per Africa democratica.

Africa Attaccati al Potere Jose-Eduardo-dos-Santos-008Un altro esempio di responsabilità può essere il presidente Jose Eduardo dos Santos che, confermato nelle ultime elezioni del 2012 in Angola con il 75 per cento dei voti, ha dichiarato di non volersi presentare alle prossime elezioni di agosto, nominando come successore Joao Lourenco. Una decisione presa dopo 37 anni al potere iniziati 1979, con la morte di Agostinho Neto

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