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Una Intellettuale Migrazione

Non è necessaria la diatriba accesa dall’appello di Roberto Saviano per contrapporsi al dilagante senso di egoismo, dopo che gli intellettuali appaiono come le fiaccole che illuminano il cammino per una nuova società e gli altri zotici che ignorano la storia e la realtà geopolitica. È restrittivo basarsi su chi ritiene l’avvento di una popolazione senza confini e su chi vuol difendere quello che non ha mai posseduto e perdere di vista il vero quesito: fare la cosa giusta o rinchiudersi impauriti in un angoletto buio di qualche periferia degradata.?

Sono proprio le periferie degradate, con la sua popolazione, ad essere uno degli argomenti di Paola Mastrocola, nel suo articolo “Quel muro tra buoni e cattivi” sul Sole 24 Ore di domenica 29 luglio 2018, a rispondere a Roberto Saviano, prendendo in considerazione lo scontento di vivere nello squallore, come motivo per scagliarsi contro chi affronta svariati pericoli per trovare un luogo dove vivere senza paura di morire per conflitti o per carestia.

Se per Paola Mastrocola il problema di tanto dissapore verso gli altri nasce dalle condizioni in cui versano le periferie, sarebbe più proficuo fare pressione sulle Amministrazioni per risanarle, invece di scegliere di fomentare una polemica sull’accoglienza.

Paola Mastrocola si sente a disagio tra gli scrittori che pontificano stando comodamente seduti sulle poltrone dei loro salotti, ma sono solo parole come quelle di Sandro Veronesi, nell’invitare, con una lettera aperta sul Corriere della Sera del 9 luglio, Roberto Saviano a mettere «i nostri corpi sulle navi che salvano i migranti», mentre Eraldo Affinati risponde all’appello con “L’impegno è agire, io lo faccio a scuola”.

Mentre non ci sono parole per tutti quegli atti di solidarietà svolti in silenzio, come quelle centinaia di famiglie che accolgono rifugiati.

È arrogante ergersi come quelli che fanno la cosa giusta, limitando il coinvolgimento a opportune prese di posizioni, ma difficilmente si può contare su di loro per un turno alla mensa e sicuramente non si può chiedere di aprire le porte dell’accoglienza in spazi fisici dei loro salotti a persone che non si conoscono.

Anche gli altri sono convinti di essere nel giusto e non essere razzisti, ma tutt’al più un po’ xenofobi, come dire ti odio un pochino, quanto basta per non volerti vedere. Poi ci sono quelli che strumentalizzano lo scontento per fare la loro “cosa” giusta, quella che gli permette di mangiare senza lavorare.

Polemiche aride, parole al vento, che non sono di alcuna utilità se non si è disposti a dare il buon esempio.

È il caso, per chi si dice Cristiano, ricordagli i vari riferimenti nell’Antico e Nuovo Testamento alla difesa dello straniero, della vedova e dell’orfano. Se sbandiera la sua appartenenza a una religione, impugnando la Bibbia come se fosse un moschetto, non si può esimere dal seguire suoi insegnamenti.

Insegnamenti come nei libri della Genesi (17:8) “A te e alla tua discendenza dopo di te darò il paese dove abiti come straniero”, dell’Esodo (22:21) “Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, del Levitico (19:33) “Quando qualche straniero abiterà con voi nel vostro paese, non gli farete torto”, sino al Vangelo di Matteo (25,35-44) “Ero straniero e mi avete ospitato

Sono solo alcuni esempi di come si dovrebbe aver rispetto dello straniero e non si fa riferimento allo straniero danaroso che può comprare ogni cittadinanza che desidera, ma di quello che necessita protezione.

Non ci sono buoni o cattivi, ma solo chi è quotidianamente un esempio di vita e chi arringa le folle per propri interessi. Folle spesso pigre per usare le proprie capacità mentali, fermandosi e riflettendo, optando per un pensiero omogeneizzato, quello predigerito che non comporta fatica nell’accodarsi all’armento.

