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Conflitti: Colpire la cultura per cancellare un’identità

Opera di Daniela Passi

In ogni guerra, accanto ai morti e alle macerie, c’è un’altra forma di distruzione: quella della cultura. Viene colpita silenziosamente, ma in modo sistematico. Le bombe spazzano via musei, archivi, monumenti millenari. I proiettili non uccidono solo corpi, ma anche libri, quadri, poesie, memorie. A morire non sono solo i civili, ma anche l’immaginazione e la voce di un popolo. Lo testimoniano con tragica chiarezza le guerre in corso in Ucraina e in Palestina.

La scrittrice ucraina Victoria Amelina è stata uccisa da un missile russo a Kramatorsk nel 2023. Stava raccogliendo testimonianze sui crimini di guerra per un libro intitolato War and Justice. La sua morte ha spento una delle voci più importanti della letteratura ucraina contemporanea, ma non ha cancellato il suo messaggio. Il suo lavoro vive, come vive il dolore che raccontava.

In Palestina, la devastazione non risparmia chi racconta. Il fotografo e regista Ismail Abu Hatab, noto per la mostra Between Sky & Sea, è stato ucciso da un missile israeliano che ha colpito il café al-Baqa a Gaza. Con lui è morta anche la pittrice Frans Al-Salmi, che appena un mese prima lo aveva ritratto. Quel caffè, rifugio di giornalisti e attivisti, è diventato un cratere di morte.

Nel raid è rimasta ferita anche la giornalista Bayan Abu Sultan. Nelle immagini circolate dopo l’attacco, il suo volto è coperto di sangue, la maglietta dice: “Normal is boring”. Un’amara ironia che, in Palestina, è diventata una forma di sopravvivenza.

E poi c’è Refaat Alareer, poeta e docente universitario, ucciso con la sua famiglia. Scriveva:

“Se devo morire, che porti speranza, che sia una storia.”

A dare voce a queste esistenze spezzate è l’antologia “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” (Fazi Editore), con testi di poeti palestinesi scritti in condizioni estreme, molti dei quali sono stati uccisi dopo aver composto i propri versi. Il volume, curato da Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti, contiene una prefazione dello storico israeliano Ilan Pappé e testi introduttivi di Susan Abulhawa e Chris Hedges. Le traduzioni sono a cura di Nabil Bey Salameh, Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni.

Queste poesie, nate nei rifugi, nelle tende dei campi profughi, tra i bombardamenti, non sono solo lamenti. Sono grida di esistenza, amore, memoria. Sono cultura che resiste alla cancellazione. Come dice il traduttore Salameh:

“Queste poesie portano con sé il suono delle strade di Gaza, il fruscio delle foglie che resistono al vento, il pianto dei bambini e il canto degli ulivi.”

Per ogni copia venduta, Fazi Editore devolverà 5 euro a EMERGENCY per l’assistenza sanitaria nella Striscia di Gaza.

Mentre gli artisti vengono colpiti, anche la memoria storica palestinese viene annientata. Secondo fonti internazionali e organizzazioni per la tutela dei beni culturali, dal 7 ottobre 2023 a oggi sono stati distrutti o gravemente danneggiati 186 edifici storici, 39 aree archeologiche, 21 moschee (inclusa la storica Moschea Al-Omari), 26 santuari e cinque chiese e monasteri. La cultura materiale, religiosa e archeologica di Gaza, testimonianza di secoli di storia, viene progressivamente cancellata.

Eppure, in mezzo alle macerie, gli artisti palestinesi non si arrendono: proprio in pieno conflitto, è stata organizzata, virtualmente e in divenire, la Biennale d’arte di Gaza, un atto radicale di speranza e dignità. L’arte continua a parlare anche quando tutto sembra perduto.

Simili devastazioni colpiscono anche l’Ucraina. Oltre agli ospedali, ai teatri e alle scuole, sono stati presi di mira musei, archivi, cattedrali, biblioteche. Ecco alcuni esempi:

  • Il Museo nazionale letterario di Hryhoriy Skovoroda a Skovorodynivka, distrutto da un missile russo.
  • L’Arkhip Kuindzhi Art Museum di Mariupol, ridotto in macerie.
  • Il Museo delle tradizioni locali di Mariupol, incendiato dai bombardamenti.
  • Il Museo di storia regionale di Kherson e la Cattedrale di Santa Caterina, saccheggiati.
  • Il Museo di Lesya Ukrainka a Yalta, completamente devastato.

Il Consiglio d’Europa ha condannato queste azioni come atti deliberati di cancellazione culturale, evocando i criteri di genocidio. La distruzione della cultura, ricordano i giuristi, è uno strumento per sradicare l’identità di un popolo.

