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Dopo Afghanistan anche in Ucraina una crisi umanitaria

Sono passati 6 mesi dalla fuga dei governi occidentali dall’Afghanistan e il risultato è stato tragico per chi confidava in un paese capace di garantire i diritti non solo per i prepotenti e sconfortante per chi aveva come obbiettivo la pacificazione.

Vent’anni anni non sono serviti, nonostante molti miliardi di dollari impegnati, alla realizzazione di una economia e di un sistema sociosanitario autosufficiente, se non quello di aver edificato qualche scuola e delle strutture di pubblico servizio, quando i fondi venivano gestiti dalle strutture militari o dalle organizzazioni umanitarie, senza dover sottostare alle richieste governative.

Un paese da un’economia fragile che si reggeva virtualmente sugli aiuti internazionali che ora vengono sospesi, anzi l’Occidente decide di sanzionare il governo afgano. Una scelta quella delle sanzioni contro i talebani con il solo effetto di aggravare le condizioni di vita della popolazione, senza avere alcuna conseguenza sul tenore di vita degli attuali governanti che per vent’anni hanno ricevuto cospicui finanziamenti per la loro attività terroristica e che ora continueranno a riceverli per la loro attività governativa.

Un servizio sanitario sorretto dall’impegno delle organizzazioni non governative (Emergency, Intersos) che continuano ad operare tra mille difficoltà, mentre le Nazioni Unite si sono fatte carico del pagamento degli stipendi. La maggioranza delle persone hanno difficoltà nel preoccuparsi cibo, mezzi di riscaldamento e gli indumenti per superare il periodo invernale.

L’Unhcr si è attivata per raccogliere fondi da devolvere alla sopravvivenza di migliaia di persone grazie anche alla donazione che si può fare, sino al 6 marzo 2022, inviando un SMS al 45588 con il costo di 2 euro o chiamando lo stesso numero da rete fissa per donare 5 o 10 euro.

Un’emergenza umanitaria che si ripropone con l’aggressione russa all’Ucraina per la quale l’Unhcr si trova affianco all’Unicef ed alla Croce Rossa per la raccolta fondi, iniziata il 27 febbraio con il solo numero solidale – 45525 – che permetterà alle tre organizzazioni, da sempre impegnate attivamente nelle crisi internazionali, di portare un aiuto concreto e di testimoniare la generosa vicinanza dell’Italia.

Un’invasione, quella russa all’Ucraina, dalle mille giustificazioni geopolitiche e fronteggiata dall’Occidente con una serie di sanzioni che come nel caso dell’Afghanistan colpirà la popolazione, mentre chi ha portato dolore e miseria non patirà alcuna sofferenza.

In Afghanistan quale danno possono subire i talebani dopo che per vent’anni sono stati e continuano ad essere foraggiati da organizzazioni e governi? Così Putin potrà continuare ad operare, avendo razziato le ricchezze russe, con il suo tono intimidatorio verso i suoi collaboratori e con il pacato sostegno della Cina.

L’Occidente in Afghanistan è intervenuto in forze, in Ucraina non può intervenire militarmente senza far scoppiare un conflitto internazionale, ma ha promesso aiuti finanziari e militari al governo ucraino che saranno difficili da far pervenire con le vie di comunicazioni in sofferenza.

Due popoli che si pongono verso la vita in diverso spirito ed ecco l’Afghanistan in miseria con dei genitori a vendere un loro rene o le loro figlie, mentre gli ucraini prendono le armi per reagire e difendere la famiglia dall’invasore.

C’è da riflettere su quanto l’Occidente si sente così benevolmente coinvolto con l’Ucraina, ben lontana dalla posizione interventista presa con il conflitto balcanica. L’Occidente si è dimostrato forte con i deboli e diplomatico con i prepotenti, d’altronde la Russia in quegli anni non era così bellicosi e la così detta società civile non era così presente, eppure i Balcani sono più in Europa che l’Ucraina e l’autodeterminazione dei popoli funziona a senso unico, l’unica voce coerente è quella del Papa.

Un’ultima riflessione è da dedicare ai profughi e sulla disparità di trattamento: mentre si erge un muro tra Polonia e Bielorussia, dall’Ucraina i “bianchi” sono agevolati nelle pratiche di accoglienza, ben diverso quello destinato agli altri.

Africa: Un Continente in ostaggio

Le società “occidentali” sono indirizzate all’aiuto in “sede”, trasformando la solidarietà in cooperazione e quindi in una occasione di stipulare contratti più con le comunità che con i governi centrali che hanno dato dimostrazione d’inefficienza e malafede nel gestire i cospicui fondi che organizzazioni internazionali e singole nazioni hanno destinato allo sviluppo di certe aree fondamentalmente ricche di risorse naturali.

Governi corrotti impegnati ad impoverire le varie popolazioni per arricchire i propri conti e che l’economista Dambisa Moyo mette sotto accusa, al pari degli stati “donatori”, nel libro La carità che uccide (2011), sottolineando Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo mondo. Una spietata analisi per sollecitare le nazioni a non distribuire soldi a pioggia, ma creare delle partnership modello cinese.

In questo panorama di buone azioni si inserisce la Cina che, avulsa dai sensi di colpa per decenni di colonialismo, è ormai stabilmente presente in gran parte degli stati africani, senza far differenza tra governi autoritari e dittatoriali, con la realizzazione di infrastrutture ed industrie, raramente ecosostenibili, che con un piano di investimenti da oltre 60 miliardi di dollari pongono una seria ipoteca sul futuro sviluppo indipendente dell’Africa.

Un futuro dove la popolazione si sente consigliata ad imparare il mandarino ed a cedere le loro terre per coltivazioni gradite ai cinesi, ma senza i basilari diritti per i lavoratori.

Nel periodo coloniale anglofrancese i nativi dovevano parlare in francese o in inglese e coltivare cotone, caffè, tabacco, tè e così via, per ottenere la possibilità d’istruirsi, vedere le prime ferrovie e fare i domestici nei comodi edifici coloniali.

La Cina si sta sostituendo all’Occidente nello sfruttamento africano e la differenza sta nell’aver cancellato il debito ad una trentina di paesi, concedendo prestiti a lungo termine a tassi bassi, ma in entrambi i colonialismi non si fanno scrupoli nel procurarsi le materie prime a discapito dei diritti umani, della rappresentanza sindacale e della difesa dell’ambiente.

Come un pusher, la Cina, prima ti cancella il debito per poi prospettare altre forme di collaborazione, allettando i Governi con il fantasmagorico progetto della “Nuova via della seta” e fornendo infrastrutture in cambio di ricchezze naturali, aprendo nuovi canali di credito pronti a lievitare e con un futuro senza possibili di riduzioni.

Una politica quella cinese, in questo nuovo sfruttamento dell’Africa, che ha aperto la via ai paesi arabi, all’India e alla Turchia, nella cosiddetta strategia del soft power, accattivandosi l’amicizia e magari la fiducia, attraverso la vendita di tecnologie e formazione, illudendo i vari governi nell’astenersi ad intromettersi nelle politiche dei singoli paesi.