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Migrazione: Europa, Europa

MP Migrazione Europa EuropaFateci caso, l’asse franco-tedesco comprende bene o male l’area geopolitica del Sacro Romano Impero, mentre tutti i paesi afferenti al “gruppo di Visegrad” – nessuno escluso – hanno fatto parte integrante dell’Impero Austro-Ungarico, compreso il Lombardo-Veneto da cui è partita la Lega. Che dire? Il Sacro Romano Impero era una potenza continentale poco interessata al Mediterraneo e ai paesi che vi si affacciano, tant’è vero che per secoli quattro minuscole Repubbliche marinare hanno potuto gestire da sole il traffico con l’Oriente. Da parte sua l’Impero asburgico ha dovuto combattere trecento anni per frenare l’avanzata dell’Impero Ottomano islamico, e solo lo storico Franco Cardini è convinto che i Turchi dopo Vienna si sarebbero fermati o addirittura sarebbero tornati indietro. Seminomadi sì, ma sempre potenza militare e demografica. Ce lo ricorda oggi proprio il presidente Erdogan, che ha convinto il suo popolo che i nomadi devono obbedire solo al Capo. Ma scendiamo giù nel Mediterraneo: come gli antichi Romani e come a suo tempo Giolitti nel 1911, anche noi abbiamo capito che non si possono tenere le coste della Libia senza controllare l’interno, anche se lo puoi fare solo con l’accordo con le tribù piuttosto che pattugliando a vuoto il deserto del Fezzan, come nel bel film del ventennio Lo squadrone bianco (1936).

Già, l’Italia. Per motivi storici quella che ai tempi di Roma antica governava il bacino del Mediterraneo – vista anche la sua posizione geografica – si direbbe che non si è mai più ripresa e senta ancora il complesso dell’invasione, tanto ben sfruttato dalle destre nazionaliste o meno. Ma non sarà certo un governo imprevisto e imprevedibile a risolvere quella che non è mai stata un’emergenza, quanto piuttosto un processo storico paragonabile solo alle grandi migrazioni del passato. Diciamolo: questa migrazione i governi precedenti l’avevano tollerata se non incoraggiata, abolendo di fatto le frontiere alla fine della Guerra Fredda. La cosa non deve stupire: anche se per motivi diversi, sia i cattolici che la sinistra internazionalista sono sempre stati estranei allo stato nazionale, i primi in nome dell’accoglienza cristiana e dell’ecumenismo, la seconda in nome dell’internazionalismo proletario e della ridistribuzione del reddito e delle risorse. Mentre i primi finora sono stati così coerenti da accettare anche l’ingresso (controproducente?) dei musulmani, una parte della sinistra europea sembra non abbia avuto il coraggio di andare fino in fondo, ripiegando su alleanze di governo o spinte elettorali di tipo nazionale (come in Francia e nel Regno Unito) e soprattutto senza esprimere i propri concetti in maniera chiara. Da qui una narrazione contraddittoria, travolta purtroppo da una crisi economica venuta da lontano ma durata dieci anni, la quale ha finito per mettere tutti uno contro l’altro; da una parte le classi medie impoverite, dall’altra gli ultimi e penultimi che vogliono la loro fetta di torta. Purtroppo a suo tempo si è molto discusso sull’impatto della globalizzazione sulle popolazioni migranti, ma non è stata analizzata adeguatamente la reazione delle società europee residenti messe di fronte al cambiamento.

E qui s’inserisce anche la paranoia, quella che si ripresenta puntuale MP Migrazione Europa Europa 1ad ogni ciclo economico gravido di sconvolgimenti sociali. Intendo analizzare una delle teorie più pericolose che girano in questi tempi: il mito della sostituzione etnica. In sostanza, ci sarebbe un preciso piano per sostituire gradualmente la stanca, invecchiata e decadente popolazione europea immettendo sangue fresco, possibilmente africano e musulmano. Non sarebbe una novità: nella storiografia germanica le invasioni barbariche sono tuttora considerate portatrici di nuove e giovani energie innervate nel decadente Impero romano, il quale soffriva esattamente delle stesse cose dell’Europa di oggi: crisi economica, crisi demografica, crisi militare. Ma qui il tutto è definito come il complotto di una élite di banchieri e finanzieri (per fortuna non più ebrei) che nelle chiuse stanze di un consiglio di amministrazione allocato chissà dove (ma sicuramente in un grattacielo) hanno elaborato il piano per cambiare il sangue al debole corpo della vecchia Europa e rilanciare in questo modo la produzione. Si sarebbe dunque pianificata la distruzione dei popoli europei attraverso l’attacco mirato e scientificamente perseguito alla natalità europea e grazie alla deportazione da Africa e Asia di milioni di individui sradicati che avrebbero imbastardito la razza e la cultura europea e distrutto l’identità, determinando così una massa informe di cittadini senza radici, senza patrimonio, origini, avi, tradizioni, legami comunitari e quindi facilmente assoggettabile da parte dei poteri finanziari e priva di ogni possibilità di resistenza.

