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Il pregiudizio non si combatte con il pregiudizio

Se volevano farsi pubblicità ci sono riusciti. Parlo di Gerush92, che si definisce “un gruppo per i diritti umani” e ha ufficialmente attaccato Dante Alighieri e la sua Comedia. Gerush92 vuole depennare Dante dai programmi scolastici perché nelle sue opere condanna i rapporti tra persone dello stesso sesso e mal sopporta l’Islam. Secondo Gerush92 i contenuti danteschi non sarebbero inalienabili, non aderirebbero ai tempi, non sarebbero politicamente corretti. L’auspicio è che dunque l’opera venga rimossa, cominciando a depennarla dai programmi scolastici. Dante viene definito «offensivo e discriminatorio». Ma andiamo a vedere chi sono questi zelanti attivisti per i diritti umani. Basta cliccare sul sito http://www.gherush92.com/home_it.asp e di loro sappiamo tutto. Sono addirittura consulenti delle Nazioni Unite. Il nome indica in ebraico la cacciata degli ebrei dalla Spagna cinquecento anni fa e s’indovina nell’associazione una forte componente ebraica ortodossa, la stessa che vorrebbe espungere dai Vangeli la parola “Farisei”; esattamente quello che a mio giudizio sono proprio loro, sia pur al passo coi tempi. Che siano pure consulenti delle Nazioni Unite non deve sorprendere: su 193 stati membri, solo una trentina sono democrazie, quindi c’è spazio anche per finanziare consulenti non propriamente al di sopra delle parti. Ricordiamo poi che sono state proprio le Nazioni Unite a rifilarci in Libia Al-Serraj come unico rappresentante ufficiale del governo libico, in base al voto unanime di soli 15 membri (ONU- risoluzione 2259 del 17 dicembre 2015).

Ma torniamo al sito ufficiale di Gerush92. Alla voce “articoli” c’è una ricca antologia e lascio al lettore la lettura dei testi, alcuni interessanti, altri faziosi, ma comunque ben documentati. Il problema è che i documenti di archivio o giornalistici bisogna anche saperli leggere, mettendo da parte per un attimo gli occhiali dell’ideologia. Lo stesso vale per la letteratura: l’opera d’arte va storicizzata. Dante era forse l’uomo più colto del suo tempo, ma viveva pur sempre nel Trecento ed è figlio della sua epoca, contemporanea dell’ottava Crociata. Assegna Maometto al girone degli eretici perché per la teologia cristiana quello è il posto suo, e lo stesso sarebbe oggi per i Testimoni di Geova o gli Avventisti. L’Islam era un pericolo reale e Dante non era islamofobo, a meno di non definire Togliatti un fasciofobo. Con questo ragionamento a scuola non si dovrebbe insegnare nessun capolavoro della letteratura epica e teatrale: l’Iliade è maschilista, militarista e gli eroi scannano gli animali davanti agli ospiti. Le tragedie greche trasudano di incesto e assassinio. I Nibelunghi sono razzisti, la Chanson de Roland e il Dighenis Akritas sono islamofobi al pari della Gerusalemme liberata, mentre la Bibbia propone leggi che per fortuna nessun ebreo ha mai trasformato in codice penale, come avviene invece per il Corano, che a parte l’islamofobia (ovviamente) contiene tutto quello che quest’associazione combatte altrove. Morale? Dovere di un insegnante non è censurare i testi considerati politicamente scorretti da una minoranza organizzata, ma contestualizzarli, ricostruendone il tessuto sociale e culturale entro cui sono stati elaborati. Arrivo a dire che, invece di nascondere la mano, per capire il nazismo andrebbe letto e commentato pubblicamente anche Mein Kampf. In questo senso l’insegnamento della storia e della geografia sono fondamentali, e guarda caso le forze antidemocratiche tendono sempre a ridurre o eliminare il peso di queste due materie dall’insegnamento scolastico. E questo purtroppo avviene anche in Italia

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Achille Nero

01 Feb 2018

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Globalismi e populismi: la crisi della diseguaglianza

Di Leonardo Servadio

Crescono le disparità. Tutti i giornali parlano del rapporto Oxfam, organismo di base a Oxford il cui scopo è contrastare la diseguaglianza nel mondo. L’uno percento dei più ricchi – ha scoperto Oxfam – possiede quanto il restante 99 percento e negli ultimi anni questa disparità è cresciuta. Nei circuiti finanziari i profitti crescono a dismisura per chi ha capitali sufficienti per entrarvici.