Le trame cinesi si allungano sul continente con l’adozione di 13 paesi della nuova valuta ‘ancorata’ allo yuan cinese, decretando la fine del predominio francese con il franco CFA (attuale acronimo di Comunità Finanziaria Africana), che porterà 350 milioni di persone ad usarla nel 2020 e farà tanto felice Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, allontanando il continente dall’Europa.

L’Occidente continua a perdere e varie strutture private, fondazioni e Ong, sembrano aver ispirato un nuovo modello di cooperazione allo sviluppo come strumento di politica estera, magari con la Ue come capofila, con Exco (The International Cooperation Expo) http://www.exco2019.com/ nel pensare e far conoscere “piccoli” prodotti che aiutano la vita in aree sfavorite, rivolgendosi alle aziende ed alle istituzioni impegnate nella ricerca scientifica, nell’innovazione tecnologica e nella formazione.

L’Italia, nel suo piccolo, è il primo Paese europeo per investimenti, con complessivi 4 miliardi di dollari nel solo 2016 per un totale di 20 progetti, posizionandosi al quarto posto dopo Cina, Emirati arabi uniti e Marocco.

La collaborazione tra le diverse organizzazioni nel confrontarsi e mettere a frutto le singole esperienze non è stata solo un’occasione di business, ma fa capire che non è necessario varare grandi progetti per stimolare l’economia di luoghi remoti. Coinvolgere l’infanzia nel rimboschimento o la costruzione di una scuola è un passo per l’emancipazione delle comunità a costi irrisori.

Far conoscere i lampioni mobili http://www.eland.org/ ideati da Matteo Ferroni per illuminare la vita delle comunità rurali del Mali, paese attraversato da un conflitto, l’energia solare per i pannelli al liceo Lwanga (Ciad) o il progetto Syria Solar, organizzato dall’Union of Medical Care and Relief Organizations (UOSSM) https://www.uossm.org/who_we_are, per svincolare gli ospedali siriani da una rete elettrica fatiscente e dall’utilizzo del diesel, le cucine solari promosse da Magis https://magis.gesuiti.it/progetto/cucine-solari/, la campagna “Più luce alla vita dei rifugiati” https://www.ikea.com/ms/it_CH/good-cause-campaign/brighter-lives-for-refugees/index.html di Ikea Foundation e UNHCR per fornire illuminazione sostenibile alle famiglie nei campi profughi, come anche le tende di ultima generazione http://www.abeerseikaly.com/weavinghome.php, sono solo alcuni esempi per non lasciare il campo ai mega finanziamenti come quello per la nave estrazione diamanti in Namibia o quello per il commercio del gas in Mozambico che non aiutano la popolazione, come dimostra la ricchezza petrolifera in Nigeria di esclusiva pertinenza di un ristretto gruppo politico-affarista.

Progetti ambiziosi come quello legato all’impianto idroelettrico della diga Gibe, sul fiume Omo, che si è rivelato fallimentare e che doveva anche favorire la coltivazione intensiva di canna da zucchero, ma che ha per l’ennesima volta sfavorito le popolazioni indigene, obbligate ad abbandonare le loro terre e costrette alla fame.

In questo panorama di esclusione delle popolazioni all’accesso alle ricchezze si inserisce l’elezione del vice ministro dell’agricoltura e degli affari rurali cinese alla carica di Direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) http://www.fao.org/news/story/it/item/1199205/icode/, che rafforza a tutti i livelli la presenza cinese, non solo in Africa, per indirizzare le economie dei paesi in cerca di uno sviluppo autoctono.

L’intervento della Fao, sino ad ora, si è dimostrato timido e con grandi studi di settore, ma forse il nuovo direttore sarà attento alle necessità delle comunità, facendo tesoro dell’esperienza delle piccole realtà nella realizzazione di orti comunitari e banche dei cereali, svincolando le comunità dai capricci dei potenti e magari sostenere la formazione di ragazzi e ragazze alla coltivazione del Pleurotus Ostreatus, un fungo che cresce in Africa occidentale, o nei progetti di piscicoltura, per renderli economicamente indipendente.

Un direttore che ha annunciato di far lavorare l’elefantiaca struttura, con la speranza che scelga di sostenere  quelle iniziative che non richiedano impegni finanziari milionari e di non essere il cavallo di Troia della finanza internazionale.

Uno sviluppo che l’Occidente, ancorato al suo senso di colpa, continua a contribuire con l’elargizione di soldi sino a quando trasformerà le sue “buone azioni” in una fruttuosa cooperazione per entrambe le parti.

Partnership difficilmente realizzabili in aree di conflitto come nella R.D. del Congo sconvolto da scontri etnici, come  in Etiopia e nella Repubblica Centrafricana, come gli scontri separatisti anglo-francofoni in Camerun e in Sudan con i militari che non mostrano di dare una svolta democratica alla destituzione di Al Bashir e in Malì e in Burkina Faso dove i jadisti fanno vivere la popolazione nella paura, come anche in Nigeria con i saccheggi e i rapimenti di Boko Haram e la presenza di varie missioni militari nei diversi stati riescono appena a contenere la violenza e sono ben lontani a stabilizzare la situazione.

Conflitti che alimentano le fughe e l’Occidente non potrà continuare ad erigere muri, rinviando una scelta condivisa per attrezzarsi all’accoglienza e renderla una ricchezza.

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Migrazione: Europa, Europa

MP Migrazione Europa EuropaFateci caso, l’asse franco-tedesco comprende bene o male l’area geopolitica del Sacro Romano Impero, mentre tutti i paesi afferenti al “gruppo di Visegrad” – nessuno escluso – hanno fatto parte integrante dell’Impero Austro-Ungarico, compreso il Lombardo-Veneto da cui è partita la Lega. Che dire? Il Sacro Romano Impero era una potenza continentale poco interessata al Mediterraneo e ai paesi che vi si affacciano, tant’è vero che per secoli quattro minuscole Repubbliche marinare hanno potuto gestire da sole il traffico con l’Oriente. Da parte sua l’Impero asburgico ha dovuto combattere trecento anni per frenare l’avanzata dell’Impero Ottomano islamico, e solo lo storico Franco Cardini è convinto che i Turchi dopo Vienna si sarebbero fermati o addirittura sarebbero tornati indietro. Seminomadi sì, ma sempre potenza militare e demografica. Ce lo ricorda oggi proprio il presidente Erdogan, che ha convinto il suo popolo che i nomadi devono obbedire solo al Capo. Ma scendiamo giù nel Mediterraneo: come gli antichi Romani e come a suo tempo Giolitti nel 1911, anche noi abbiamo capito che non si possono tenere le coste della Libia senza controllare l’interno, anche se lo puoi fare solo con l’accordo con le tribù piuttosto che pattugliando a vuoto il deserto del Fezzan, come nel bel film del ventennio Lo squadrone bianco (1936).