Intanto, l’attacco alla natalità gli europei se lo sono pianificato da soli: la denatalità è il risultato di una serie di fattori tutti interni alle società europee. In secondo luogo, è vero che una massa di “diversi” rompe equilibri consolidati, ma è anche vero che questo processo non nega affatto l’idea di Europa, la quale altro non è che il punto terminale di una serie di migrazioni che si sussegue da millenni. Lungi però dal diventare il nulla indistinto, questa entità diventa sempre qualcos’altro, formando nuove culture e nuove società che trasmettono e riesportano in forma anche aggressiva il prodotto finale. Basti pensare all’epoca dell’espansione coloniale. E in fondo il mito del ratto di Europa significa proprio questo: quello che entra da fuori si trasforma in qualcosa di ben diverso dall’identità originale. Altro che perdita d’identità, casomai è proprio il contrario. Come si vede, oltre che paranoico il discorso del complotto è superficiale.

MP Migrazione Europa Europa 2Altro punto debole della tesi è la puerile confusione tra economia e finanza. L’economia ha bisogno di spostare uomini, la finanza no. Una fabbrica ha bisogno di materie prime, di operai, di mercato, mentre la finanza oggi può spostare capitali senza neanche muovere un atomo di materia, meno che mai nell’epoca dell’internet e del digitale. E allora che senso ha trasferire milioni di uomini da un continente all’altro? In finanza nulla, mentre in economia è diverso: il vuoto non esiste e in genere l’ingranaggio si autoregola: laddove c’è lavoro ma servono altre risorse umane il vuoto viene colmato in breve tempo. Sull’integrazione degli immigrati si può e si deve discutere, non riducendo il problema ai contributi per le pensioni o semplificando gli attriti tra culture diverse, né adattandosi forzatamente a costumi estranei ai nostri per paura di un confronto: gli spostamenti di uomini portano anche conflitti. Pur tuttavia l’economia ha le sue leggi. Alla gente semplice invece piacciono i complotti: semplificano al massimo la realtà e trovano subito il colpevole. Persino una società democratica rappresentativa sente ancora il fascino della cospirazione di poche persone riunite al chiuso di una stanza dei bottoni. Peccato che non sia la realtà. Esistono invece le convergenze di interessi, ma non è detto che esse siano strutturate e programmate come uno pensa, anzi sembrano spesso portare a conseguenze inaspettate ed effetti collaterali non previsti. L’importante è dunque saper gestire il cambiamento. Ma per farlo bisogna prima capirne la dinamica.

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Migrazione: Bloccati prima o parcheggiati dopo

Un recente sondaggio mostra che non solo i “sovranisti” che sventolano periodicamente il progetto del blocco navale approvano una cintura di sicurezza nel bel mezzo del Mediterraneo, ma lo approvano anche uno su tre degli elettori del Pd, l’86 per cento in Forza Italia, il 75 per cento tra i sostenitori del Movimento 5 stelle, il 93 per cento dei leghisti.

È sconfortante leggere quanti cittadini seguono la proposta della Meloni senza riflettere quanto costa schierare dei mezzi navali, con aerei ed elicotteri ad affiancarli, in modo permanente con una spesa per le casse dello Stato ben superiore a quanto viene impegnato per il soccorso e l’accoglienza.

Sarà difficile trovare altri membri dell’Unione europea, forniti di mezzi navali, che si vorranno impegnare in un’operazione destinata a fallire per l’ampia area da presidiare e pattugliare.

Salvini e Meloni, dopo aver applaudito per l’operazione “crociera” dell’Aquarius, potranno contare sull’appoggio dell’Ungheria e dell’Austria, come magari anche della Repubblica Ceca e Slovacca, che come è risaputo sono dei paesi sprovvisti di una marina.