In Palestina come in Ucraina, la parola, l’immagine, la musica diventano strumenti di lotta, testimonianza e sopravvivenza. Uccidere artisti e distruggere musei significa tentare di cancellare la coscienza collettiva. Ma ogni poesia, ogni dipinto salvato, ogni fotografia sopravvissuta è una forma di resistenza.

Finché la cultura esiste, un popolo non muore. Finché un verso viene scritto, un dipinto completato, una mostra allestita sotto le bombe, la speranza resta viva. E la storia, per quanto offesa, continua a essere raccontata.

Musica e Islam

Leggo dal New York Times del 16 gennaio 2022 che in Egitto sono stati messi al bando una ventina di giovani musicisti legati tutti al  mahraganat (lett: evento forte), evoluzione della plebea musica shaabi (lett: “del popolo”). E’ un genere che dilaga fra i giovani egiziani e un loro pezzo molto popolare, “la figlia del vicino” si può ascoltare su youtube . Lo stile è un mix tra rap e neomelodico in salsa araba, figlio dei quartieri poveri egiziani e in questo non certo diverso dall’ambiente sociale del nostro rap metropolitano, con cui ha in comune anche la carica aggressiva e la denuncia sociale. Nella canzone in questione due giovani non possono vivere insieme o sposarsi per mancanza di soldi e di lavoro, e il testo dice anche “se mi lasci sono perduto e finirò per bere alcolici e fumare hashish”, frase che ovviamente non può piacere ai tradizionalisti al governo. Ma tenendo presente il reddito e l’età media dei giovani egiziani, la censura è un’arma spuntata e il mahraganat è ormai la lingua con cui i giovani esprimono la loro identità collettiva. Si può vietare ai rappers di esibirsi in concerto, ma tanto la loro musica circola lo stesso. In questo, niente di nuovo sotto il sole.

Le differenze culturali vengono invece fuori analizzando il controverso rapporto dell’Islam con la musica. I talebani hanno di nuovo vietato la musica in pubblico; lo annunciava il loro portavoce Zabihullah Mujahid. «La musica è proibita nell’Islam ma speriamo di poter persuadere le persone a non fare queste cose, invece di fare pressioni». Che significa? I miei fruttaroli egiziani che ogni giorno “sparano” la loro ripetitiva musica –  aggiornata come abbiamo visto al mahraganat – sono incalliti peccatori? Noi che siamo stati educati alla Musica come armonia, ordine e proporzione, come possiamo capire un divieto religioso che nega alla musica la sua essenza di ascesa al Divino? Noi abbiamo letto Dante, che riprende la teologia di Boezio e la filosofia di Platone. Nella religione cristiana la musica ha contribuito dal canto gregoriano in poi alla creazione di una complessa polifonia, con campioni come Palestrina e Bach. E soprattutto, a tutte le età e in ogni momento ascoltiamo musica, ogni tipo di musica, dal classico al rock, dal pop al folk. La musica da sempre è parte della nostra cultura, al punto che non possiamo assolutamente capire una censura che ne vieta la presenza immanente. A questo punto l’unico modo per capirci qualcosa è consultare due fonti in rete in italiano gestite ufficialmente dalla comunità islamica:  https://www.slideshare.net/MuhammadHaqq/la-sentenza-islamica-sulla-musica-e-il-canto e https://islamsecondareligioneinitalia.wordpress.com/2017/05/04/la-musica-e-il-canto-nellislam/ .

Difficile riassumere il contenuto dottrinale esposto nei due siti ufficiali, ma neanche ritengo onesto estrapolarne alcuni brani per dimostrare la debolezza della base ideologica su cui si basa un impianto sostanzialmente moralistico. Invito pertanto chi legge a consultare per intero gli argomenti riportati in quei due siti, gestiti direttamente dalla comunità islamica italiana. Certo, difficile credere che una religione che si presenta come cultura superiore non riesca a integrare la musica come strumento di trascendenza ma ne colga invece soltanto il lato mondano e frivolo o addirittura peccaminoso. E’ come se Nietsche, ne La nascita della tragedia, distingua nell’arte solo il dionisiaco e perda totalmente di vista l’apollineo. Questo non toglie che la cultura islamica abbia tuttora una sua tradizione musicale sia pur peculiare (sono vietati alcuni strumenti, p.es.), quindi è evidente che la questione è controversa e da sempre materia di discussione collettiva.

Conferenze che passione!