Già, l’Italia. Per motivi storici quella che ai tempi di Roma antica governava il bacino del Mediterraneo – vista anche la sua posizione geografica – si direbbe che non si è mai più ripresa e senta ancora il complesso dell’invasione, tanto ben sfruttato dalle destre nazionaliste o meno. Ma non sarà certo un governo imprevisto e imprevedibile a risolvere quella che non è mai stata un’emergenza, quanto piuttosto un processo storico paragonabile solo alle grandi migrazioni del passato. Diciamolo: questa migrazione i governi precedenti l’avevano tollerata se non incoraggiata, abolendo di fatto le frontiere alla fine della Guerra Fredda. La cosa non deve stupire: anche se per motivi diversi, sia i cattolici che la sinistra internazionalista sono sempre stati estranei allo stato nazionale, i primi in nome dell’accoglienza cristiana e dell’ecumenismo, la seconda in nome dell’internazionalismo proletario e della ridistribuzione del reddito e delle risorse. Mentre i primi finora sono stati così coerenti da accettare anche l’ingresso (controproducente?) dei musulmani, una parte della sinistra europea sembra non abbia avuto il coraggio di andare fino in fondo, ripiegando su alleanze di governo o spinte elettorali di tipo nazionale (come in Francia e nel Regno Unito) e soprattutto senza esprimere i propri concetti in maniera chiara. Da qui una narrazione contraddittoria, travolta purtroppo da una crisi economica venuta da lontano ma durata dieci anni, la quale ha finito per mettere tutti uno contro l’altro; da una parte le classi medie impoverite, dall’altra gli ultimi e penultimi che vogliono la loro fetta di torta. Purtroppo a suo tempo si è molto discusso sull’impatto della globalizzazione sulle popolazioni migranti, ma non è stata analizzata adeguatamente la reazione delle società europee residenti messe di fronte al cambiamento.

E qui s’inserisce anche la paranoia, quella che si ripresenta puntuale MP Migrazione Europa Europa 1ad ogni ciclo economico gravido di sconvolgimenti sociali. Intendo analizzare una delle teorie più pericolose che girano in questi tempi: il mito della sostituzione etnica. In sostanza, ci sarebbe un preciso piano per sostituire gradualmente la stanca, invecchiata e decadente popolazione europea immettendo sangue fresco, possibilmente africano e musulmano. Non sarebbe una novità: nella storiografia germanica le invasioni barbariche sono tuttora considerate portatrici di nuove e giovani energie innervate nel decadente Impero romano, il quale soffriva esattamente delle stesse cose dell’Europa di oggi: crisi economica, crisi demografica, crisi militare. Ma qui il tutto è definito come il complotto di una élite di banchieri e finanzieri (per fortuna non più ebrei) che nelle chiuse stanze di un consiglio di amministrazione allocato chissà dove (ma sicuramente in un grattacielo) hanno elaborato il piano per cambiare il sangue al debole corpo della vecchia Europa e rilanciare in questo modo la produzione. Si sarebbe dunque pianificata la distruzione dei popoli europei attraverso l’attacco mirato e scientificamente perseguito alla natalità europea e grazie alla deportazione da Africa e Asia di milioni di individui sradicati che avrebbero imbastardito la razza e la cultura europea e distrutto l’identità, determinando così una massa informe di cittadini senza radici, senza patrimonio, origini, avi, tradizioni, legami comunitari e quindi facilmente assoggettabile da parte dei poteri finanziari e priva di ogni possibilità di resistenza.

Intanto, l’attacco alla natalità gli europei se lo sono pianificato da soli: la denatalità è il risultato di una serie di fattori tutti interni alle società europee. In secondo luogo, è vero che una massa di “diversi” rompe equilibri consolidati, ma è anche vero che questo processo non nega affatto l’idea di Europa, la quale altro non è che il punto terminale di una serie di migrazioni che si sussegue da millenni. Lungi però dal diventare il nulla indistinto, questa entità diventa sempre qualcos’altro, formando nuove culture e nuove società che trasmettono e riesportano in forma anche aggressiva il prodotto finale. Basti pensare all’epoca dell’espansione coloniale. E in fondo il mito del ratto di Europa significa proprio questo: quello che entra da fuori si trasforma in qualcosa di ben diverso dall’identità originale. Altro che perdita d’identità, casomai è proprio il contrario. Come si vede, oltre che paranoico il discorso del complotto è superficiale.

MP Migrazione Europa Europa 2Altro punto debole della tesi è la puerile confusione tra economia e finanza. L’economia ha bisogno di spostare uomini, la finanza no. Una fabbrica ha bisogno di materie prime, di operai, di mercato, mentre la finanza oggi può spostare capitali senza neanche muovere un atomo di materia, meno che mai nell’epoca dell’internet e del digitale. E allora che senso ha trasferire milioni di uomini da un continente all’altro? In finanza nulla, mentre in economia è diverso: il vuoto non esiste e in genere l’ingranaggio si autoregola: laddove c’è lavoro ma servono altre risorse umane il vuoto viene colmato in breve tempo. Sull’integrazione degli immigrati si può e si deve discutere, non riducendo il problema ai contributi per le pensioni o semplificando gli attriti tra culture diverse, né adattandosi forzatamente a costumi estranei ai nostri per paura di un confronto: gli spostamenti di uomini portano anche conflitti. Pur tuttavia l’economia ha le sue leggi. Alla gente semplice invece piacciono i complotti: semplificano al massimo la realtà e trovano subito il colpevole. Persino una società democratica rappresentativa sente ancora il fascino della cospirazione di poche persone riunite al chiuso di una stanza dei bottoni. Peccato che non sia la realtà. Esistono invece le convergenze di interessi, ma non è detto che esse siano strutturate e programmate come uno pensa, anzi sembrano spesso portare a conseguenze inaspettate ed effetti collaterali non previsti. L’importante è dunque saper gestire il cambiamento. Ma per farlo bisogna prima capirne la dinamica.

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L’Occidente, Putin e l’effetto domino

    • di Axel Famiglini –

 

Le elezioni politiche italiane e la formazione del nuovo governo nazionale a guida “giallo-verde” rappresentano un chiaro esempio di come lo scenario geopolitico mondiale stia mutando nella direzione della costituzione di nuovi equilibri internazionali. La crisi economica e l’incapacità della compagine politica di stampo moderato di fare fronte alle problematiche più impellenti di una società democratica in grave affanno sociale, economico e culturale quale è quella italiana hanno favorito la scalata verso il potere delle principali formazioni politiche di stampo populista, le quali sono infine riuscite a raggiungere i vertici dei palazzi istituzionali romani. L’utilizzo spregiudicato dei media sociali ha rappresentato l’elemento trainante di una propaganda “anti-sistema” che si è dimostrata a tal punto abile a manipolare ai propri fini la rete di internet da riuscire a fornire un supporto determinante ed indispensabile per la creazione di un inedito e vasto consenso elettorale a favore dei partiti che sostengono l’attuale maggioranza di governo. Non deve altresì sorprendere che sia la Lega che il Movimento Cinque Stelle si ricolleghino a vario modo ad una più ampia galassia di formazioni populiste di stampo “euro-asiatico” quali, ad esempio, quella di Marine Le Pen in Francia, Viktor Orban in Ungheria e Nigel Farage nel Regno Unito le quali, a loro volta e su vari livelli, sono riconducibili al più vasto sforzo politico-militare e mediatico della Russia di Putin, finalizzato primariamente ad accrescere la sfera di influenza russa sia sul continente europeo che in altre aree di crisi come il Medioriente.