Il governo Prodi attuò un blocco navale davanti all’Albania, ma lo spazio d’intervento era ridotto e la Pinotti del governo Pd aveva già affrontato l’argomento e bollato come inattuabile perché potrebbe essere interpretato come un atto ostile. Un precedente blocco navale davanti alle coste libiche era motivato dalla situazione di conflitto e non ha avuto un esito positivo.

La proposta dell’allora ministra della Difesa Pinotti era indirizzata ad un’attività di sostegno alle unità libiche, prospettando azioni d’autodifesa dei nostri militari in quanto “lecite”.

Le commissioni congiunte Difesa ed Esteri di Camera e Senato per la missione italiana in Libia ha ottenuto il voto favorevole del Pd e di Forza Italia, lo schieramento pentastellato leghista si è espresso contrario, mentre FdI si è astenuta.

Comunque sia stato il comportamento dell’Italia nel passato ora è il 64 per cento degli italiani ad approvare il blocco navale per fermare i migranti.

Un blocco navale che si dovrà pensare come attuarlo, se otterrà l’appoggio di quell’Ue provvista di mezzi navali efficienti, escludendo da tale conteggio Malta e Cipro impegnate più a fare affari offshore che sentirsi europeisti.

Potrebbe essere attuato passivamente, mettendosi davanti alle bagnarole e gommoni, prendendo a modello il contadino che attrezza il suo campo con spaventapasseri, o forse apriranno il fuoco come l’agricoltore per spaventare gli inopportuni uccelli, ma i mezzi navali potrebbero provocare onde insidiose per i piccoli natanti, con il rischio del loro rovesciamento e causare dei morti.

Intanto l’autoritario ministro degli Interni decreta il blocco dei porti per le navi delle Organizzazioni non governative e annuncia consistenti investimenti nei luoghi d’origine dei migranti “fuggitivi”, ma non spiega se saranno elargiti ai governi corrotti o per progetti seguiti da organizzazioni indipendenti.

Si era pensato agli hotspot su piattaforme galleggianti o nei paesi solitamente usati per imbarcarsi, si è anche collaudata la collaborazione con la Turchia come paese filtro per entrare in Europa e l’utilizzo di isole greche, prendendo ad esempio la trovata australiana nel ghettizzare i migranti in un’isola come Manus in Papua Nuova Guinea, ma la proposta della Ue di usare paesi extra Unione come Albania e Kosovo come parcheggio potrebbe trovare dell’interesse da parte di Macron e Sanchez, promotori dell’istituzione di “centri chiusi” sul territorio europeo “nei Paesi di primo sbarco”, aprendo alla proposta italiana per cui “chi sbarca in Italia sbarca in Europa” e questo varrebbe per qualsiasi altro luogo dell’Unione, per superare il trattato di Dublino.

Gli hotspot si vogliono spostare sempre più in là della Libia, magari in Niger, così Agadez non sarà più solo la porta del deserto, ma quella dell’Europa, con il continuo esternalizzare i confini europei.

In Niger i militari europei e statunitensi sono già presenti per antiterrorismo, o Ciad, magari in Nigeria. Una soluzione meno impegnativa, appurato che la realizzazione di centri è rendere difficili i flussi migratori, non potrebbe essere una soluzione mettere in sicurezza luoghi di partenza e sovvenzionare piccole imprese per dare una prospettiva di vita dignitosa?

Dopo il summit della Ue di fine giugno sulla migrazione, dove tutti hanno cantato vittoria, quello appare sicuro è un’Europa schierata contro le Ong e irremovibile nel bloccare i flussi migratori, oltre a finanziare strutture repressive in ogni luogo, magari su modello Ellis Island, e tutto il resto su è su base volontaria, non più obbligatoria, fa esultare il Gruppo di Visegrád (Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria).

Passi indietro rispetto ai precedenti summit e alla possibilità di aprire delle procedure di infrazione contro gli stati inadempienti. Ora è tutto volontario e l’Europa è sempre più in ordine sparso, trovandosi d’accordo solo nel foraggiare governi corrotti e non impegnarsi nel realizzare delle microimprese, come ci dimostrano i centinaia di milioni di euro per motovedette e addestramento di eserciti.