Il rapporto propone che si stabiliscano norme per contenere la diseguaglianza e tra l’altro denuncia la disparità di guadagni tra i direttori delle società e i lavoratori (l’esempio eclatante è quello del CEO della più importante azienda di informatica indiana che incassa 416 volte il salario medio degli impiegati di tale società). Il rapporto Oxfam è ampiamente elaborato con dovizia di fonti: va letto e studiato per questo lo rendiamo qui disponibile: 

Download (PDF, 864KB)

Cerchiamo di svolgere alcune considerazioni in relazione a quanto vi è detto.

Come esposto nel rapporto, sono molto chiare le caratteristiche della mastodontica diseguaglianza di cui soffre il mondo. Me nessuno fa nulla al riguardo: perché?

Perché per poter attuare misure atte a contrastare il fenomeno occorrono due condizioni che risultano impossibili per come il mondo è oggi strutturato:

Anzitutto sarebbe necessario che vi fosse una singola autorità capace di imporre regole (ovvero, che formuli tali regole e che abbia la forza di farle rispettare) a livello mondiale: sovranazionale. Se l’ingiustizia è globale, per contrastarla non si può non operare a livello globale. Per il semplice motivo che le grandi società operano sulla scena mondiale, non sono “geolocalizzate”. Non solo, gli strumenti attraverso i quali operano non sono geolocalizzabili: hai voglia a cercare di far pagare a Google le tasse sui profitti che ricava in un qualsiasi paese, se la sua sede legale si trova dove non si applicano imposte plausibili e se non v’è modo di contrastare la sua presenza ovunque diffusa – tra l’alto perché fa comodo a tutti e ovunque sia disponibile: è un motore di ricerca di ottima qualità e gratuito.

Ma il caso di Google in fondo non è tra i più significativi, tra l’altro proprio perché è molto ben visibile. Mentre le investment companies e banche che operano sui mercati mondiali hanno bensì dei terminali visibili, ma perlopiù agiscono tramite le decine di mercati offshore e comunque con transazioni online, oggi in gran parte gestite da programmi automatizzati studiati per massimizzare i profitti sul brevissimo periodo. Sono decisamente invisibili.

L’attività di investimento finanziario è da tempo totalmente estranea alla logica economica (si ricordi, per inciso, che “economia” vuol dire “amministrazione della casa” e si riferisce all’insieme di beni fisici atti a garantire il benessere degli abitanti): non mira a far crescere economie definite secondo territori o popolazioni, ma solo a far aumentare i profitti computabili in denari. E quanto più questi denari sono numeri registrati in memorie volatili di reti di computer, tanto maggiori sono.

Poi ovviamente tali capitali possono a volte calare, con la stessa logica del falco che caccia la propria preda precipitandovisi dall’alto, sulle economie territorialmente definite e in tal modo incidono su quel tipo di economia che ha a che vedere con i livelli di vita delle persone: in meglio o in peggio. Ma si tratta di casi secondari: la logica trainante è l’astratto profitto.

La creazione del Bitcoin e di tutte le altre criptovalute che ne seguono l’esempio – e che aumenteranno di numero sempre di più – è una delle espressioni di questo mondo che predilige l’astrazione del potere monetario alla concretezza del bene utile. È noto che uno dei segreti del successo delle criptovalute è che costituiscono un facile sistema di riciclaggio del denaro derivante da traffici illeciti, quali le droghe. Ma d’altro canto la pura speculazione finanziaria non è altrettanto, se non più pericolosa delle droghe stesse? Essa di per sé droga i circuiti economici attirando gli investimenti nei circuiti dell’astrazione finanziaria, in tal modo distogliendoli da altri usi che si potrebbero definire socialmente utili: per esempio per permettere di ampliare i livelli di istruzione nei paesi più poveri e delle classi più povere, in tal modo permettendo di migliorare le loro condizioni di vita.