L’esito delle elezioni italiane, tuttavia, non può non essere correlato con l’evento politico che ha rappresentato lo spartiacque fondamentale relativo alle più recenti relazioni in essere tra Occidente e Russia ovvero l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump. Il presidente Trump ed i suoi sostenitori, come noto, sono portatori di una subcultura fortemente “anti-establishment”, il che, a mano  a mano che questi soggetti politici si sono infiltrati attraverso la società civile e hanno occupato i principali gangli del potere, li ha condotti in modo naturale a scontrarsi con quelle che erano le “casematte” degli apparati burocratici e governativi tradizionali. Non ci si deve pertanto stupire che Mosca abbia, al momento opportuno, colto l’opportunità di avvicinare i membri più influenti dell’entourage di Donald Trump in modo tale da favorire un candidato che avrebbe indotto gli Stati Uniti a compiere scelte politiche che con ottime probabilità sarebbero risultate assai vantaggiose per gli interessi domestici ed internazionali del Cremlino. In tal senso è noto quanto il controverso Steve Bannon abbia supportato l’affermazione dell’attuale compagine di governo italiana e quanta influenza Bannon possieda ancora in seno all’estrema destra americana, a tal punto da poter essere quasi considerato, nonostante i rapporti assai tesi nonché controversi con Trump, una sorta di agente provocatore itinerante dell’estrema destra “a stelle e a strisce”. La convergenza di interessi tra ultradestra americana, partiti populisti europei e l’agenda del Cremlino è fin troppo palese per essere posta seriamente in dubbio e la recente defenestrazione dal governo del presidente Usa di Rex Tillerson e H.R. McMaster rappresenta purtroppo la cartina di tornasole di quanto gli apparati burocratici tradizionali “a stelle e a strisce” ormai non siano più in grado di tenere a freno un Trump che si sta emancipando dalla tutela impostagli dagli apparati statali stessi e dalla classe politica americana più moderata all’indomani della sua elezione alla Casa Bianca. Lo strappo nel recente G7 in Canada con i principali alleati euro-atlantici e la quasi commovente “corrispondenza d’amorosi sensi” con il giovane dittatore nordcoreano Kim Jong-un testimoniano una volta di più la predilezione del presidente Usa per una gestione verticistica, autoritaria, istintuale nonché familistica della cosa pubblica. Donald Trump ha dimostrato di apprezzare in misura assai maggiore relazioni istituzionali ed umane con quella porzione di globo che l’Occidente ha sempre collocato fra i “paria” della comunità internazionale e questo nonostante il presidente stesso, coltivando tali sconvenienti simpatie, sia più volte caduto nel ridicolo a causa di relazioni interpersonali palesemente sbilanciate a favore della controparte di turno. Purtroppo il presidente degli Stati Uniti non sembrerebbe essere connotato solo da una mera disarmante ingenuità, al contrario appare così profondo il proprio risentimento nei confronti di un “establishment” che non ha affatto sentito il sacro dovere di esprimere il proprio costante apprezzamento nei suoi confronti così come lui si sarebbe aspettato e così come avrebbe ritenuto assolutamente doveroso da parte altrui, che Trump stesso parrebbe piuttosto pronto a buttare alle ortiche decenni di consuetudini politiche collaudate e di relazioni internazionali di capitale importanza pur di continuare ad ottenere facili lusinghe da parte dei suoi sostenitori domestici ed internazionali e pur di danneggiare, al contrario, la vasta massa di critici che, oltretutto, hanno osato ostacolarlo in tutti i modi fin dall’inizio della sua presidenza, financo attraverso l’istituzione di una commissione di inchiesta sulle possibili interferenze russe nel corso delle elezioni presidenziali Usa. L’intera vicenda potrebbe sembrare quasi grottesca se non fosse per il fatto che gli Stati Uniti rappresentano il perno principale attorno al quale è stato edificato l’intero ordine mondiale del secondo dopoguerra e che il presidente Trump si stia prestando ad essere una sorta di (inconsapevole?) demolitore dell’ordine euro-atlantico, seminando discordia e producendo contrasti fra gli stessi alleati occidentali, il tutto a pieno beneficio di Russia, Cina ed alleati, i quali, dopo aver raccolto le macerie lasciate alle proprie spalle da Trump stesso e dai suoi “compagni di merende”, riplasmeranno nuove alleanze a loro uso esclusivo. Ripercorrere, pur per sommi capi, la vicenda politica dell’estrema destra americana degli ultimi anni è fondamentale al fine di analizzare il gravissimo stato di sofferenza geopolitica in cui versano sia gli Stati Uniti che l’intero mondo occidentale da questi dipendente. La crisi economica mondiale del 2007-2008, originatasi, non a caso, negli Usa, ha toccato l’intimo del cuore della società americana, la quale si trovava già da anni all’interno di una grave crisi sociale e culturale nonché identitaria. La stessa economia americana, fin dagli anni ’90 del secolo scorso, aveva iniziato a poggiare le sue fondamenta sulle sabbie mobili prodotte dalla globalizzazione e la tempesta finanziaria scatenata dai mutui subprime non ha fatto altro che mettere in luce tale stato di cose. Il neoeletto presidente Barack Obama, dopo aver cavalcato il malcontento della gente ed aver promesso una svolta radicale per il Paese, ha in realtà promosso una politica meramente volta alla gestione di quello che ormai sembrava essere l’ineluttabile declino degli Stati Uniti d’America. Tuttavia se da un lato la Casa Bianca ha ideologicamente preteso di mostrare con “eccessiva ostentazione” la debolezza degli Usa nel mondo, dall’altro Obama ha fortemente indisposto tutti coloro che si sentivano in qualche modo minacciati dalle politiche spiccatamente ideologiche di Obama stesso. La destra americana, alla disperata ricerca di un uomo forte al comando che la salvasse dal “mondo alla rovescia” proposto da Barack Obama, ha infine riconosciuto nella figura del presidente russo Putin una guida ideale a cui ispirarsi e da cui ripartire per ricostruire il Paese dopo otto anni di governo “castrista” del primo presidente americano di colore. Le politiche divisive e radicali di Obama unite agli effetti sociali della crisi economica hanno creato i presupposti affinché nella destra americana ci potessero essere le condizioni per un impensato avvicinamento ideale tra Mosca e Washington. Pur di evitare che ad Obama succedesse la “liberal” Hillary Clinton, le frange più estreme del partito repubblicano hanno avvallato non solo la candidatura di Donald Trump ma hanno addirittura accettato che l’aiuto di Mosca fosse determinante nell’elezione del presidente degli Stati Uniti. Appare evidente che una situazione di tal fatta risulti globalmente destabilizzante nonché fondamentalmente fatale per l’impalcatura sulla quale si regge l’intera costruzione geostrategica del mondo occidentale, soprattutto se consideriamo il fatto che lo stesso presidente americano e gli apparati burocratici tradizionali si trovano sovente su due linee di condotta palesemente opposte e complessivamente autodistruttive e paralizzanti. Si veda ad esempio il caso siriano, nel quale l’effimero attacco anglo-franco-americano contro gli ormai vuoti depositi di armi chimiche del regime di Assad è stato viziato da ogni genere di contraddittorietà: dalle remore di Mattis per un possibile conflitto con la Russia, alla necessità di Trump di creare una cortina fumogena mediatica finalizzata ad oscurare i numerosi scandali che lo affliggono. Appare evidente che gli unici beneficiari di una America ormai completamente alle deriva siano Russia e Cina, le quali, sfruttando i continui sbandamenti della Casa Bianca, stanno via via erodendo il terreno sotto i piedi del mondo occidentale.