Un progetto di piscicoltura in Camerun, in Togo la coltivazione dei funghi, buoni e con ottime proprietà nutritive, a Tambacounda, in Senegal, una lavanderia, gli orti comunitari nel Ciad. Microimprese, seguite dalla Fondazione Magis, che non coinvolgono solo intere comunità per dare un’alternativa alla migrazione, ma offrono a gruppi di donne una via all’emancipazione. Nel futuro dell’Africa potrebbe esserci anche la produzione di bioplastica dagli scarti vegetali, grazie alla ricerca dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e dall’interesse che ha mostrato il presidente della Costa d’Avorio.

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Solidarietà anche come lavoro

Mario Giro, l’oramai ex-Viceministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale non ha mancato occasione di ribadire nei vari incontri pubblici, come nell’incontro “Cooperazione internazionale – Il nostro futuro nel mondo” all’Università Roma Tre del novembre 2017, che il Terzo settore è l’ambito lavorativo del futuro.

Un’affermazione confermata da Gentiloni durante la Conferenza Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo (Auditorium Parco della Musica, 24 – 25 gennaio 2018).

Oltre il 10% della popolazione è impegnata nel sociale, per non lasciare solo il prossimo, e gran parte di queste persone sono organizzate in associazioni, rappresentando il 4% del Pil.

Su questi presupposti si può comprendere come l’aiuto al prossimo possa rappresentare non solo un impegno del volontariato, ma anche un’ipotesi di lavoro anche nell’ambito della Cooperazione Internazionale che non può essere racchiusa nello slogan “Aiutiamoli a casa loro”, ma usato come titolo della puntata di PresaDiretta di lunedì 29 gennaio 2018 su Rai Tre, “Aiutiamoli a casa loro”, nella quale si afferma che l’Italia ha stanziato nel 2016 quasi 5 miliardi per sostenere progetti in gran parte nei paesi africani, distribuiti all’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e ai vari progetti presentati dalle diverse organizzazioni.

Fondi che annualmente sono stanziati non solo dall’Italia, per “Aiutarli a casa loro”, ma anche dagli altri paesi “industrializzati”, secondo le loro possibilità e generosità. Una pratica che per il Center for Global Development, con il documento Deterring Emigration with Foreign Aid, fa sorgere una domanda: “can development assistance deter emigration?” (l’assistenza allo sviluppo può scoraggiare l’emigrazione?) dandosi la risposta negativa basata su di un’analisi economica, basata sull’assioma: ho qualcosa e voglio di più.

L’economista africana Dambisa Moyo già nel 2011 aveva portato sul banco degli imputati la pratica degli aiuti nei libri “La follia dell’occidente” e “La carità che uccide”, perché foraggiavano la corruzione invece di portare benessere alle popolazioni.

Non basta inviare soldi, bisogna sapere cosa si vuol fare per rendere meno disagevole vivere in comunità con scarsità d’acqua potabile e difficile accesso all’istruzione, bisogna poter seguire i progetti e intervenire nei casi di improvvise difficoltà come la sostituzione di una parte meccanica o il mancato corso di formazione.

È necessario non far cadere dall’alto gli “aiuti”, ma lavorare con la popolazione per conoscere le difficoltà e le loro aspirazioni, varando dei progetti condivisi.

Realizzare delle strutture produttive può essere un primo passo, ma non può evitare la migrazione se sono in atto conflitti o carestie e pacificare le aree sul condividere la terra e l’acqua.

Ma per ora un terzo dei miliardi italiani vengono utilizzati per la cosiddetta accoglienza nei vari centri d’identificazione (Cara, Cas, Sprar) e alle cooperative che dovrebbero garantire dei posti letto, un’assistenza sanitaria, corsi di italiano e fornire del denaro per le piccole spese (pocket money).

Un’accoglienza organizzata, con risorse pubbliche, piramidalmente, ben diversa da quella fornita da organizzazioni come la Caritas Italiana, il Centro Astalli e la Comunità di Sant’Egidio, per limitarsi a quelle più conosciute, che non si limitano ad offrire assistenza ai profughi, ma anche alle persone in povertà, anzi alcune sono nate proprio per dare supporto agli indigenti italiani per poi soccorrere anche lo “straniero”.