Invece nelle condizioni date cresce il consumo del lusso e si deprime il consumo più legato alle forme di vita collegate a quel che era la classe media. Che senso ha che vi siano automobili che costano due milioni di euro o più? Dal punto di vista dell’utente della strada, nessuno. Dal punto di vista dell’investitore, ha lo stesso valore che potrebbe avere un oggetto appetibile in quanto raro e desiderato da molti della sua stessa cerchia, simbolo di ricchezza e potere: un tempo in Olanda erano i bulbi di tulipano, nell’antica Roma lo era il pepe, oggi questa appetibilità collegata alla perfetta inutilità è data da una varietà di oggetti: dalle opere d’arte, il cui valore non deriva dall’arte stessa ma esclusivamente dalle valutazioni di mercato, sino a quella mostruosità che sono le criptovalute: mostruosità per il semplice fatto che esse non sono oggetti, ma algoritmi criptati, flatus vocis ammantato di aura elettronico speculativa.

La ricchezza finanziaria non conosce territorio, ergo per poterne contenere la rapacità non v’è altra soluzione possibile se non stabilire un’unica autorità mondiale volta a tassarla per consentire di ridistribuirne parte per fini utili. Sarebbe inevitabile che nel seno delle Nazioni Unite si costituisse un’Autorità centrale per tassare i redditi finanziari e per ridistribuirne i ricavi secondo le necessità delle popolazioni: ovviamente si tratterebbe anche di stabilire i criteri per l’equa ripartizione di tali somme e per evitare che esse ricadano entro circuiti estranei alla vita delle persone. Questione difficilissima sul piano giuridico e tanto più difficile perché tutta da inventarsi. Per giunta in condizioni in cui sarebbe indispensabile un controllo adeguato sulla correttezza ed efficacia delle sue operazioni, e tale controllo potrebbe avvenire solo attraverso l’assoluta trasparenza e attraverso un’efficace pubblicità delle sue azioni. Ma questa può esser data solo da un adeguato funzionamento dei mass media a livello globale e oggi i mass media sono in gran parte corrotti: o sono di parte e quindi fanno parte del grande gioco del potere finanziario globale, o sono espressione di desideri di singoli (i “social”) proni alle notizie false e tendenziose (fake news) propalate in virtù di quel che i singoli, divenuti massa elettronicizzata, diffondono pappagallescamente mossi da quel che percepiscono come interesse proprio anche se spesso si tratta di interesse altrui.

Qui entra il secondo aspetto della difficoltà: compiere un’operazione simile, anzi soltanto concepirla, implica mettere in discussione tutta l’ideologia del libero mercato, l’idea della “mano invisibile” che lo regola. Quella del libero mercato è l’ideologia superstite del mondo ottocentesco, da cui provengono tutte le ideologie contemporanee. Il problema è che non è riconosciuta come ideologia: è assunto come “dato di fatto”.

Le condizioni sono mature però, perché qualcosa possa cambiare. Anzitutto perché la mano invisibile è sempre meno invisibile. I Panama Papers ne han dato in piccolissima parte contezza. Studi come quello realizzato da Oxfam o il noto lavoro di Thomas Piketty sul Capitale nel XXI secolo hanno spiegato al mondo quali sono le caratteristiche fondamentali della logica dell’ingiustizia che lo governa.

Il problema è strettamente ideologico. L’ideologia del libero mercato è fondata su presupposti assurdi: come può mai immaginarsi che l’egoismo accentuato, cullato, vezzeggiato, favorito sino a spronare i singoli a sentirsi re del mondo, possa portare a un’equa redistribuzione dei profitti grazie alla semplice competizione?

Di solito non si mettono in pista dei paralitici a competere con dei centometristi olimpici: sarebbe ridicolmente patetico. Né si concede a chi dispone di carri armati di circolare liberamente per le strade urbane. Perché invece quando si parla di capitali, si consente a chi dispone di cifre stratosferiche di “competere” con chi non ha il becco di un quattrino?

È tempo che l’ideologia del libero mercato sia smascherata per tale e che si ridefinisca il ruolo della pubblica autorità nel regolare il traffico economico. E poiché questo è globalizzato, l’autorità regolante dev’essere globale.

Vi sono altre due caratteristiche della situazione attuale da considerare.

La prima è che, essendo quella del libero mercato un’ideologia, e precisamente l’ideologia vincente dopo la caduta del Muro, essa viene inconsciamente propalata ovunque.