L’insana politica dei dazi promossa dalla presidenza Trump nei confronti di alleati storici come l’Europa ed il Canada rappresenta il più grande regalo che la Casa Bianca potesse mai conferire a Mosca sia in termini politici che militari. Da un punto di vista della storia della politica internazionale, Donald Trump sta riuscendo laddove neppure l’Unione Sovietica aveva mai osato arrivare, ovvero sta iniziando a scolpire la pietra tombale sia della Nato che dei più vasti rapporti transatlantici oggi ancora in essere. Indubbiamente la crisi dell’Alleanza Atlantica possiede radici ben più antiche di quelle della presidenza Trump, tuttavia la contraddittoria politica dell’ “America First”, naturalmente benedetta dal Cremlino, sta fornendo il colpo di grazia ad un sistema di potere politico-militare che ha garantito settant’anni di pace in Europa ed ha allontanato lo spettro globale della guerra nucleare.

Nel caso della Corea del Nord, il regime di Pyongyang ha, a sua volta, ben compreso quali fossero la natura e le esigenze del nuovo inquilino della Casa Bianca e ha sfruttato la situazione a proprio vantaggio per ottenere un’insperata legittimazione internazionale da parte del Paese più potente ed influente del mondo. Da alcuni mesi la Corea del Sud, temendo che “crazy horse” Donald Trump, alla disperata ricerca di un qualche genere di successo sul piano internazionale da sbandierare ad uso domestico,  sferrasse un attacco militare contro il Nord, ha cercato di forzare la mano della riappacificazione fra le due Coree rafforzando indirettamente l’ala più “aperturista” ed “anti-sistema” della amministrazione americana, alla fine ottenendo però in cambio il repentino consolidamento del regime del Nord della penisola, l’inquietante promessa formulata dallo stesso Donald Trump tesa ad un progressivo disimpegno Usa dalla regione (con grande soddisfazione della Cina) ed un fumoso impegno “bipartisan” per la denuclearizzazione dell’intera penisola coreana su cui francamente non si sa ancora assolutamente nulla (in tal senso Mike Pompeo non avrà gioco facile a convincere gli alleati asiatici degli Americani, come il Giappone e la stessa Corea del Sud, che Trump non intendesse affermare esattamente quello che ha promesso pubblicamente al dittatore nordcoreano). La politica della sanzioni alla Corea del Nord, per quanto possa aver avuto alcuni effetti positivi al fine di ammorbidire gli elementi più intransigenti del regime e di portarli al tavolo delle trattative, apparentemente non ha sortito gli effetti voluti perché se da un lato Russia e Cina hanno continuato a tenere in vita  Pyongyang attraverso rifornimenti occorsi in mare in maniera semi-clandestina, dall’altro Mosca e Pechino hanno incoraggiato la Corea del Nord ad assecondare il peculiare modus operandi del presidente Trump, dato che a “The Donald”, in fin dei conti, sarebbe solamente bastato sbandierare ai media il presunto successo ottenuto a Singapore, non essendo in realtà questi minimamente interessato ad ottenere risultati concreti e politicamente impegnativi che siano in aperta contraddizione con l’imperativo categorico espresso dallo slogan elettorale  “America First”. Alla fine dei giochi   il regime di Pyongyang riuscirà probabilmente a conservare il proprio arsenale nucleare e missilistico con la benedizione sia di Pechino che del Cremlino.

Nel caso iraniano, il ritiro americano dall’accordo sul nucleare di Teheran rappresenta un’ulteriore degenerazione della politica americana, ormai, per l’appunto, caratterizzata più che altro solo da distruttivi messaggi mediatici o da poco altro. Le critiche della destra americana sull’accordo sul nucleare iraniano sono condivisibili nel loro impianto generale, tuttavia il ritiro unilaterale di Washington da tale intesa da un lato non produrrà alcun effetto sugli atteggiamenti iraniani in Medioriente dato che Trump, dopo aver estromesso la fazione più interventista del suo governo, ha confermato di volersi disimpegnare dallo scenario siriano una volta debellata completamente l’ISIS, dall’altro ha già generato un’ulteriore spaccatura tra Europa e Stati Uniti, il tutto a vantaggio sia della Russia che dell’Iran oltreché, da un punto di vista più globale, della Cina. Il ritiro americano dall’accordo sul nucleare iraniano, oltreché squalificare del tutto la credibilità diplomatica di Washington, non ha fatto altro che rafforzare la destra iraniana conservatrice, minando in questo modo l’autorevolezza politica faticosamente conquistata dell’ala riformista del Paese e mettendo in difficoltà coloro che, a cavallo tra il 2017 e il 2018, in buona fede (c’è chi sospetta che le manifestazioni di protesta contro il governo di Rouhani siano state in primo luogo opera degli ayatollah), sono scesi nelle strade delle maggiori città dell’Iran per esprimere il proprio dissenso nei confronti di un regime che drena le risorse nazionali per alimentare un insano avventurismo politico e militare nel Medioriente. Certamente la rinnovata crisi con l’Iran ha contribuito al rialzo del prezzo del petrolio, fatto forse non del tutto secondario per i gruppi di potere che sostengono il presidente Trump e che devono supportare opportunamente lo sviluppo dello shale oil americano attraverso un prezzo del barile adeguato.