Organizzazioni, Comunità di sant’Egidio e Caritas, che occupano anche un posto nell’intervento all’estero, tanto da essere impegnate anche nell’ambito diplomatico tra fazioni belligeranti.

La Comunità di sant’Egidio è anche tra i promotori, insieme ad alcune chiese protestanti, dei canali umanitari che il Ministero degli affari esteri ha sponsorizzato, un’iniziativa che potrebbe subire le prospettive individualistiche del prossimo governo.

Il panorama del Terzo Settore è ricco di esempi di solidarietà, dove il volontariato occupa una posizione fondamentale, perché altrimenti non si potrebbe portare aiuto a costi bassi.

Ogni organizzazione, grande o piccola, ha un gruppo di “impiegati”, alcuni collaboratori e tanti volontari. Più grandi sono le organizzazioni e più è difficile il controllo sulla moralità dei componenti, come recenti notizie stanno portando alla luce, diventando per alcuni un vero lavoro, mentre per altri una missione.

Amref Health Africa è impegnata a formare medici e personale sanitario sul luogo, mentre altre organizzazioni internazionali come: The Save the Children, Medici Senza Frontiere Italia o Oxfam, si adoperano per proteggere l’infanzia, garantire le cure mediche o colmare le diseguaglianze. Emergency realizzando ospedali in Asia e in Africa, ma interviene anche per garantire in Italia il diritto alla cura per tutti , mentre il CISOM (Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta), oltre a svolgere attività di protezione civile, è presente sui mezzi della Guardia costiera, con un medico e un infermiere, per il soccorso in mare, garantendo l’assistenza ai migranti.

Poi ci sono delle strutture di “supporto” come AGIRE (Agenzia Italiana Risposta alle Emergenze), autore del rapporto 2017 sul Valore dell’aiuto, impegnate a raccogliere fondi e fanno attività di promozione per altre organizzazioni grandi e piccole (ActionAid. Amref. Cesvi. Coopi. Gvc. Oxfam. Sos villaggi bambini Italia. Terre des hommes) e come la Fondazione Magis (Movimento e Azione dei Gesuiti Italiani per lo Sviluppo), che oltre a sostenere l’attività di varie associazioni (Associazione Amici di Deir Mar Musa, Centro Astalli, Compagnia del Perù, CSJ Missioni, Gruppo India, Operazione Africa, etc.), promuove progetti o assiste alle esigenze delle comunità come nella recente emergenza in Kiscina, sperduto villaggio in fondo al Sahel ciadiano, dove le donne hanno avuto necessità di una rete metallica per difendere i loro minuscoli orti dalle bocche voraci dei cammelli.

Organizzazioni umanitarie che intervengono, spesso collaborano con gli organismi dell’Onu (Unicef e Unhcr), nelle crisi per aiutare le persone in emergenza, colpite da conflitti e catastrofi naturali, nonostante le decisioni di Donald Trump di tagliare gli stanziamenti statunitensi.

Anche le prospettive italiane nei confronti della cooperazione e dell’accoglienza non appaiono rose con un possibile Governo che perseguirà una politica di ulteriore chiusura verso flussi migratori e una restrizione ai fondi.

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Afghani: rimpatri forzati fra le bombe

Tornano. Sono costretti a tornare nel Paese da cui erano fuggiti per cercare un’esistenza futura. Sono migliaia di afghani che, come altri migranti e rifugiati, si vedono respinti dall’aria che tira in Europa, un’aria xenofoba fomentata o subìta dai tanti governi Ue. Che in troppe circostanze, e nelle più diverse latitudini, non hanno attuato un’adeguata politica dell’accoglienza e dell’inserimento delle emergenze migratorie, così da ritrovarsi decine di migliaia di vite in sospeso. E nelle condizioni più varie: dalle para-detenzioni di taluni centri di accoglienza, alla ghettizzazione e all’autoemarginazione in città e campagne di chi cerca di arrangiare un’agra realtà pur di non tornare negli inferni conosciuti. Di chi si fa fantasma sociale pur rientrando nella catena dell’uso e dello sfruttamento di mano d’opera. Un fenomeno discusso dalla gente per via, prima che dai politici nelle sedi istituzionali e nei salotti televisivi. Discusso spesso in assenza d’informazioni, lamentando le proprie contraddizioni crescenti, col sangue agli occhi per la contrapposizione dei diritti e lo scontro razziale e razzista che ne consegue. E l’Italia non è fra le piazze peggiori, visti i muri e le minacce sollevati in questi anni dal pensiero neonazista riagitato nell’Europa della tradizione e della conservazione. Indifferenti all’orgiastica competizione dell’assassinio di civili per accaparrarsi la leadership del terrore che è in atto da due anni fra talebani e Isis del Khorasan, i governi del nostro continente aumentano i rimpatri forzati di richiedenti asilo afghani.