Per dire, un esempio banale: sui mass media, quegli stessi che a volte denunciano differenze sociali per poi dimenticarsene il giorno dopo, si vedono grandi servizi sulle nozze reali, sulle auto di iperlusso, sulla vita glamour dei potenti: il lettore è invogliato a identificarsi e a desiderare di essere “come loro”. In tal modo dimentica di essere vittima di quel sistema che ha generato quei potenti. Quel che un tempo si vedeva solo sulle rivista di bassa lega, sfogliate da chi aveva poca voglia di leggere e molta di sognare. I giornali non hanno la capacità di compiere opera di denuncia, tutti presi come sono dalle piccolezze che avvengono dietro l’angolo della loro strada, indaffarati a riempire le pagine di quel che pensano faccia gola al fruitore. La moda del fatto di cronaca elevato a proclama cubitale è coeva con l’affossamento della politica, dagli anni ’80 in poi ridotta ad amministrazione di apparenze, a spettacolo privo di contenuto, mentre il potere si raccoglieva sempre più esclusivamente in ambito finanziario speculativo.

A volte compaiono scandali tipo Panama Papers, ma in breve scompaiono e non si a più nulla di chi imbosca i capitali al sicuro dalle tasse.

Forse anche perché sotto sotto non sono pochi coloro i quali vorrebbero fare lo stesso, anzi, nel loro piccolo fanno proprio lo stesso: non con cifre stratosferiche ma coi loro piccoli risparmi. Una percentuale delle fortune dei Bitcoin è molto probabilmente attribuibile a questi benpensanti che vorrebbero unirsi alla schiera dei ricchissimi. (Non è questa la logica per la quale nei momenti di crisi aumenta a dismisura il numero di coloro che giocano alle tante lotterie che gli stati e i privati propongono? E non sono Bitcoin e consimili una delle tante lotterie proposte?). Anche questo è un sintomo di come diffusa sia l’ideologia del libero mercato: il profitto a tutti i costi, e prima di tutto e soprattutto subito e senza pensare alle conseguenze che potrà avere nel tempo. Chiunque deponga i propri averi in fondi speculativi nutre il desiderio di arricchirsi in fretta: è ideologizzato.

Tra le conseguenze di questo pensiero fondato sul profitto a breve c’è lo sfascio delle infrastrutture che non siano in qualche modo collegabili al mondo del glamour: per dire, funzionano le linee ad alta velocità che collegano le città principali, ma le ferrovie per pendolari fanno acqua da tutte le parti…

La seconda è che la Cina comunista, che sino a ora (con tutte le storture del partito unico al potere) bada anzitutto alle infrastrutture e all’economia reale, quella visibile sul territorio, dopo decenni di crescita rutilante continua ancora a crescere e si pone l’obiettivo di eradicare completamente la povertà al proprio interno. Se veramente riuscisse a raggiungere tale obiettivo per il 2020 (come Xi Jinping dichiara di voler fare), avrà compiuto quel che nessun regime capitalista è mai riuscito a fare.

La Cina oggi propone un contrappunto al mondo dell’ideologia del libero mercato. Perché difende la libertà di impresa e di commercio, ma allo stesso tempo la attua in modo almeno in parte controllato. Seguendo principi “dirigistici”, che son poi quelli che han reso grande l’economia statunitense nel corso dell’800 e nel secondo dopoguerra del ‘900, quando gli Stati Unite erano ancora gli Stati Uniti e non un tempio votato all’adorazione del dollaro, guidato da quel che sembra, più che un politico, un grande sacerdote dell’opulenza.

Ecco dunque gli ingredienti della crisi attuale: la crescente disparità sociale ed economica, la circuitazione di notizie che insegue la globalità dell’economia finanziaria, un paese politicamente comunista ma con economia di mercato.

Con questi ingredienti, la domanda è se oggi sia già possibile proporre di attivare qualcosa come la Tobin tax (la tassazione dei profitti finanziari), e studiare nuovi sistemi per ridistribuire il reddito a livello globale, così come al livello globale si “produce” reddito puramente contabile e impropriamente sempre più accentrato.

Certo, ci vorrebbe l’equivalente di una rivoluzione.