Il teorema di Mosca formulato sul presidente Trump si è dimostrato corretto e sicuramente Trump rappresenta il miglior investimento politico che la Russia abbia mai fatto, perlomeno in tempi relativamente recenti. Certamente Trump non ha ancora il potere e la libertà di azione tali da riuscire a  bloccare con un atto di imperio gli estremi tentativi degli apparati tradizionali americani di imporre sanzioni a Mosca, ciononostante, nel medio periodo, se le cose andranno come previsto dal Cremlino, l’intero edificio su cui si basa la politica sanzionatoria occidentale potrebbe andare in frantumi. Appare infatti evidente che mano a mano che Trump saprà prendere in mano in maniera sempre più efficacie e diretta le redini del potere, la sua influenza sugli apparati politici Usa e sui governi politicamente a lui affini si potrebbe accrescere con modalità forse oggi imprevedibili. In tal senso, come si è già visto nel corso dell’ultimo sorprendente G7, il trumpismo, smentendo senza remore le stesse politiche ufficiali della Casa Bianca, potrebbe trovare il modo di riportare la Russia fuori dall’angolo in cui l’Occidente stesso ha provato a porla senza nei fatti riuscirci. Inoltre questo calamitoso “trait d’union” in essere tra trumpismo, sovranismo e putinismo a poco a poco potrebbe sovvertire tutte le democrazie in crisi di identità del continente europeo, corrodendo passo dopo passo la già fragile opposizione alle politiche di Putin espressa da parte dell’Unione Europea. In questo contesto la prossima vittima di questa sorta di danza macabra tra gli Usa di Trump, la Russia di Putin e la Cina potrebbe essere proprio il “vecchio continente”. Lo scenario europeo appare in effetti assai sconfortante, già di per sé viziato da interessi economici nei confronti della Russia assolutamente dirompenti e divisivi. Il Regno Unito non riesce a trovare la quadra su una “Brexit” (una vera manna dal cielo per Mosca) ricolma di lati oscuri e si sta ritrovando sempre più isolato sia in Europa che nei confronti dei sempre più lontani partner americani, gli stessi su cui Londra sperava ingenuamente di appoggiarsi per supportare la Brexit sul piano internazionale nonostante la deriva “anti-establishment” di Trump stesso. Theresa May oltretutto è politicamente in difficoltà sia in Patria che all’estero ed i rapporti con Trump sono ai minimi storici dato che Trump non intende in nessun modo farsi dettare l’agenda politica dal numero dieci di Downing Street. A fatica il Regno Unito è riuscito a trovare adeguata solidarietà nel presidente degli Stati Uniti a seguito del caso Skripal e se altri partiti filorussi dovessero emergere vincitori dalle elezioni di importanti Paesi europei, Londra potrebbe trovare sempre più arduo supportare sui tavoli della diplomazia le proprie istanze internazionali contro Mosca. A riprova di quanto siano tese le relazioni tra Mosca e Londra basti ricordare che la Russia addirittura è recentemente arrivata ad accusare Londra di aver inscenato l’attacco chimico di Douma al fine di provocare l’intervento militare occidentale in Siria.  La Francia di Macron ha tentato di svolgere un’azione di mediazione sia con Washington che con Mosca ma senza alcun successo sia sul caso siriano che su quello iraniano. Iniziative quali quelle del cosiddetto “Small Group”, tese a rivitalizzare una leadership americana sulla crisi siriana che però non trova supporto ai più alti vertici presidenziali, pur ben congegnate per buona parte degli intenti strategici proposti già contengono al loro interno i limiti di un’azione che non può essere sostenuta ai massimi livelli dell’organizzazione statale americana vista la politica trumpiana tesa ad un accomodamento con la Russia e a ribadire ad ogni occasione il mantra dell’ “America First”. In tale ottica non è chiaro in che modo Macron voglia farsi portavoce presso il presidente Putin di un organismo nato “morto” fin dalla nascita, avendo Trump “licenziato” Rex Tillerson, il quale sosteneva la necessità della permanenza dei militari americani in Siria in sinergia con i Curdi (causando tuttavia le ire dei Turchi) ai fini di garantire all’Occidente una credibile e realmente influente presenza strategica in terra damascena. Come se ciò non bastasse, continuare ad affermare da parte di Francia e Regno Unito che  esista solo una soluzione politica alla crisi siriana appare più che altro come un sintomo di estrema debolezza visto che sia la Russia che l’Iran stanno imponendo la propria soluzione militare sul terreno la quale sta a sua volta plasmando in maniera inappellabile l’intero scenario geopolitico della regione.  Parigi, principale sponsor della caduta del regime di Gheddafi, sta altresì guidando l’ennesima iniziativa di pacificazione in Libia, cercando di porre sotto la propria tutela il multiforme generale Haftar. L’attivismo francese non piace però all’Italia ed indubbiamente tutto ciò pesa e peserà nel rapporto fra i due Paesi, soprattutto ora che l’Italia si sta ponendo in contrapposizione ideologica con Macron anche a causa del problema degli immigrati clandestini che premono sul nostro Paese. Sia la Francia che il Regno Unito potrebbero a breve subire ulteriori contraccolpi geopolitici negativi relativi al fallimento totale della rivoluzione siriana, i cui ultimi brandelli superstiti potrebbero avere ormai le ore contate nel sud della Siria mentre probabilmente sopravviveranno in parte nel nord del Paese solo grazie alla spregiudicata politica di una Turchia ormai giocatrice libera alle prese sia con il deflagrante problema curdo lungo la propria frontiera meridionale che con il destabilizzante dilagare russo-iraniano nella regione. L’Europa oltretutto paga il prezzo delle sue contraddizioni nei confronti dell’Iran, avendo coltivato l’assurda e folle speranza di poter combattere “a basso prezzo” Teheran in Siria e contemporaneamente fare affari tranquillamente con essa in territorio iraniano, come se ciò non comportasse nessuna conseguenza sullo scenario internazionale. Appare certamente incredibile che l’Europa, a causa dei suoi numerosi interessi economici in Iran, sostenga, in piena contrapposizione politica con gli Usa, la conservazione dell’accordo sul nucleare di Teheran e che contemporaneamente l’Iran e la Russia, cerchino da un lato di fare fronte comune con l’Europa sulla questione dell’intesa sul nucleare iraniano mentre tentino allo stesso tempo dall’altro di scalzare l’Europa e l’Occidente nei rimanenti ambiti globali. Indubbiamente, però, i dazi americani all’Europa non stanno aiutando a pervenire ad una convergenza politica tra UE ed USA sulla questione iraniana. Nel mondo arabo le cose non vanno certamente meglio ed anzi la perdurante spaccatura tra Arabia Saudita e Qatar sta rafforzando il fronte iraniano ai danni sia delle sorti dello scenario geopolitico siriano che di quello libanese. I recenti dissapori in territorio yemenita tra le fazioni sostenute dall’Arabia Saudita e quelle supportate dagli Emirati Arabi Uniti rappresentano un ulteriore elemento di contrasto all’interno di una coalizione che con fatica sta cercando di contenere l’influenza iraniana in seno alla penisola arabica. Israele dal canto suo si rende ben conto che la situazione in Medioriente sia già sfuggita di mano agli Americani  e se da un lato plaude al ritiro americano dall’accordo sul nucleare iraniano e al possibile ripristino delle sanzioni economiche dall’altro cerca di seminare zizzania tra Iraniani e Russi sperando che Mosca freni le pulsioni espansionistiche di  Teheran. Il recente “viaggio della speranza” di Netanyahu a Mosca va certamente letto nella direzione di un sostegno israeliano al Cremlino in funzione anti-iraniana. La corresponsabilità israeliana nella decisione di Trump (deliberazione in primo luogo volta a soddisfare la destra americana filo-israeliana, la stessa che già ha preteso il ritiro americano dall’accordo sul nucleare iraniano) di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme non contribuirà al miglioramento della stabilità nell’area anche se la sostanziale accondiscendenza dei Paesi arabi sulla questione testimonia più che altro la maggiore preoccupazione dei Paesi del Golfo per l’inarrestabile dilagare iraniano rispetto a quella per le sorti dei Palestinesi, già di per sé abbastanza “collusi”, tramite Hamas, con i desiderata di Teheran. Certamente l’aver accresciuto i motivi di insoddisfazione dei Palestinesi e l’aver incrementato i punti di convergenza tra essi e l’Iran possono non essere considerati un’abile mossa da parte di Tel Aviv. Parimenti gli accordi che Israele, Russia e regime siriano starebbero realizzando “sottobanco” ai danni dei resti dell’opposizione siriana ubicata nel sud della Siria a ridosso del confine ed inerenti il controllo dello stesso a favore del regime stesso (ma ai danni dell’Iran) non fanno particolare onore agli statisti dello stato di Israele dato  che se da un lato gli Israeliani forse stanno riponendo eccessiva fiducia rispetto alle proprie forze difensive e alle promesse di aiuto dell’alleato Trump, dall’altro Tel Aviv sta dimostrando una spregiudicatezza ed una doppiezza tale da lasciare alquanto perplessi per quanto tale situazione non susciti particolare stupore visto il clima da “si salvi chi può” in atto. I sempre più frequenti attacchi preventivi israeliani in territorio siriano contro postazioni di Iraniani ed alleati  di Hezbollah potrebbero in realtà risultare complessivamente inefficaci sul piano strategico ed ulteriormente destabilizzanti per la regione, accrescendo la probabilità di un nuovo conflitto regionale che veda questa volta coinvolto Israele stesso. L’Iran, dal canto suo, non accenna a voler allentare la propria presa sulla Siria ed in Iraq non sembra aver particolarmente gradito l’esito delle ultime elezioni politiche.