… Anime dannate di conferenzieri e diabolici dispensatori di infinite prolusioni, introduzioni, approfondimenti, precisazioni, parole, parole, parole, fiumi di parole, mentre i sadici torturatori dopo aver esordito con i rituali ed ingannevoli: “Sarò breve!”, infieriscono vispi e contenti sugli incauti spettatori ormai in preda, dopo i vari passamano oratori (anche i carnefici si danno il cambio!), alle inaudite sofferenze da piaghe di decubito ed eroiche resistenze vescicali!… Allora direte: perché ci si va?… Puro masochismo? Lucida follia? Sì, ma anche la vorace necessità di “esserci”, presenziare, ubiqui angeli derelitti del “partecipo, quindi sono!”.

Vittime volontarie intente a subire, esauste dal profluvio verbale, ma pure estasiate di condividere con l’autorità di turno o la celebrità di passaggio una pretesa parentela intellettuale, autoelevandosi partecipi di un circolo chiuso di elette e privilegiate menti superiori… dimenticando che pur fuori di quegli ammiccamenti e sorrisi complici, di quel cenno “rubato” al nume in conferenza, non si è nessuno e fuori da quell’Olimpo si torna alla propria domestica mediocrità!

Un premio anglofono autoreferenziale

GL Roma e Anglofonia del Best Practices AwardÈ imperante l’anglofona mania di infiocchettare l’antico e nobile linguaggio italico con contributi british eccessivi e inutili in nome di una cattiva abitudine provinciale molto nostrana, forse con l’idea malsana di rendere più accattivante e intrigante l’enunciato o il discorso da fare. È dimostrato anche con Best Practices Award, non unico in questa usanza, come anche il scegliere di ricevere delle autocandidature piuttosto che monitorare e indagare sulla realtà urbana per scovare quale attività interviene profondamente sul tessuto sociale di una città.

Molte sono state le persone che hanno percorso le strade di Roma lasciando una traccia in ognuno che hanno incontrato, ma non hanno avuto riconoscimenti.

Un premio nato per evidenziare le buone pratiche dovrebbe iniziare con l’utilizzare e promuovere la lingua italiana, come cerca di fare, con risultati altalenanti la Società Dante Alighieri o magari nel suo piccolo Luigi M. Bruno con le sue aspre riflessioni dalle pagine di questo magazine.

Non è necessario utilizzare indiscriminatamente termini come: location, briefing o make-up, quando in italiano abbiamo luogo, riunione o trucco. Può apparire estremistico il comportamento dei francesi che in difesa della propria lingua si esibiscono in traduzioni eccentriche, un esempio è il computer che si trasforma in ordinateur, ma si può curare di più il quotidiano linguaggio. Né è auspicabile ritornare a tradizioni tipiche del bieco ventennio che arrivava, nel suo furore indigeno, a chiamare arzente il cognac e Louis Armstrong in Luigi Fortebraccio!

Una delle buone pratiche per Roma è denunciare il degrado urbano, difficilmente scindibile da quello sociale, capace di dare delle soluzioni per migliorare la vita quotidiana dei cittadini.

Per fortuna Best Practices Award ha un sottotitolo: “Mamma Roma e i suoi figli migliori”, ma appare, come altri premi, accodato all’offrire lustro a chi li conferisce più a chi viene attribuito.

In certi casi basterebbe poco per dare un’immagine differente di Roma, magari l’Atac ne guadagnerebbe curando di più il trasporto pubblico se non in tutta la città almeno nei percorsi “culturali” come l’asse Piramide – Ostiense – Basilica di San Paolo che partendo dalla piramide di Cestio e porta san Paolo, con l’omonimo museo, porta al complesso conventuale e museale di san Paolo, passando per diverse testimonianze di archeologia industriale recuperate a nuove funzioni come l’ex centrale Montemartini a museo o fornaci e vetrerie locali di svago e sedi universitarie, senza dimenticare il lungo e laborioso lavoro di riconversione dei Mercati generali nella città del divertimento adolescenziale e per la promozione culturale.

Forse c’è troppa carne al fuoco con un premio anglofono autoreferenziale che non si scomoda a guardare nel sottobosco di una città fatta perlopiù di apparenza, facendosi sfuggire fragoline e lamponi, perché è meno faticoso aspettare chi si presenta invece di andare a cercare chi se lo merita.

 

Quando gli aerei non servono

Dal 2012 che l’opposizione all’acquisto dei misteriosi F35 continua a crescere nei vari ambiti sociali sino a materializzarsi nella raccolta di firme.

 

La prima raccolta firme venne promossa su Avaaz per evitare l’inaccettabile acquisto di mezzi militari in un momento di crisi sociale e di occupazione che l’Italia affronta da alcuni anni.

 

Miliardi di euro che potrebbero essere utilizzati per creare posti di lavoro è anche la proposta avanzata dal periodico Riforma

 

 

 

 

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