Per ora l’unico che sembra volerla è Xi Jinping, che usa quel di cui dispone: il suo Partito Comunista Cinese che sta cercando di diffondere nel mondo, ovunque vi sia qualche compatriota. E siccome di cinesi ormai se ne trovano ovunque, non è detto che non riesca nei suoi intenti.

Di solito il mondo si muove in caso di crisi belliche di grandi dimensioni. Potrà oggi evitare la crisi bellica che potrebbe profilarsi non sulle bombe nordcoreane, ma sulle tensioni crescenti tra Cina e USA, e tra populismi e globalismi?

Per quel che ci riguarda, preferiremmo che si rivalutasse l’umanesimo cristiano, ovvero che si ridesse una base morale alla società, strappandola all’ideologia dell’egoismo a ogni costo e sopra ogni cosa.

su Frontiere

Articolo originale

L’Europa in cerca di una nuova anima

La nuova Cortina di Ferro all’interno dell’Unione europea vede ampliarsi il Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) con lo spostamento a destra dell’Austria e che farà muro contro l’impennata d’orgoglio dell’Ue nell’attivazione delle procedure previste dall´Articolo 7 dei Trattati, quando si riscontrano delle violazioni gravi di uno Stato membro, la Polonia, dei valori fondamentali dell’Unione.

La Polonia rischia sanzioni che prevedono la riduzione degli aiuti e la sospensione dei diritti di voto, per aver approvato una riforma che mina l’indipendenza della giustizia polacca, mettendo in pericolo lo Stato di diritto.

Il vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, Frans Timmermans, ha affermato che la Polonia ha adottato, in questi ultimi anni, 13 leggi capaci di mettere in pericolo i valori fondamentali per uno stato democratico.

L’Europa solo ora si accorge di quanto la Democrazia sia in pericolo in Polonia, dopo aver lasciato da sole tutte quelle migliaia di persone che hanno manifestato per settimane contro il progetto legislativo per ingabbiare la Giustizia.

Per sospendere la Polonia dal diritto di voto in Consiglio, prevista dall’articolo 7 del Trattato, serve l’unanimità degli Stati membri che si prevede difficilmente raggiungibile, vista l’opposizione scontata dell’Ungheria di Viktor Orbán e degli altri del Gruppo di Visegrá.

Il Consiglio d’Europa potrebbe sospenderli tutti, dopo aver riscontrato non solo una deriva autoritaria nei singoli paesi, ma anche per la loro avversità a conformarsi alle scelte sulla ripartizione della ricollocazione dei richiedenti asilo all’interno della Ue.

Anche in occasione della risoluzione di condanna del riconoscimento unilaterale di Gerusalemme capitale d’Israele, messa in votazione all’assemblea generale Onu, lo schieramento dei paesi dell’est europeo (Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania), si è differenziato dal resto della Ue, scegliendo di astenersi e non esprimere un voto contrario.

L’Europa, in occasione del caso Polonia, si sta muovendo non più per procedure di infrazione di ordine economico, ma per i valori fondanti dell’UE, e ciò potrebbe essere l’occasione di rifondare Unione sui principi originari e non solo sugli interessi economii.

Per l’Europa, ritrovare l’Anima del Manifesto di Ventotene, è un’opportunità per riscattarsi dai tanti anni di arido tecnocratismo e trovare un’unità nei valori etici piuttosto che sulla convenienza.

Una convenienza che i paesi di Visegrá sembrano aver ben messo a frutto e ora, dopo aver preso tutto il possibile dalla Ue, si apprestano rendere difficile la convivenza tra gli stati membri.

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Qualcosa di più:
Europa: anche i tecnocrati sognano
Migrazioni, cooperazione Ue-Libia | L’ipocrisia sovranazionale
Migrazione | Conflitti e insicurezza alimentare
Migrazione in Ue: il balzello pagato dall’Occidente
Macron: la Libia e un’Europa in salsa bearnaise
L’Europa e la russomania
Europa: Le tessere del domino
Europa: ogni occasione è buona per chiudere porte e finestre
Europa: la Ue sotto ricatto di Albione & Co.
Europa e Migrazione: un mini-Schengen tedesco
Europa: cade il velo dell’ipocrisia
Europa: i nemici dell’Unione
Europa: la confusione e l’inganno della Ue
Tutti gli errori dell’Unione Europea
Un’altra primavera in Europa

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L’Altra Crescita

In Italia c’è un’altra crescita: quella della povertà, come evidenzia l’ultimo rapporto della Caritas e con il pamphlet dell’Istat si ha la conferma.