Nel 2016 avevano respinto circa 10.000 individui, compresi molti minori, nell’anno che s’è chiuso la cifra è aumentata, nonostante siano cresciute le vittime nelle province dove gli afghani vengono rispediti. Ma a premier e ministri degli Interni dei Paesi dell’Unione, anche quelle anime politiche che si fanno belle di sani princìpi di cristiana ospitalità poco interessa il contorno esterno. Premono ragioni di Stato e i risultati elettorali di un’Occidente ormai assillato da paure e chiusure, una società che si asfissia in una futile tecnologia della pace, trasferendo i prodotti della propria tecnologia della morte nel mondo posto sotto tutela. Cui s’aggiunge la sciagurata potestà delle alleanze economiche e geostrategiche che disegnano i disastri presenti nei luoghi di crisi. Con l’ultimo governo locale, frutto delle fallimentari alchimie sperimentate nei sedici anni di occhi e mani sull’Afghanistan, l’Occidente ha siglato il patto “Joint way foward”. Come nei tanti progetti sparsi dall’imperialismo  attorno alle sventure create, di condiviso in quella sigla non c’è nulla. Anzi, niente di più unilaterale si nasconde nella proposta rivolta al presidente Ghani. Se il Paese non accetterà di riprendere gli afghani che le nazioni rispediscono al mittente, Kabul, che già deve fare i conti coi serrati assalti jihadisti e talebani, vedrà tagliarsi i fondi  con cui l’Occidente lo mantiene in un comatoso stato di sopravvivenza. L’Afghanistan risponde a una tipologia di rentier-state. Utilizzato dalla Nato, e principalmente dagli Usa, quale avamposto militare strategico per l’Asia. Le basi aeree di: Kabul, Bagram, Parvan, Charikar, Kandahar, Khost, Paktia, Maza-e Sharif, Jalalabad garantiscono al Pentagono osservazioni, controllo e incursioni tramite F-16 e droni.

L’altra rendita proviene dallo sfruttamento del sottosuolo dove, nell’ultimo quindicennio, sono state scoperte vene minerarie cui è interessata l’industria bellica e l’high-tech. In realtà molti rilievi erano stati fatti a inizi anni Ottanta, durante l’occupazione sovietica. I russi, da sempre attenti a fonti energiche e materie prime, avevano compiuto scandagli, sapendo che per conformazione geologica gli urti fra subcontinente indiano e piattaforma asiatica aveva stratificato vari metalli. Dal 2004 l’Us Geological Survey, grazie all’occupazione dell’Enduring Freedom, ha formalizzato le ispezioni attorno a giacimenti di rame, ferro, cobalto, alluminio, mercurio, litio e le famose ‘terre rare’, stimando in mille miliardi di dollari il patrimonio di quelle viscere. A sfruttare talune riserve, il rame ad esempio, copioso in un punto dove c’è un’antichissima area archeologica (Mes Aynak) è il China Metallurgical Group. Il governo Karzai ne cedette l’estrazione trentennale all’azienda di Pechino in cambio di tre miliardi di dollari. Come per altre concessioni avvenute in questi decenni (terreni per le basi aeree, terreni per la coltivazione dell’oppio) non se ne è avvantaggiato il Pil del Paese; i capitali sono finiti nelle tasche di uomini di governo, clan familiari, clan tribali, Signori della guerra. Perché chi vuol sfruttare le risorse, dall’esterno e dall’interno, consente solo questa via. In quest’Afghanistan vengono rispediti, a morire o patire, i ragazzi che cercano un domani nella vecchia Europa.

Enrico Campofreda
Pubblicato 30 gennaio 2018
Articolo originale
dal blog Incertomondo
nel settimanale Libreriamo