Lo scenario che si prospetta è indubbiamente assai preoccupante. In Estremo Oriente Donald Trump ha appena sdoganato il regime nordcoreano, nei fatti contribuendo ad accrescere ulteriormente il determinante ruolo politico, diplomatico, economico e militare della Cina e della Russia sullo scacchiere internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, pur inizialmente pavoneggiandosi dietro a toni bellicosi caratterizzati da elevata immaturità politica e personale, a fronte di un atteggiamento nordcoreano quasi di carattere adolescenziale, ha stabilito un surreale legame di reciproca comprensione filiale con  Kim Jong-un (quasi da “paria” a “paria”), aprendo nei fatti la strada per lo sviluppo di relazioni similari (nel caso fosse Putin la controparte diplomatica, si presume che questi potrebbe impersonare, agli occhi del “piccolo” Donald, il ruolo del “Piccolo Padre” di zarista memoria) nelle quali nei fatti si potrebbe addivenire, a pieno vantaggio di Mosca e Pechino, ad una sostanziale legittimazione delle istanze geopolitiche russo-cinesi in seno alle maggiori aree di crisi internazionali, ovviamente ai danni sia dell’Occidente che dei suoi alleati. Naturalmente se tali considerazioni avranno effettivamente un seguito di carattere pratico, la stessa “diatriba” iraniana potrebbe infine concludersi, dopo alcune tonanti dichiarazioni di “rito” della Casa Bianca, con una sostanziale accettazione dello status quo imposto dall’Iran e sponsorizzato dalla Russia, ove però sarebbe Israele questa volta a subire i più pesanti contraccolpi causati da una mal riposta fiducia nel presidente Trump. Parimenti la crisi ucraina potrebbe conoscere il suo più triste epilogo con la fine del governo filo-occidentale di Kiev, fra l’altro finora incapace di far decollare una proposta politica concretamente alternativa rispetto a quella del precedente regime filo-russo. Il governo ucraino, sostenuto in maniera insufficiente dall’Occidente,  è purtroppo dilaniato da destabilizzanti personalismi, da una endemica corruzione e dalla sostanziale incapacità di risolvere la crisi in corso con la Russia sia nel Donbass e nella Crimea. Tornando all’area del Pacifico, i dazi americani alla Cina appaiono più che altro come una sorta di mera foglia di fico di una più vasta “battaglia del grano” in salsa trumpiana contro i presunti nemici e sfruttatori globali dell’economia americana, quasi come se la sola egemonia mondiale del dollaro ottenuta “manu militari” non bastasse per formulare un’accusa di ampia e reiterata slealtà economica e commerciale degli Usa nei confronti di gran parte dei partner mondiali. I dazi promossi da Washington sono del tutto insufficienti per “spezzare le reni” a Pechino, anche perché l’economia “a stelle e a strisce” e quella “del dragone” sono da anni fortemente interdipendenti e questo a causa proprio delle errate politiche di delocalizzazione promosse dagli Usa stessi alla fine della guerra fredda. Oltretutto la politica dei dazi americani alla Cina collide con la richiesta di Washington di una collaborazione con Pechino per la denuclearizzazione della penisola coreana. Allo stesso modo i pattugliamenti per la tutela della libertà di navigazione promossi in larga misura dalla marina americana non stanno ottenendo nulla di concreto al fine di “sloggiare” la Cina dalle postazioni avanzate occupate in maniera illegittima nei mari dell’Estremo Oriente. In Medioriente Russia ed Iran stanno dettando l’agenda politico-militare mentre l’Europa, da settant’anni dipendente dalla macchina militare americana, è ormai politicamente bloccata a causa del drastico mutamento di rotta della stessa amministrazione statunitense e dell’insufficienza di adeguati mezzi logistici e militari che i Paesi europei ancora non hanno ritenuto di dover in qualche modo colmare nonostante i mutamenti geopolitici in corso. La scommessa di Cameron e Sarkozy, risalente al 2011 con l’avventura in Libia, finalizzata ad indurre gli Americani in crisi di leadership a condurre conflitti laddove le proprie politiche nazionali lo richiedessero o dove l’ordine internazionale lo esigesse, è stata tragicamente persa e lo si è visto chiaramente nel recente attacco condotto contro i già svuotati arsenali chimici di Assad, azione minimale che a stento è riuscita a concretizzarsi dato che gli Americani (il Pentagono) sono stati riluttanti fino all’ultimo nel condurre questo genere di operazione militare (lasciando fra l’altro tutto il tempo a Russi ed Iraniani di sgomberare completamente il campo) mentre May e Macron cercavano in tutti modi – ironia della sorte – di supportare Trump per non fare l’ennesima figuraccia come accaduto nel 2013.