È una crescita endemica che coinvolge tutto il Pianeta come anche nel ben formulato rapporto Gender Development Index, stilato dall’Onu sulla graduatoria dell’Indice di Sviluppo umano, dove la Norvegia primeggia e l’Italia conferma la posizione Italia al 26esima, ma per le donne è 61esima, evidenziando il divario delle opportunità (gender gap) tra i due sessi.

Il titolo del rapporto, False partenze, della Caritas è emblematico sui temi della povertà e dell’esclusione sociale, frutto non di un asettico studio teorico, ma una finestra sul fenomeno della povertà in Italia secondo l’esperienza di ascolto e osservazione svolta dalle 220 Caritas diocesane presenti sul territorio nazionale.

Dal 2007 al 2012 il numero dei poveri in Italia è raddoppiato, passando dai 2,4 milioni ai 4,8, pari all’8% della popolazione, contaminando ambiti sociali ritenuti sino ad ora immuni.

Un Rapporto che valuta la situazione dei servizi ecclesiali come le mense, centri di ascolto, consultori e strutture residenziali/dormitori, frequentati non solo da disoccupati o pensionati, ma anche da genitori separati/divorziati e famiglie in “ristrettezze” economiche.

L’Istat rincara la dose con la sua rilevazione del 12,6% delle famiglie in condizione di povertà relativa (per un totale di 3 milioni 230 mila) e il 7,9% lo è in termini assoluti (2 milioni 28 mila). Le persone in povertà relativa sono il 16,6% della popolazione (10 milioni 48 mila persone), quelle in povertà assoluta il 9,9% (6 milioni 20 mila).

Se le famiglie e gli anziani, ancor più se residenti nel sud dell’Italia, sono una fascia sociale a rischio di povertà, i single non anziani nel Nord hanno meno occasioni di preoccupazione.

I dati non cambiano sul rapporto dell’Undp (Nazioni unite per lo sviluppo), Human Development Report, anzi si dilatano e vengono letti su scala mondiale con 2,2 miliardi di persone povere o al limite dell’indigenza, mentre sono un 1,2 miliardi gli abitanti di questa Terra che vivono con 1,25 dollari al giorno o meno.

La situazione per la popolazione si aggrava se vive in aree di conflitto non solo come la Libia e la Siria, ma anche in Nigeria e in altri paesi potenzialmente prosperi, ma con ricchezza concentrata in poche mani.

Su tanti dati sconfortanti ci potrebbe far sorridere l’affermazione di Matteo Renzi riportata da Alan Friedman nell’intervista al Corriere: «Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5%, non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone», se non fosse per il particolare che un punto di crescita vuol dire molto per l’economia italiana e per gli italiani.

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Siria: Dopo le Minacce Volano i buoni propositi

È orribile l’atroce morte inflitta a donne e bambini attraverso l’uso di gas nervino o sarin che possa essere, ma non si può ritenere meno orrendo rimanere vittima di missili lanciati su scuole e ospedali. Certo i missili sono un’arma convenzionale, i gas sono un’arma di distruzione di massa, ma utilizzare indiscriminatamente le armi è comunque un crimine contro l’umanità. Un concetto ribadito lapalissianamente anche da Ian Buruma, nell’articolo La moralità delle bombe su La Repubblica del 3 settembre, e ribadita da Adriano Sofri il giorno successivo sullo stesso quotidiano, perché una barbarie è una barbarie, quali siano i mezzi con la quale viene perpetrata, essa rimane un crimine verso le popolazioni civili coinvolte, loro malgrado, in uno scontro d’interessi e di ideologie.

Morire per una pallottola alla nuca o in pieno petto non può essere diverso dall’essere uccisi dal rilascio di armi biologiche o per un colpo di machete.

Il cinismo di questa guerra è ben esplicato dalle ipotesi sugli autori di tanta atrocità nel liberare il gas in una zona abitata da oppositori o sostenitori di Bashar al-Assad, per un machiavellico ragionamento che si spinge a teorizzare un eccidio per mano di amici per far ricadere la colpa sui nemici.

I dubbi dilaniano Obama e il suo Nobel per la Pace, ma anche la sfida che l’Occidente ha intrapreso per ostacolare la conquista dell’anima dei siriani da parte dei jadeisti è motivo di cautela per “punire” la deplorevole azione di Bashar al-Assad senza spodestarlo dal potere.

Solo gli oppositori di Bashar al-Assad vogliono la sua testa, mentre tutti i paesi cosiddetti amici della Siria, che siano favorevoli o no al regime instaurato dal clan alawita, sono interessati che rimanga alla guida per un cambiamento morbidamente guidato, per evitare il caos terroristico iracheno e libico.

Il G20 di San Pietroburgo non ha portato alcun contributo nel trovare una via di dialogo tra schieramenti, né tanto meno a fissare la data per la conferenza di pace denominata Ginevra 2, mentre la Siria ammette di possedere un arsenale chimico e promette di smaltirlo entro un anno, ma è come avverrà lo smaltimento che potrebbe preoccupare.

Intanto la Russia ha le sue proposte per il controllo delle armi chimiche e al-Assad, attendendo le sue ragionevoli condizioni per dialogare, invia all’Onu in un documento di 13 pagine in arabo il primo inventario sui propri arsenali.

Sono solo parole più che speranze coltivate nella 68° sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. Piccoli passi come l’ammissione da parte del leader iraniano Hassan Rohani aprendo al dialogo sul nucleare e differenziandosi dalle posizioni negazioniste del suo predecessore Ahmadinejad sulla Shoah, dichiarando che: «È stato un grande crimine compiuto dai nazisti sugli ebrei».

Questi sono dei piccoli gesti, ma i risultati potranno venire solo con la collaborazione dei responsabili della politica estera statunitense Kerry e russo Lavrov, appoggiati dalla leadership cinese, nel guidare i cambiamenti in Siria ed evitare che cada nelle mani dei jadeisti e qaedisti.

L’approvazione della Risoluzione sulla situazione siriana ha permesso all’Onu e alla diplomazia di tornare a svolgere un ruolo di protagonista, ma che disgiunge i principi dalle possibili azioni, senza imputare a nessuno l’uso delle armi chimiche. Per ora la Siria ha reso inutilizzabili gli impianti per la loro produzione, ora l’Opac (OPCW), l’Organizzazione dedita allo smantellamento delle armi chimiche alla quale è assegnato il Nobel per la Pace 2013, avrà il compito più impegnativo: quello della distruzione dell’armamentario chimico siriano.

Un passo, in attesa del nuovo appuntamento per Ginevra 2 fissato per il 23 e 24 novembre,, ma non basta indire una conferenza di pace, è necessaria l’adesione e la partecipazione deibelligeranti che ancora non si sono accettati come tali. Se lo schieramento governativo è unico e monolitico, non si può dire lo stesso dell’opposizione frammentata e divisa, spesso in disaccordo tra quella armata e quella politica. Anche il Consiglio nazionale siriano, forse la componente più rappresentativa dell’opposizione non riesce a decidere se partecipare o disertare la conferenza, mentre chi vuol partecipare non è ritenuto rappresentativo di una qualsiasi posizione.

La Turchia è sempre più preoccupata per la crescente influenza dei gruppi qadeisti e l’Arabia saudita, con la sua posizione che non coniuga le parole con le pretese, rifiuta il seggio biennale al consiglio di sicurezza dell’Onu per protestare sulle recenti decisioni per risolvere il conflitto siriano e per la situazione palestinese, quando anche se con lentezza si procede a definire un iter per la convivenza israeliano palestinese.

Intanto la situazione si aggrava non solo per la quotidiana distruzione di vite e edifici, ma anche per i primi casi di polio, in un conflitto che continua a sconquassare la Siria raccontata più dai video sgranati dei telefonini che dai fotoreporter.

Nonostante le incertezze e le mancate adesioni alla conferenza, sarebbe opportuno, dopo lo sfoggiare di tanti buoni intenti, dare corpo alle parole e non continuare nel gioco delle parti: mi si nota di più se ci vado o se non ci vado?

 

Qualcosa di più:

Siria: continuano a volare minacce

Ue divisa sulla Siria: interessi di conflitto

La guerra in Siria vista con gli occhi di Sahl

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