L’Europa rimane pertanto sola in uno scenario di grave crisi della politica, dello stato di diritto e dell’ordine internazionale. L’Unione Europea possiede indubbiamente le sue colpe per l’attuale stato di cose. Le politiche del rigore “a tutti i costi” e della pervicace sordità alle esigenze dei Paesi più deboli dell’Unione hanno prodotto inenarrabili disastri come accaduto in Grecia dove tutt’ora non vi sono concrete speranze per un vero miglioramento delle condizioni di vita delle persone maggiormente in difficoltà. Intere classi dirigenti sono state spazzate via dalla crisi economica e dalle politiche di austerità di Bruxelles e nel vuoto creatosi sono penetrati movimenti di ispirazione populistica che traggono i propri riferimenti ideali non dai principi propri delle liberal-democrazie ma dai dettami dell’autoritarismo custoditi dalle gelide mura del Cremlino. In Polonia è insediato un governo di stampo autoritario che tuttavia teme l’aggressiva ascesa della Russia e mantiene pertanto una posizione filo-occidentale anche se fortemente trumpiana. In Ungheria l’autoritarismo di Orban, assai vicino a Mosca, è già ben noto. Sia la Repubblica Ceca che l’Austria sono guidati da governi che già da tempo salutano con fin troppo calore l’ormai eterno inquilino del Cremlino. La stessa Grecia viene considerata da alcuni come una sorta di centrale d’ascolto moscovita e certamente Mosca sta osservando con interesse la rinnovata rivalità fra Atene ed Ankara sul mare Egeo, in particolare ora che gli Americani appaiono abbastanza assenti anche da questo scenario. L’Italia ha scelto la strada “russa” nelle recenti elezioni e già se ne vedono alcuni effetti nei rapporti con la Francia nel merito della questione degli immigrati clandestini e, più in generale, sul tema della gestione della crisi libica. La consonanza con Trump del governo Conte, subito rimarcata nel corso dell’ultimo G7 in riferimento ai rapporti con la Russia, può trasformare l’Italia in un curioso laboratorio politico, ovvero il “Bel Paese” potrebbe tramutarsi nella spina nel fianco perfetta sia di Berlino che di Parigi anche se laddove in Europa Trump trova consensi è poi Putin a raccogliere un nuovo alleato mentre l’Occidente “guadagna” semplicemente un altro “cavallo di Troia” del Cremlino dentro casa propria. A fronte di tale situazione ciò che rimane di più genuino in Europa delle vecchie democrazie liberali risiede proprio in seno ai Paesi ubicati nella parte occidentale e  settentrionale del “vecchio continente”, ovvero in quell’area vagamente identificabile con il mai completamente riuscito asse “carolingio-germanico” di nazionalità franco-tedesca il quale possiede quale unico e poderoso elemento persuasivo nientepopodimeno che la nostra moneta unica ovvero l’euro. Dato che nessun Paese aderente alla moneta unica per ora si è proposto seriamente di abbandonare l’euro, l’unione monetaria rimane al momento salva e con essa anche quel sufficiente peso politico ed economico che l’Europa con sede a Bruxelles può utilizzare per sopravvivere da un lato alle insidie della Russia e dall’altro alle politiche aggressive dell’America di Trump. Potremmo domandarci se oggi un’ Unione Europea forte convenga sia a Mosca che a Washington e probabilmente la risposta che saremmo costretti a darci appare negativa. D’altra parte il sostegno ideale che Donald Trump offrì alla Brexit fu orientato contro l’idea di Unione Europea stessa, non certamente per una sua personale simpatia nei confronti del Regno Unito come qualcuno oltremanica aveva voluto credere per via delle sue ascendenze scozzesi. A voler analizzare con estrema sincerità gli ultimi eventi della politica sia nazionale che estera, il vero pericolo che si sta insinuando in Europa e nel mondo è il lento riaffermarsi dell’autoritarismo e ciò ha potuto avere luogo in prima istanza a causa di classi politiche che da un lato non hanno saputo rispondere con solerzia e comprensione alle necessità reali delle popolazioni da queste amministrate e che dall’altro non sono state in grado né di incarnare né di promuovere la necessaria educazione politica che una società democratica necessita per poter perdurare con profitto lungo il percorso a volte accidentato della storia. L’attuale crisi del mondo occidentale trae origine primariamente da una crisi delle istituzioni democratiche e da una grave sofferenza sociale direttamente connessa alla crisi della classe media. In tal senso non possiamo certamente incolpare la Russia di tutti i mali relativi al nostro sistema elettorale, tuttavia Putin non ha fatto altro che osservarci con distaccata attenzione e colpirci laddove eravamo più fragili. Se pertanto vogliamo evitare che l’Europa naufraghi fra i flutti dell’autoritarismo putiniano e della volgarità trumpiana dovranno essere i governi europei ancora ispirati dai principi di libertà e tolleranza  a trovare la strada per fermare questa deriva catastrofica sia per il “vecchio continente” che per il più generale ordine internazionale.

Se questa opera di recupero dei valori fondanti della civiltà occidentale non venisse effettuata con urgenza e con adeguata determinazione, temo che nessun Paese europeo, Germania inclusa, potrà  considerarsi immune dalle ammalianti  e dilaganti sirene del trumpismo e del putinismo ormai attestate con successo in mezza Europa e pronte ad insediarsi al governo di quei Paesi nei quali la politica tradizionale non risultasse in grado di resistere alla devastante tempesta geopolitica attualmente in corso.

su Frontiere
del 15 giugno 2018
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La fine del catechismo

Trovo strana ma tutto sommato molto italiana l’inversione di quest’estate: in pochi giorni le ONG diventano paracriminali, mentre ora in Libia arruoliamo i contrabbandieri come guardie di frontiera. In più, qualche africano neanche emarginato ma solo ingrato e sciagurato ce la mette tutta per finire sui giornali, mentre la sindaca di Roma pensa di risolvere in due giorni una situazione vecchia di anni. Definisco molto italiano questo modo di fare perché i nostri politici sono velisti da regata, pronti tutti a sfruttare il vento in vista delle elezioni. Ed essendo ormai in perenne campagna elettorale, l’allenamento è continuo. E siccome si pensa che i voti li prenderà chi sarà capace di frenare l’immigrazione dall’Africa, meglio ancora se musulmana, il calcolo viene prima dell’ideologia, sperando che nessun elettore si accorga che in politica l’originale è meglio della brutta copia.

Perché parlo di catechismo? Col termine intendo un insieme dottrinale di concetti enunciati con chiarezza – quindi comprensibili – e ribaditi di continuo, in linea con la tradizione dei cristiani sociali e del vecchio partito comunista. Ma se ai concetti non si accompagna un’adeguata analisi teorica, tutto resta infine un insieme di frasi fatte e come tale viene ripetuto alla nausea dai mass-media. In più c’è il problema di qualsiasi politica: il passaggio dall’idea alla realizzazione concreta nel sociale. Faccio qualche esempio: “La società futura sarà multietnica e multiculturale” ; “lo straniero ti arricchisce” ; “ fuggono dalla guerra”. Analizzando questi stupendi concetti: nel primo caso ormai il futuro è il presente, ma ancora non è chiaro come questa società deve funzionare. Che lo straniero o l’immigrato ti arricchisca è vero fino a un certo punto, visto che si tratta di masse di poveri. Quanto alla guerra, spesso è difficile distinguere il profugo politico da quello economico, anzi trovo la distinzione praticamente priva di senso e spesso impossibile da certificare.

Ora, cosa non ha funzionato? Cosa ha spinto la politica a cambiar vela di corsa? Perché la gente normale non segue più neanche gli appelli di papa Francesco? Proviamo a dare qualche risposta.

Lasciando da parte – per ora – la diffidenza verso l’Islam, alimentata dal terrorismo ma forte della presenza in Italia di quasi due milioni di musulmani (partiti da zero quarant’anni fa), la prima osservazione è che da dieci anni viviamo una crisi economica e dunque sociale, quindi le classi sociali meno ricche e meno scolarizzate devono spartire le risorse con i nuovi arrivati, ma in modo perverso: diminuiscono le prime, mentre aumentano i secondi. La seconda osservazione è che lo Stato si sta riprendendo solo ora le prerogative che aveva delegato a organizzazioni private. Parlo delle cooperative di volontariato o di assistenza, degli appalti e subappalti per insegnare l’italiano ai migranti, dei centri gestiti da chi non l’ha mai fatto prima, e naturalmente delle ONG. Si può anche parlarne male, ma il termine stesso “non governative” suggerisce che per definizione queste organizzazioni non sono necessariamente allineate alla politica del governo, qualunque esso sia. Possono commettere qualche peccato veniale per la giusta causa, ma sono coerenti con sé stesse, a differenza di un governo che accoglie tutti e poi non sa che farne e dove metterli. Se sono davvero una risorsa, i migranti non sono valorizzati come serve. Anche per questo la gente mugugna.

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